Dopo aver attraversato la Corea del Sud attraverso la sua topografia, le province e le città che ne definiscono l’ossatura geografica, questa seconda parte sposta lo sguardo verso i suoi margini: le coste, le isole e il mare. È lungo questi confini fluidi, dove la terra incontra l’acqua e il tempo segue il ritmo delle maree, che il Paese rivela forse il volto più silenzioso e profondo della propria identità.
Se c’è un luogo in cui la Corea del Sud incarna davvero il soprannome di “Paese del Calmo Mattino”, è lungo i suoi circa 1.499 miglia (2.413 km) di costa, dove il flusso e riflusso delle maree scandisce ancora la vita quotidiana.
La penisola coreana si distende tra la Cina e il Giappone, separando le acque del Mar Giallo e del Mar Orientale. Le sue coste presentano una sorprendente varietà di forme: quella orientale si sviluppa come una lunga e relativamente uniforme curva che dal confine con la Corea del Nord scende fino a Busan, mentre le coste occidentali e meridionali sembrano quasi dissolversi nel mare, frammentandosi in una miriade di baie pittoresche e isole disseminate lungo l’orizzonte.
Lungo la costa, tutto è guidato dagli elementi. Le maree temperate e l’alternarsi delle stagioni scandiscono il ritmo delle giornate, con molte attività lavorative legate all’industria alimentare e al turismo, e abitazioni spesso costruite in prossimità di estuari e piane di marea. L’influenza dell’acqua sulla vita quotidiana è particolarmente evidente lungo i tratti settentrionali della costa orientale: le lunghe spiagge sabbiose di Naksan e Gyeongpo sono mete turistiche molto amate, mentre Yangyang si è affermata come centro della cultura del surf. All’estremità opposta della costa, invece, industrie come la cantieristica navale hanno favorito la crescita di Ulsan e di altre città chiave.
Sebbene ampie porzioni del litorale siano fortemente sviluppate, vaste aree restano sorprendentemente fedeli al paesaggio originario. La costa occidentale è forse il tratto più spettacolare della Corea: un ambiente fatto di meraviglie geologiche, maree imponenti e correnti insidiose. Quando l’acqua si ritira, emergono grotte marine nascoste, come quelle lungo la penisola di Byeonsan, una costa segnata da giunti colonnari, scogliere drammatiche e pendii sormontati da fitte distese di bambù.
La costa meridionale, invece, si distingue per una successione di penisole che si protendono nel mare ed è lo scenario di alcune delle città più affascinanti del Paese, tra cui Yeosu e Tongyeong.
Oltre alla bellezza naturale, le acque costiere della Corea del Sud rappresentano una risorsa alimentare fondamentale. La pesca ha da sempre svolto un ruolo centrale nell’economia della costa orientale, con mari che forniscono calamari, sgombri e granchi — pilastri della dieta coreana. Ancora oggi le barche attraccano in porti come Pohang, dove i mercati offrono il pescato del giorno insieme al mulhoe, una zuppa fredda preparata con il pesce disponibile in maggiore abbondanza in quel periodo.
In molte aree della costa occidentale, la bassa marea scopre ampie distese fangose, permettendo agli abitanti di indossare stivali di gomma e raccogliere vongole e gamtae, una delicata varietà di alga lasciata dall’oceano al suo ritiro.
Nel sud, invece, le temperature miti e le brezze marine danno origine a una regione agricola particolarmente generosa. Il cavolo e le patate dolci di Haenam, lo yuja (yuzu) dorato di Goheung e le specialità locali di Namhae testimoniano una cucina profondamente legata al territorio, in cui mare e terra si incontrano e si completano.
Al largo, la Corea conta oltre 3.000 isole. Le temperature miti, i paesaggi spettacolari e la presenza di due parchi nazionali rendono le isole meridionali — così numerose da sembrare incalcolabili — mete particolarmente amate per le vacanze. L’isola più grande e popolosa, Jeju, si trova a circa 52 miglia (83 km) al largo della costa meridionale, con il vulcano Hallasan che si erge al centro del suo territorio.
Non sorprende che Jeju sia sempre stata, in qualche misura, separata dal resto della Corea, sviluppando una cultura e un dialetto propri. Un tempo prevalentemente agricola, l’isola è diventata negli ultimi decenni una destinazione turistica internazionale, con ristoranti alla moda e grandi resort che ne stanno progressivamente trasformando il volto.
