Benvenuti in Korea: il linguaggio dell’arte coreana pt.3


Il nostro viaggio benvenuti in Corea, come promesso, continua. C’è un modo silenzioso ma potentissimo per comprendere davvero un Paese: ascoltare le storie che racconta e osservare come sceglie di mostrarsi al mondo. In Corea, questo dialogo tra parola e immagine attraversa i secoli, intrecciando letteratura, identità e stile in un racconto continuo che evolve senza mai perdere le proprie radici. Dai miti tramandati attorno al fuoco fino ai romanzi che oggi conquistano lettori in tutto il mondo, passando per abiti che raccontano gerarchie, ribellioni e trasformazioni sociali, ogni elemento diventa parte di un linguaggio più ampio. Un linguaggio che non si limita a descrivere la Corea, ma la interpreta, la mette in discussione e, soprattutto, la rende viva.

Il canone letterario

I coreani oggi possono trascorrere più tempo online, ma l’interesse per la lettura resta forte, con la letteratura che continua a illuminare le questioni che guidano e definiscono la società. Quando Han Kang vinse il Man Booker International Prize nel 2016 con The Vegetarian, il mondo rimase affascinato dalla letteratura coreana—così come è accaduto per tutto ciò che riguarda la cultura “K”. Tuttavia, poeti e romanzieri raccontano storie ai coreani da molto tempo, e oggi nuovi autori si affermano a livello globale più rapidamente che mai.

Folklore e favole

La forma più antica di narrazione coreana è rappresentata da leggende, miti sciamanici e racconti popolari tramandati oralmente di generazione in generazione. Le fiabe, in particolare, avevano una funzione simile a quella delle favole, e il loro scopo variava tanto quanto i modi in cui venivano raccontate. Alcune segnavano il passare delle stagioni ed erano narrate attorno al fuoco; altre raccontavano tragedie sociali ed erano eseguite come pansori (narrazione cantata). In queste storie erano profondamente radicate importanti lezioni morali, e questa attenzione all’insegnamento etico si è mantenuta anche nelle prime opere scritte e stampate in Hangeul.

Letteratura vernacolare

La nascita dell’Hangeul nel 1443 (vedi La lingua coreana) aprì nuove prospettive per la letteratura vernacolare. Il primo poema in Hangeul—Yongbieocheonga (Canto dei draghi che volano verso il cielo)—fu pubblicato nel 1447 e raccontava le vicende della dinastia Joseon. Così come i primi racconti orali erano legati alla spiritualità, anche questo poema descrive l’ascesa delle virtù confuciane e buddhiste, celebrando la forza morale e spirituale della Corea. Con l’aumento dei lettori, la letteratura iniziò ad andare oltre le sue origini spirituali. Una delle prime opere di narrativa a ottenere grande popolarità fu il romanzo del XVIII secolo The Biography of Hong Gildong. Il suo impatto fu duplice: da un lato riprendeva gli elementi tipici delle antiche favole coreane per raccontare il viaggio del protagonista, dall’altro metteva in discussione le trasformazioni della società del tempo.

Lo stato della nazione

Oltre ai racconti popolari, un altro genere fondamentale del canone coreano è il commento politico—cosa non sorprendente, considerando l’impatto profondo che l’occupazione giapponese e la Guerra di Corea hanno avuto sulla popolazione. In effetti, The Biography of Hong Gildong dimostrò come gli scrittori potessero utilizzare le strutture della narrazione tradizionale per affrontare questioni politiche—uno strumento che fu poi adottato da una nuova generazione di autori nel XX secolo. Desiderosi di creare uno stile letterario coreano distintivo, scritto in Hangeul e attento alle problematiche contemporanee, autori innovativi come Yi Sang e Yi Kwang-su segnarono una svolta importante. Il romanzo The Heartless (1917) di Yi Kwang-su è un esempio emblematico di questo nuovo approccio: spesso considerato il primo romanzo moderno coreano, rappresenta il linguaggio quotidiano della gente comune e racconta un triangolo amoroso sullo sfondo dell’occupazione giapponese.

Le opere che riflettevano i problemi del proprio tempo occupavano un ruolo centrale nel canone letterario. Ciò significava spesso affrontare temi come l’esilio e la disgregazione sociale, come nel cupo racconto An Aimless Bullet (1959), che descrive l’alienazione e la povertà vissute dai rifugiati dopo la guerra di Corea.

Voci moderne

La scrittura politica è stata a lungo dominata da voci maschili, ma nell’ultimo decennio è emersa una potente ondata di narrativa femminista scritta da e sulle donne. Nel 2016, Cho Nam-Joo ha pubblicato Kim Jiyoung, Born 1982, una storia intensa che racconta la psicosi di una donna di fronte alla misoginia. L’impatto del libro è stato tale che alcuni uomini hanno preso di mira i suoi sostenitori, sfogando online critiche e attacchi. Nonostante la persistente struttura patriarcale della società coreana, le scrittrici femministe continuano a utilizzare la narrativa per affrontare apertamente temi legati al genere, come la violenza domestica, le disuguaglianze professionali e gli standard di bellezza dannosi. Se da un lato la letteratura continua a essere uno strumento di espressione politica, i libri più popolari oggi segnano spesso un allontanamento da questi temi, privilegiando evasione e crescita personale. Tra gli argomenti più diffusi nella saggistica troviamo lo sviluppo personale, l’educazione, la finanza e i viaggi, riflettendo una cultura in cui la crescita individuale è centrale.

Anche il potere dei social media e della televisione ha contribuito enormemente alla diffusione delle storie coreane. Un esempio è Pachinko (2017) della scrittrice coreano-americana Min Jin Lee. Scritto inizialmente in inglese, il romanzo segue la storia di una famiglia coreana emigrata in Giappone. Il successo negli Stati Uniti ha suscitato un forte interesse anche in Corea, portando alla traduzione in coreano e all’adattamento in una serie prodotta da Apple TV+, con un conseguente aumento delle vendite. Accanto al forte richiamo del K-pop e dei K-drama, le storie e i libri coreani continuano a esercitare un’influenza più silenziosa ma profonda, capace di affascinare e mettere in discussione nuovi lettori in tutto il mondo.

Letteratura iconica

The Cloud Dream of the Nine - Uno dei primi testi coreani tradotti in inglese, il capolavoro del 1687 di Kim Man-jung è un’opera complessa e stratificata, permeata da idee buddhiste e confuciane.

Yi Sang: Selected Works - I racconti brevi e le poesie d’avanguardia di Yi Sang (1910–1937) sono sperimentali e intrisi di malinconia.

Youth, It’s Painful - Un’intera generazione è stata influenzata da questa raccolta di saggi del 2011 del professore della Seoul National University Kim Rando.

Reasons for Travel - Il libro di saggi sul viaggio di Kim Young-ha ha conquistato il pubblico coreano alla sua pubblicazione nel 2019.

Misaeng - Serie di graphic novel in nove parti pubblicata tra il 2012 e il 2013, Misaeng racconta le difficoltà e le sfide quotidiane di un impiegato di basso livello.

L’arte della traduzione

Tradurre la letteratura di qualsiasi lingua è un’impresa complessa, ma nel caso del coreano lo è ancora di più. Innanzitutto, il coreano possiede numerose forme di cortesia e termini specifici di riferimento (vedi Nella vita quotidiana), come sieomeoni (“suocera”, ma solo quando è una donna a parlare). Tradurli alla lettera può risultare rigido e innaturale; adattarli a un’espressione più fluida nella lingua di arrivo comporta invece una perdita di significato.

A complicare ulteriormente le cose è il fatto che la Corea—rimasta per secoli relativamente chiusa al mondo—si è affacciata tardi sulla scena della traduzione. Solo dagli anni ’80 le sue opere letterarie hanno iniziato a circolare più ampiamente all’estero e a essere tradotte in altre lingue anche a livello nazionale.

Il coinvolgimento del governo negli anni ’90 ha favorito questo processo con la fondazione del Literature Translation Institute of Korea; oggi l’LTI Korea offre finanziamenti per la traduzione della letteratura coreana. Tuttavia, resta ancora molto da fare. La traduzione del 2015 di The Vegetarian di Han Kang, realizzata da Deborah Smith, ha contribuito al successo internazionale dell’opera, ma è stata criticata da molti accademici perché ritenuta non abbastanza letterale.

E non è solo la letteratura a porre problemi di traduzione. Quando il drama Squid Game è stato distribuito nel 2021, i sottotitoli in inglese hanno suscitato polemiche, con molti che sostenevano che le traduzioni avessero “alterato” il significato originale—l’aspetto più importante di ogni storia. Tuttavia, con la crescente diffusione della cultura coreana—si pensi a Cursed Bunny di Bora Chung, finalista all’International Booker Prize nel 2022—si spera che nelle traduzioni future si perda sempre meno e si riesca a trasmettere sempre di più.