Lungo le coste vulcaniche dell’Isola di Jeju, un fischio ipnotico attraversa le onde. Questi suoni melodiosi, chiamati sumbisori, fanno parte dell’antica tecnica di respirazione utilizzata dalle haenyeo, le celebri donne pescatrici subacquee di Jeju, che si immergono in profondità per raccogliere risorse marine. Senza l’ausilio di bombole d’ossigeno e indossando solo mute, maschere e pinne, queste donne emettono il sumbisori a ogni risalita, dopo aver trattenuto il respiro durante immersioni che raggiungono spesso i 33 piedi, circa 10 metri di profondità.
Raro esempio di struttura matriarcale nella società coreana, queste “Madri del Mare” rappresentano un pilastro della comunità di Jeju fin dal XVII secolo. Con gli uomini spesso lontani o scomparsi a causa delle guerre o della pesca d’altura, furono le donne a diventare le principali fonti di sostentamento delle famiglie, e migliaia intrapresero questa professione, trasformandola in una colonna portante dell’economia locale.
Si tratta di un lavoro estremamente duro. Quando le condizioni meteorologiche lo permettono, le haenyeo — molte delle quali hanno più di sessant’anni, e alcune superano persino gli ottanta — possono lavorare fino a sette ore al giorno per circa novanta giorni all’anno. Vivono costantemente sul confine tra la vita e la morte; non a caso, prima di ogni immersione sono frequenti le preghiere per la sicurezza e per un buon raccolto. Eppure, per loro non è soltanto un mestiere: è una vocazione profondamente radicata nella comunità. Le bambine iniziano ad allenarsi accanto a madri e nonne già intorno agli otto anni, apprendendo una tecnica respiratoria tramandata di generazione in generazione per secoli.
Sebbene i metodi di pesca moderni e le nuove opportunità lavorative abbiano ridotto il numero delle haenyeo, questa tradizione è stata riconosciuta nel 2016 come Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità dall’UNESCO e continua a rappresentare uno dei simboli più autentici e distintivi dell’identità di Jeju.
Tra le numerose altre isole coreane, merita una menzione anche Tinyedo, interamente trasformata in un giardino ispirato allo stile mediterraneo. Se le coste occidentali e meridionali sembrano disseminate di isole in numero infinito, la costa orientale ne è invece più povera. Qui spicca l’avamposto remoto di Ulleungdo, che ospita circa 10.000 abitanti, molti dei quali vivono in piccoli villaggi di pescatori; di notte, dalla riva, è possibile scorgere le luci delle barche impegnate nella pesca dei calamari.
Per la maggior parte delle persone, le isole coreane rappresentano una pausa dalla vita quotidiana — luoghi ideali per una luna di miele o per trascorrere giornate dedicate al surf. Eppure, per chi le abita, esse sono semplicemente la normalità: spazi in cui il tempo continua a scorrere seguendo il ritmo delle maree.
Le spiagge della Corea
Le spiagge della Corea portano una ventata di energia a una costa per lo più tranquilla, trasformandosi in spazi di socialità, sport e cultura stagionale.
- Haeundae - Circondata da bar, ristoranti e locali, la spiaggia più popolare della Corea, situata nella città meridionale di Busan, è il luogo dove vedere ed essere visti, soprattutto durante l’estate.
- Jungmun Saekdal - Sulla costa meridionale dell’Isola di Jeju, questa spiaggia è incorniciata da scogliere vulcaniche nere ed è una meta molto apprezzata per gli sport acquatici.
- Naksan - Questo tratto uniforme di sabbia dorata, nella provincia di Gangwon, è celebre per le sue albe spettacolari e per la presenza di numerosi caffè e ristoranti di qualità.
- Daecheon - Sede del celebre Boryeong Mud Festival, Daecheon è la spiaggia più grande della costa occidentale: lunga circa 2,7 miglia (3,5 km) e larga 328 piedi (100 metri).
- Ingu - Sulla costa orientale, questa spiaggia dall’atmosfera rilassata è il punto di riferimento per i giovani coreani, che qui praticano surf di giorno e organizzano grigliate sulla spiaggia la sera.