Focus sulla moda

Riconosciuti a livello globale per il loro stile, i coreani hanno ampliato il proprio guardaroba rispetto ai tempi dell’hanbok tradizionale, e oggi l’abbigliamento audace è diventato un segno di stile e autonomia. Sebbene la moda coreana sia oggi sinonimo di espressione individuale, l’idea di usare i vestiti per affermare la propria identità è relativamente recente. Dall’introduzione della moda occidentale nel XX secolo, le tendenze si sono evolute con grande rapidità, riflettendo l’apertura globale di un Paese all’avanguardia nell’innovazione. Tuttavia, le linee pulite e i colori sobri del passato restano elementi fondamentali del patrimonio culturale coreano.

Origini sobrie

L’abbigliamento tradizionale era caratterizzato dall’elegante uniformità dell’hanbok. Il termine significa letteralmente “abito coreano”, ma si riferisce in particolare agli indumenti indossati a partire dal periodo dei Tre Regni (57 a.C.–668 d.C.). Pur con alcune variazioni, i primi hanbok erano composti da jeogori (una giacca chiusa con lacci), chima (gonna) e baji (pantaloni). Mentre i coreani più ricchi indossavano hanbok ricamati realizzati in un tessuto chiamato ramia, la maggior parte della popolazione utilizzava semplici capi in cotone bianco. Quando i colonizzatori giapponesi interpretarono l’uso del bianco come simbolo di resistenza, i coreani continuarono a indossare hanbok bianchi proprio come forma di protesta (molti si definivano baegui minjok, ovvero “il popolo vestito di bianco”).

Con la diffusione degli stili occidentali e l’apertura internazionale nella seconda metà del XX secolo, nacque il timore che l’hanbok potesse scomparire. Per contrastare questo rischio, nel 1996 il governo istituì il 21 ottobre come Giornata Nazionale dell’Hanbok. Da allora, versioni moderne—con gonne più corte e motivi contemporanei—create da designer come Lee Young-hee si sono diffuse, mentre gli hanbok tradizionali continuano a essere indossati durante matrimoni e festività.

APPRONDIMENTO: Scopriamo tutto sull’HANBOK!

A differenza di altri celebri indumenti storici asiatici, come il kimono, l’hanbok non indica un capo specifico o uno stile preciso. Piuttosto, si riferisce all’insieme di tutti gli abiti tradizionali coreani, e l’introduzione di questo termine serviva proprio a distinguere questo stile tradizionale dai moderni abiti occidentali che iniziavano a entrare nella vita quotidiana dei coreani. Fino a poco più di un secolo fa, l’hanbok era l’abbigliamento quotidiano dei coreani, ma ancora oggi rimane un elemento fondamentale della vita e della cultura coreana. Sebbene oggi sia raramente indossato tutti i giorni, molte persone lo scelgono per occasioni speciali, come matrimoni, primi compleanni e funerali.

Negli ultimi anni, il governo coreano, insieme a numerosi designer e celebrità, ha promosso il ritorno dell’hanbok come abbigliamento piacevole da indossare ogni giorno, e non solo come l’abito rigido e formale in cui si è trasformato nel tempo. Per comprenderne davvero l’importanza per i coreani, è però necessario ripercorrerne la storia.

Periodo dei Tre Regni

Le prime testimonianze visive dell’hanbok risalgono al Periodo dei Tre Regni (57 a.C. – 668 d.C.), quando la penisola coreana era divisa in tre regni: Silla, Goguryeo e Baekje. In questo periodo si delineano le origini dell’hanbok così come lo conosciamo oggi: una struttura di base che è rimasta pressoché invariata fino ai giorni nostri. Essa è composta da due elementi principali: nella parte superiore il jeogori, una giacca con chiusura incrociata sul davanti; nella parte inferiore, il baji (pantaloni ampi e morbidi, legati alla caviglia con un cordoncino chiamato daenim) oppure il chima (una lunga gonna fluida). Entrambi i capi inferiori erano indossati sia da uomini che da donne, ma era più comune che gli uomini portassero i baji e le donne il chima.

Sebbene in questo periodo gli abitanti dei tre regni indossassero hanbok molto simili tra loro, esistevano alcune differenze. Si ritiene che il Regno di Goguryeo avesse abiti simili a quelli di Baekje, di cui conosciamo qualcosa in più. Il re di Baekje, ad esempio, indossava un jeogori viola con baji di seta blu, una cintura in pelle bianca, un copricapo in pelle nera o dorata e scarpe in pelle nera. I funzionari di corte di Baekje portavano cinture colorate (gakdae) per indicare il proprio rango. Inoltre, l’hanbok di Baekje presentava ricami elaborati ed era più decorativo rispetto a quello di Silla, che risultava generalmente più semplice, pur utilizzando i colori per distinguere i diversi ranghi. Il regno di Silla, che intratteneva rapporti molto stretti con la Cina della dinastia Tang, presentava abiti molto simili a quelli cinesi ed era, tra i tre regni, quello con l’hanbok più essenziale.

DINASTIA GORYEO

Il regno di Silla riuscì infine a unificare la penisola coreana, conquistando Baekje e Goguryeo con l’aiuto della Cina della dinastia Tang. Di conseguenza, lo stile di hanbok diffuso a Silla continuò a essere indossato anche durante la dinastia Goryeo (935–1392).

Durante questo periodo di prosperità e intensificazione dei commerci, l’hanbok tornò a diventare più elaborato, mentre i colori continuarono a rappresentare un importante indicatore di rango e status. I funzionari di corte, soprattutto nella fase iniziale, erano tenuti a indossare viola (colore rimasto associato alla regalità), rosso e verde.

Con il tempo, gli abiti vennero ulteriormente arricchiti grazie all’uso di fili d’oro, d’argento o di rame intrecciati nel tessuto per creare motivi complessi e raffinati, mentre i colori intensi e vivaci divennero sempre più diffusi.

La Corea della dinastia Goryeo era uno Stato buddhista, e l’influenza dell’arte buddhista è chiaramente visibile nelle decorazioni e nello stile dell’hanbok di questo periodo. I due elementi principali, jeogori e baji/chima, rimasero la base dell’abbigliamento, ma aumentò la libertà nel modo in cui venivano indossati e sovrapposti.

Un’altra importante influenza sull’hanbok di questo periodo provenne dai Mongoli. Dopo una serie di invasioni da parte dell’Impero Mongolo, al quale la Corea dovette pagare tributo tra il 1259 e il 1356, la moda di corte iniziò a cambiare: il jeogori divenne più corto e le maniche assunsero una forma curva tipica dello stile mongolo. Nonostante ciò, l’abbigliamento della maggior parte della popolazione rimase sostanzialmente invariato.


DINASTIA JOSEON

Con l’ingresso nella dinastia Joseon, la più longeva nella storia coreana (1392–1897), l’hanbok aveva subito relativamente pochi cambiamenti rispetto al periodo dei Tre Regni.

La differenza più significativa tra Goryeo e Joseon, dal punto di vista dell’abbigliamento, fu il passaggio da uno Stato buddhista a uno confuciano. Questo cambiamento ebbe un impatto profondo sullo sviluppo dell’hanbok, portando alla nascita della forma più simile a quella moderna.

I principi confuciani alla base della società Joseon influenzarono fortemente l’abbigliamento, soprattutto per due aspetti: l’importanza di mantenere i ruoli sociali per garantire l’armonia collettiva e il tabù per le donne di mostrare la pelle o la forma del corpo attraverso i vestiti.

La necessità di distinguere visibilmente lo status sociale, già presente nei periodi precedenti, raggiunse nuovi livelli. Colore, tessuto, forma e decorazione — o una combinazione di questi elementi — diventavano indicatori precisi del rango di una persona.

I bambini indossavano spesso colori vivaci, mentre uomini e donne di mezza età preferivano tonalità più sobrie. Le madri vestivano generalmente in blu scuro e bianco, mentre le donne non sposate indossavano spesso jeogori gialli e chima rossi. Tuttavia, questi colori brillanti erano per lo più riservati alle classi medio-alte.

Le classi lavoratrici, invece, indossavano generalmente abiti bianchi, soprattutto nella fase finale della dinastia Joseon e durante l’occupazione giapponese, quando il divieto di indossare il bianco (ritenuto poco igienico) trasformò questo colore in un simbolo di resistenza silenziosa.

Anche i materiali distinguevano le classi sociali: mentre la maggior parte delle persone indossava abiti in cotone, le classi più elevate utilizzavano tessuti come ramia o seta.