A lungo conosciuta come il Regno Eremita, la Corea si è sviluppata nel tempo in modo silenzioso, assorbendo influenze esterne e rispondendo con innovazioni proprie, capaci in più occasioni di lasciare un segno duraturo nella storia mondiale.
La storia più antica della Corea è complessa e segnata da migrazioni di tribù nomadi e da continui scontri tra regni. Le prime popolazioni umane giunsero nella penisola dalla Siberia circa 40.000 anni fa. Il primo regno, Gojoseon, secondo la tradizione fu fondato nel 2333 a.C. Situato in un’area geograficamente prossima all’attuale provincia cinese del Liaoning, Gojoseon prosperò per secoli sotto un sistema di governo autonomo, fino al 194 a.C., quando venne rovesciato da Wi Man, ex comandante militare di origine cinese. Sfruttando la vicinanza con la Cina, Wi Man ampliò il territorio del regno, provocando però la reazione della dinastia Han.
Nonostante una prima resistenza alle offensive degli Han, Gojoseon crollò nel 108 a.C. e, nel vuoto di potere che ne seguì, emersero nuovi regni. Il più vasto e potente fu Goguryeo (37 a.C.–668 d.C.), che fece della forza militare il proprio strumento di espansione, estendendo i suoi confini a nord nell’attuale Manciuria e a sud fino alla moderna provincia di Gangwon. Fu proprio attraverso Goguryeo che Confucianesimo e Buddhismo giunsero dalla Cina nella penisola coreana.
Nel sud si sviluppò Baekje (18 a.C.–660 d.C.), un regno raffinato che trasse profonda ispirazione dalla cultura cinese, soprattutto nelle arti e nell’architettura. Il terzo grande regno, Silla (57 a.C.–935 d.C.), aveva la propria capitale nel sud-est, nell’odierna Gyeongju. Costretta a difendersi dagli attacchi dei regni confinanti, Silla instaurò relazioni diplomatiche con la dinastia Tang, che esercitava una forte influenza sulla penisola attraverso la religione e le arti, dando vita a un’alleanza strategica.
Questa alleanza, tuttavia, non fu priva di ambiguità. I Tang tentarono infatti di stabilire colonie sul territorio coreano, dando origine a lunghi conflitti. Dopo anni di scontri per respingere le truppe cinesi, Silla riuscì infine a prevalere e, nel 676, portò all’unificazione della penisola coreana, aprendo una nuova fase della sua storia.
Durato fino al 935, il periodo di Silla Unificata fu un’autentica età dell’oro, segnata da intensi scambi culturali lungo la Via della Seta e attraverso le rotte commerciali dell’Asia orientale. Verso la fine dell’VIII secolo, tuttavia, lotte di potere interne e rivolte iniziarono a indebolire l’autorità di Silla. In questo contesto frammentato, mentre prendevano forma stati separatisti, il comandante militare Wang Geon si affermò grazie alle sue campagne militari e alla generosità dimostrata verso la popolazione. Nel 913 fu nominato Primo Ministro dello stato di Taebong e, entro il 918, riuscì a prendere il controllo — con l’appoggio di quattro generali — di quasi tutta la penisola coreana.
Per il nuovo regno, Wang Geon scelse il nome Goryeo, in omaggio a Goguryeo. Fu l’esploratore e scrittore Marco Polo a far conoscere questo nome in Europa, dal quale deriva l’inglese Korea.
Nel 1231, i Mongoli invasero Goryeo. La corte reale si trasferì sull’isola di Ganghwado, mentre la popolazione cercò rifugio su isole e in fortezze interne. Sebbene la resistenza fosse progressivamente fiaccata e il regno divenisse uno stato vassallo, Goryeo riuscì a riconquistare una certa autonomia a metà del XIV secolo, espandendo lentamente il proprio territorio.
Goryeo giunse ufficialmente al termine nel 1392, quando il generale Lee Seong-gye si rifiutò di obbedire all’ordine di attaccare la dinastia Ming e attuò un colpo di Stato. Divenuto sovrano con il nome di Re Taejo, Lee fondò il regno di Joseon e trasferì la capitale a Seoul, ponendo le basi per una nuova e duratura fase della storia coreana.
La dinastia Joseon fu la più longeva della storia coreana (1392–1910) e aderì con grande rigore all’ideologia Confucianesimo, che ancora oggi permea profondamente la società coreana. Fu in questo periodo che prese forma la Corea moderna, anche grazie a una serie di riforme culturali, scientifiche e amministrative promosse dal rispettato Re Sejong il Grande (1397–1450).
Alla fine del XVI secolo, il Giappone, da poco unificato sotto la guida del leader militare Toyotomi Hideyoshi, intraprese una politica espansionistica. La Corea — ritenuta facile da conquistare per le sue dimensioni e la sua posizione geografica — divenne un obiettivo strategico e, nel 1592, le truppe giapponesi invasero la penisola, dando inizio alle guerre Imjin, un conflitto durato sei anni. Quando Joseon riuscì infine a respingere gli invasori, centinaia di migliaia di civili e soldati avevano perso la vita e il Paese risultava profondamente devastato.
Per un periodo successivo al conflitto, Joseon adottò una politica di forte chiusura verso l’esterno, limitando i contatti con l’Occidente e guadagnandosi il soprannome di Regno Eremita. Il declino del regno divenne però evidente a partire dal 1862, quando lotte tra fazioni e diffuse rivolte contadine indebolirono l’autorità centrale, sfociando nel movimento Donghak. Il Giappone — avversario ricorrente della Corea nel corso della sua storia — sfruttò questa instabilità come pretesto per inviare migliaia di soldati nella penisola, avviando il processo che avrebbe progressivamente condotto alla perdita della sovranità coreana.
Tra le minacce percepite durante il periodo dinastia Joseon vi fu il Cattolicesimo, introdotto in Corea alla fine del XVIII secolo attraverso studiosi e funzionari coreani di ritorno dalla Cina. La nuova religione fu giudicata incompatibile con il neo-confucianesimo di Stato e percepita come una minaccia all’ordine sociale, in quanto metteva in discussione la rigida gerarchia su cui si fondava la società di Joseon.
Per questo motivo, le autorità avviarono dure persecuzioni che portarono all’esecuzione di fino a 10.000 cattolici coreani, colpevoli di aderire a una fede considerata sovversiva.
Nonostante la repressione, il Cattolicesimo sopravvisse in forma clandestina e venne infine riconosciuto ufficialmente nel 1886, segnando un primo, significativo allentamento dell’isolamento religioso del regno.
Il regno del sovrano studioso di Joseon, Sejong il Grande, rappresentò uno dei momenti di massimo splendore per la scienza, la tecnologia e la cultura coreane. Durante il suo governo vennero promossi numerosi progetti innovativi, molti dei quali ebbero un impatto duraturo sulla società.
- 1395 - Viene commissionata la seconda carta astronomica più antica al mondo ancora esistente, raffigurante 1.467 stelle.
- 1429 - Viene redatto il primo trattato coreano sulle tecniche agricole, il Nongsajikseol.
- 1433 - La medicina coreana compie un ulteriore passo avanti con la pubblicazione del trattato Hyangyakjipseongbang, dedicato all’uso dei rimedi tradizionali locali.
- 1434 - Viene costruito l’orologio ad acqua Borugak Jagyeongnu, in grado di segnalare il passare delle ore attraverso complessi meccanismi e strumenti musicali.
- 1437 - Vengono inventate diverse tipologie di meridiane, tra cui la meridiana a perle sospese e la meridiana a calderone, migliorando la misurazione del tempo.
- 1442 - Viene progettato il pluviometro cheugugi, che consente di stimare la quantità di pioggia e prevedere la resa potenziale dei raccolti.
- 1443 - Il re Sejong guida la creazione di un alfabeto fonetico per la lingua coreana, oggi conosciuto come Hangeul, destinato a rivoluzionare l’alfabetizzazione del Paese.
- 1447 - Viene ideato il sistema di notazione musicale Jeongganbo, utilizzato per registrare in modo preciso ritmo e altezza dei suoni.
- 1448 - Viene sviluppato il singijeon, un’arma avanzata capace di scagliare decine di frecce simultaneamente.
Verso la fine del XIX secolo, il regno di Joseon faticò sempre più a rispondere a un mondo in rapido mutamento e a nuovi equilibri di potere. Spesso descritta come un “gambero tra le balene”, la Corea si ritrovò a essere una pedina nei giochi delle grandi potenze regionali. L’invasione giapponese fu preceduta e innescata da due conflitti combattuti sul territorio coreano: la guerra sino-giapponese (1894–1895) e la guerra russo-giapponese (1904–1905). Il Giappone ne uscì vincitore, ponendo ufficialmente fine alla dinastia Joseon nel 1910, dopo che negli ultimi tredici anni della sua esistenza il regno era stato ribattezzato Impero coreano.