L’abbigliamento maschile rimase relativamente stabile nella forma durante tutta la dinastia, mentre quello femminile subì cambiamenti significativi: il jeogori si accorciò progressivamente, passando da circa 60 cm a soli 20 cm all’inizio del XX secolo, accompagnato da chima sempre più alte. Le donne dell’alta società indossavano gonne più voluminose per sottolineare il proprio status.

Ai vertici della società, la famiglia reale e la corte sfoggiavano abiti ancora più ricchi, caratterizzati da colori brillanti e tessuti preziosi. Anche qui esistevano codici molto precisi: il drago era simbolo esclusivo del re (con cinque artigli) e del suo erede (con quattro), mentre la regina era associata alla fenice. Le principesse e le consorti reali indossavano motivi floreali, mentre gli altri funzionari di corte portavano simboli animali — come tigri, oche e gru — legati al loro ruolo.

Molti di questi abiti differivano leggermente dalla combinazione classica di jeogori e chima: capi specifici come il jobok rosso, il dallyeong nero e il sim-ui bianco erano riservati a determinate categorie (funzionari, studiosi confuciani, ufficiali governativi) e a occasioni particolari.

Anche le persone comuni, durante eventi speciali, potevano indossare abiti più decorati ispirati alla moda di corte, spesso realizzati in seta, sebbene con tonalità più tenui rispetto a quelle della nobiltà.

Verso la fine della dinastia Joseon, mentre il Giappone si avvicinava all’annessione e alla colonizzazione della Corea, l’influenza occidentale iniziò a farsi sentire: completi e abiti in stile occidentale divennero sempre più popolari.

Le riforme dell’abbigliamento introdussero uniformi occidentali per esercito e polizia, e lo stesso re Gojong — poi imperatore — adottò l’abbigliamento militare occidentale. Questa scelta contribuì a far percepire gli abiti occidentali come simbolo di alto status, spingendo molti uomini delle classi elevate ad abbandonare l’hanbok in favore del completo, mentre la maggior parte delle donne continuò a indossarlo.

Lo sapevi? Una parte dell’abbigliamento tradizionale coreano che forse non ti aspetteresti essere così ricca di folklore e valore artistico, soprattutto tra le classi più elevate, sono le yosul beoseon, letteralmente “calzini magici”. Le beoseon si svilupparono durante il Periodo dei Tre Regni, quando venivano realizzate in cotone o seta. Grazie alla loro forma distintiva, ai molteplici strati di fodera o imbottitura che le rendevano calde e confortevoli, e ai raffinati ricami decorativi, divennero un elemento essenziale dell’hanbok. Ciò che le rende davvero speciali, però, è il loro significato simbolico e i loro usi tradizionali come portafortuna. Durante la dinastia Joseon, le donne di casa prendevano le misure dei piedi di ogni membro della famiglia e realizzavano beoseon su misura. Conservavano poi questi modelli in una piccola borsa decorata con motivi floreali considerati propizi, come crisantemi e peonie. Si credeva che questo gesto portasse fortuna, ricchezza e lunga vita. Le donne partecipavano anche al rituale del dongjiheonmal, durante il quale confezionavano beoseon per la famiglia del marito all’inizio dell’inverno, con l’intento di augurare longevità e fertilità. In alcuni casi, queste calze venivano persino appese a vasi di terracotta tramite catene d’oro per scacciare gli spiriti maligni — dei veri e propri “calzini magici”.

XX SECOLO E OLTRE

Dopo che il re Gojong adottò l’abbigliamento militare occidentale, il successivo regime coloniale giapponese promosse l’uso degli abiti occidentali come parte della sua campagna di modernizzazione. Tuttavia, il costo elevato di completi e vestiti fece sì che solo i giapponesi e i coreani più ricchi potessero permetterseli. I coreani meno abbienti, i cui abiti erano tradizionalmente realizzati in casa, continuarono quindi a indossare l’hanbok.

Questo portò a un’associazione sempre più radicata: gli abiti occidentali venivano visti come simbolo di ricchezza e modernità, mentre l’hanbok veniva percepito come espressione di povertà e arretratezza. Una visione che continuò a persistere anche dopo la liberazione della Corea e la Guerra di Corea.