Il periodo coloniale giapponese che seguì fu estremamente doloroso per il popolo coreano. Il Giappone sfruttò sistematicamente le risorse e la forza lavoro della penisola, tentando al contempo di cancellarne l’identità nazionale. I tentativi di resistenza e di affermazione dell’indipendenza vennero repressi con violenza, in particolare durante il Movimento del Primo Marzo del 1919, che rappresentò la più grande manifestazione di dissenso collettivo di quegli anni.
La situazione peggiorò ulteriormente con lo scoppio della Seconda guerra mondiale. In questo periodo, il Giappone intensificò i tentativi di sopprimere completamente l’identità nazionale e l’espressione religiosa coreana: i coreani furono costretti ad adottare nomi giapponesi, a praticare il culto nei santuari shintoisti e migliaia di donne vennero ridotte in schiavitù sessuale, in uno degli aspetti più traumatici e duraturi dell’eredità coloniale.
Nel 1945, il Giappone si arrese e la Seconda guerra mondiale giunse al termine. Dopo trentacinque anni di colonizzazione giapponese, la Corea fu liberata, ma quella libertà si rivelò fragile. Un accordo politico stabilì che la Corea del Nord sarebbe stata occupata dall’Unione Sovietica, mentre la Corea del Sud dagli Stati Uniti. La divisione, inizialmente concepita come temporanea, venne tracciata lungo il 38° parallelo e portò alla creazione della Repubblica Popolare Democratica di Corea e della Repubblica di Corea. Nel 1953 venne istituita una zona a controllo ristretto, la Zona Demilitarizzata coreana (DMZ).
Nel 1948, la Corea del Nord fu guidata dall’ex guerrigliero anti-giapponese Kim Il-sung, mentre la Corea del Sud venne affidata a Syngman Rhee, educato negli Stati Uniti ed ex membro del governo coreano in esilio. Il tentativo del Nord di invadere il Sud capitalista per creare uno Stato comunista unificato diede origine alla guerra di Corea (1950–1953). Il Sud fu sostenuto da una coalizione di forze delle Nazioni Unite guidate dagli Stati Uniti, mentre il Nord ricevette l’appoggio sovietico.
Durante il conflitto, gli Stati Uniti sganciarono sulla Corea del Nord circa 635.000 tonnellate di bombe, rendendolo uno dei bombardamenti più intensi mai subiti da un singolo Paese.
Alla fine della guerra, conclusasi in una situazione di stallo, Corea del Nord e Corea del Sud figuravano tra i Paesi più poveri al mondo, con vaste porzioni della popolazione sfollate. Nel Sud, le politiche di riforma del presidente Syngman Rhee furono lente a produrre risultati ed egli arrivò a dichiarare la legge marziale per mantenere il potere. Dopo le proteste studentesche che lo costrinsero all’esilio, il generale Park Chung-hee prese il potere con un colpo di Stato. Pur vincendo una consultazione elettorale nel 1963, Park adottò in seguito metodi autoritari, avviò un piano economico quinquennale e cercò capitali esteri, ponendo le basi per la profonda trasformazione economica che avrebbe segnato la Corea del Sud negli anni successivi.
Con la creazione di grandi conglomerati industriali noti come chaebol, che ricevevano commesse e sostegno diretto dal governo, la Corea del Sud avviò una fase di rapida crescita economica. Per sostenere questo sviluppo era necessaria manodopera a basso costo, e un flusso costante di popolazione rurale si spostò verso i principali centri urbani. La vita cittadina sotto Park Chung-hee era rigidamente controllata, e la Korean Central Intelligence Agency (KCIA) vigilava affinché ogni forma di dissenso venisse soffocata sul nascere. Quando Park fu assassinato nel 1979 proprio dal capo della KCIA, la nazione ne rimase profondamente scossa.
A Park succedette il dittatore Chun Doo-hwan, la cui brutale repressione della Rivolta di Gwangju del 1980 alimentò un diffuso e duraturo malcontento popolare. Mentre il Paese si preparava a ospitare le Olimpiadi estive di Seul 1988, esplosero proteste di massa: una parte significativa della popolazione chiedeva riforme democratiche e, in alcuni casi, il ritiro delle truppe statunitensi. Sotto questa pressione crescente, Chun fu costretto a cedere e ad autorizzare lo svolgimento di elezioni presidenziali.
Quando il voto ebbe luogo nel 1987, due storici attivisti per la democrazia, Kim Young-sam e Kim Dae-jung, insistettero entrambi nel candidarsi. La divisione del voto democratico favorì il candidato sostenuto dal regime, Roh Tae-woo, alleato di Chun. Durante il suo mandato, uomini forti di matrice militare continuarono a esercitare un’influenza significativa sulla politica nazionale per ancora alcuni anni.
I due Kim furono infine eletti in successione, governando il Paese dal 1993 al 2003. I loro governi segnarono una svolta decisiva, trasformando radicalmente il panorama politico della Corea del Sud e consolidando il passaggio verso una democrazia più stabile.
Quando Seul superò Nagoya, in Giappone, nella candidatura per ospitare le Olimpiadi estive di Seul 1988, la Corea del Sud ottenne il riconoscimento di secondo Paese asiatico a organizzare l’evento. I Giochi rappresentarono per la nazione un’occasione cruciale per presentarsi al mondo, mostrando i progressi economici raggiunti e la propria crescente competitività sportiva. L’obiettivo fu pienamente centrato: la Corea del Sud concluse infatti le Olimpiadi al quarto posto nel medagliere per numero di medaglie d’oro, consacrandosi definitivamente come potenza emergente sulla scena internazionale.
Nel 1997, la Corea del Sud si trovò ad affrontare una grave crisi. L’eccessivo ricorso ai prestiti da parte dei grandi conglomerati industriali (chaebol) e del sistema bancario spinse il Paese nella crisi finanziaria asiatica, costringendo decine di chaebol a dichiarare bancarotta e rendendo necessari complessi piani di salvataggio.
In modo forse inatteso, tuttavia, questa fase di difficoltà contribuì anche all’ascesa della Corea come potenza culturale. I forti investimenti e le politiche attive del Ministero della Cultura della Corea del Sud stimolarono il rafforzamento dell’offerta culturale nazionale, gettando le basi per una strategia di lungo periodo.
Fu in questo contesto che prese forma, alla fine degli anni Novanta, la Hallyu — l’Onda Coreana — che iniziò rapidamente a garantire alla Corea una crescente influenza di soft power. Questo straordinario boom culturale, che negli anni successivi ha portato K-pop e K-drama a raggiungere una visibilità globale senza precedenti, ha reso il Paese sempre più centrale per i consumatori culturali di tutto il mondo. Ancora più significativo, ha consentito a una nazione a lungo priva di un reale peso politico internazionale di ritagliarsi un posto stabile sulla scena globale.
Milioni di fan hanno contribuito a un aumento drastico del turismo e a un rafforzamento dell’immagine della Corea all’estero. Al tempo stesso, i prodotti culturali coreani sono diventati così attrattivi anche nella Corea del Nord — un moderno “Regno Eremita” — da essere ufficialmente proibiti, a conferma della loro forza simbolica e del loro potenziale di influenza transnazionale.
Sebbene la Hallyu abbia rappresentato una forza estremamente positiva per l’immagine globale della Corea, ciò non significa che le criticità siano scomparse. La parità di genere nel mondo del lavoro resta un obiettivo ancora lontano, mentre l’elevato indebitamento delle famiglie e i bassissimi tassi di natalità continuano a destare profonda preoccupazione. Eppure, la storia coreana mostra con chiarezza una costante: di fronte alle crisi, la nazione tende a compattarsi.
Dopo essere stata a lungo trascinata e contesa negli equilibri di potere tra Cina, Giappone, Stati Uniti e Russia nel corso dell’ultimo secolo, la Corea è riuscita a ritagliarsi con successo uno spazio tutto suo. Lo ha fatto entrando in una categoria a parte, fondata sulla coltivazione strategica del soft power, sull’innovazione tecnologica e su una determinazione collettiva che, più volte nella sua storia, ha dimostrato di saper trasformare le difficoltà in nuove possibilità.