Tra gli anni ’70 e ’80, però, l’hanbok iniziò a vivere una sorta di rinascita come abito cerimoniale per occasioni speciali. I coreani tornarono a indossarlo durante eventi importanti come matrimoni, primi compleanni e il Capodanno Lunare.

Più recentemente, con l’ascesa della Hallyu, l’hanbok ha conosciuto una nuova fase di valorizzazione. Nel 1996, il governo coreano ha cercato di rilanciare l’hanbok moderno come parte di questa ondata culturale, istituendo il 21 ottobre come Hanbok Day, dedicato alla tradizione della creazione e dell’uso degli abiti tradizionali.

Negli anni successivi, questa spinta è stata raccolta anche dal mondo della moda. Designer coreani come Lee Young-hee, Youngjin Kim, Park Seon-ok e Hwang Yi-seul hanno portato versioni moderne dell’hanbok sulle passerelle. Anche stilisti occidentali, come Karl Lagerfeld, hanno tratto ispirazione da questi capi.

Un altro grande impulso alla diffusione dell’hanbok arriva dalla sua crescente presenza nel K-pop. Alcuni dei gruppi più famosi al mondo, tra cui BTS, BLACKPINK, Stray Kids e TWICE, hanno indossato hanbok o sue reinterpretazioni nei loro video musicali.

Questa esposizione globale senza precedenti ha portato sempre più attenzione verso questo stile, contribuendo alla sua diffusione e al suo ritorno — in alcuni casi — anche come abbigliamento quotidiano.

Evoluzione dello stile

Dopo la Seconda guerra mondiale, l’abbigliamento semplice continuava a predominare, poiché la priorità era la ripresa economica e lo sfarzo veniva visto come una spesa superflua. Tuttavia, negli anni ’80, l’aumento del PIL e l’esposizione alla moda globale attraverso la televisione a colori ampliarono notevolmente il gusto estetico.

Le Olimpiadi di Seul del 1988 segnarono poi un momento di svolta, con l’arrivo di numerosi turisti che portarono nuovi stili internazionali nel Paese. I capi firmati indossati dalle celebrità divennero oggetti di desiderio, mentre l’abbigliamento sportivo colorato di marchi come Nike conquistò il mercato. I giovani iniziarono a ribellarsi alla mentalità parsimoniosa dei genitori, personalizzando le uniformi scolastiche obbligatorie con scarpe sportive e zaini all’ultima moda.

Negli anni ’90 si assistette a un’esplosione di street style vivace e creativo. Il quartiere di Gangnam, a Seul, divenne il centro di questa trasformazione, grazie anche alla cosiddetta “Orange Tribe” (Orenji-jok), un gruppo di studenti benestanti influenzati dai brand stranieri e dalla crescente diffusione della cultura pop, che promuovevano stili di lusso provenienti sia dagli Stati Uniti sia dal Giappone.

Oggi la Seoul Fashion Week è uno degli appuntamenti più attesi in Asia, con designer innovativi che fondono stili globali e tradizione. In una società in continua e rapidissima evoluzione, anche l’osservatore più attento potrebbe faticare a stare al passo con il ritmo vertiginoso della moda coreana.

Designer chiave - I più creativi innovatori della moda coreana stanno reinterpretando gli stili globali e dando vita a nuove tendenze.

André Kim
Primo designer uomo della Corea, era specializzato in abiti da sera e progettò anche le uniformi per le Olimpiadi del 1988.

Jin Teok
Nel 1965 lanciò il marchio di moda femminile Francoise e nel 1990 fondò la Seoul Fashion Artist Association.

Woo Youngmi
Una delle designer coreane più riconosciute a livello internazionale, è stata la prima coreana ad essere ammessa alla French Fashion Association.

Steve Jung e Yoni Pai
Questa coppia ha lanciato nel 2015 il brand di streetwear contemporaneo SJYP, con un’attenzione particolare al denim innovativo.

E forse è proprio questo il filo invisibile che lega ogni pagina, ogni racconto e ogni tessuto: il bisogno di esprimere, raccontare, lasciare un segno. La Corea non è solo ciò che si legge o si indossa, ma anche ciò che si mette in scena, ciò che prende forma davanti agli occhi e si trasforma in emozione condivisa.  Nella prossima — e ultima — parte di questa sezione di Benvenuti in Korea, entreremo nel cuore delle arti performative e dell’arte coreana in tutte le sue forme: tra teatro, musica, tradizione e sperimentazione... Il viaggio continua!

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