9 febbraio 2026

BENVENUTI IN KOREA: La colonizzazione della corea

 


Nel precedente articolo di questa serie abbiamo camminato tra i cortili di Gyeongbokgung, seguendo le tracce lasciate da re, regine e funzionari che per secoli lo hanno abitato. Ma a un certo punto, nella storia della Corea, quelle stanze si svuotano, i tetti vengono abbattuti, le pietre dei palazzi reali diventano materiale da cantiere per edifici nuovi, moderni… e soprattutto stranieri. È qui che comincia uno dei capitoli più dolorosi della storia coreana: la colonizzazione giapponese.

In questo articolo non parleremo più di cerimonie di corte e padiglioni sul lago, ma di trattati firmati con le truppe già dentro al palazzo, di imperatori costretti ad abdicare, di un paese trasformato in protettorato e poi annesso contro la propria volontà. Vedremo come il Giappone abbia cercato non solo di controllare il territorio, ma di riscrivere l’identità stessa della Corea: cambiando il nome del paese, cancellando la lingua dalle scuole, bruciando libri di storia, sostituendo religioni, cognomi, perfino i suoni che i bambini potevano pronunciare in classe.

Allo stesso tempo, però, racconteremo anche la resistenza: la Dichiarazione del Primo Marzo, le manifestazioni di massa represse nel sangue, le vite spezzate ma non piegate di chi ha rifiutato di accettare il dominio coloniale. Dalle riforme “educative” di Terauchi alla mobilitazione forzata del lavoro, fino alle “donne di conforto” e alla fine della Seconda guerra mondiale, ripercorreremo trentacinque anni in cui la Corea è stata messa in ginocchio ma non è scomparsa. Perché dietro ogni trattato, ogni numero e ogni data ci sono voci, corpi e memorie che ancora oggi continuano a chiedere di essere ascoltate.

8 febbraio 2026

I palazzi coreani: Gyeongbokgung (1)

Come vi avevo promesso, iniziamo con l’articolo di oggi a parlare dei cinque grandi palazzi coreani, tutti situati a Seul e risalenti alla Dinastia Joseon. Il palazzo da cui partiremo è il più grande e il più famoso: Gyeongbokgung.

Inizialmente avevo pensato di realizzare uno dei miei soliti pezzi, poi però mi sono imbattuta in un sito davvero straordinario — che, tra le altre cose, vi consiglio caldamente di esplorare e che trovate alla fine dell’articolo — in cui sono raccolte tutte, ma proprio tutte, le informazioni più importanti e dettagliate sui palazzi reali coreani.

La risorsa è però disponibile esclusivamente in lingua inglese. Per questo motivo ho deciso di fare qualcosa di diverso dal solito: tradurre per voi le parti più significative e costruirci attorno un articolo. Dunque, per la prima volta dopo tanto tempo, le parole che leggerete non saranno completamente mie, ma traduzioni fedeli e accurate delle informazioni ufficiali.

Credo sinceramente che meglio del sito ufficiale dedicato ai palazzi e alle tombe reali coreane non ci sia nessuno in grado di restituire la bellezza, la complessità e il significato profondo di questi luoghi. È proprio per questo che ho optato per questa scelta, anche se diversa dal mio solito modo di scrivere, e spero che possiate comunque apprezzare il lavoro che c’è dietro.

Detto questo… iniziamo!


Il Palazzo Gyeongbokgung è il palazzo principale della dinastia Joseon, fondato nel 1395 (quarto anno di regno di re Taejo) dopo la nascita della dinastia nel 1392. Alle sue spalle si erge il monte Bugaksan, mentre davanti al Cancello Gwanghwamun, l’ingresso principale del palazzo, si estende l’ampia strada Yukjo. Il nome Gyeongbok significa che “la nuova dinastia godrà di buona sorte e prospererà”. Gyeongbokgung fu inoltre il luogo in cui venne creato e diffuso l’Hunminjeongeum, il sistema di scrittura della lingua coreana.

Il Palazzo Gyeongbokgung venne distrutto durante l’invasione giapponese del 1592 (venticinquesimo anno di regno di re Seonjo). Rimase in rovina per molti anni, fino a quando fu restaurato nel 1867 (quarto anno di regno di re Gojong), 270 anni dopo la fine della guerra. Durante il restauro voluto da re Gojong, il complesso fu ampliato con nuovi edifici, tra cui il Palazzo Geoncheonggung, la Sala Taewonjeon e Jibokjae. In particolare, il Padiglione Okhoru, situato all’interno del Palazzo Geoncheonggung, è il luogo in cui avvenne il tragico episodio dell’assassinio dell’Imperatrice Myeongseong nel 1895.

Il vergognoso Trattato Corea–Giappone del 1910 segnò l’inizio della distruzione sistematica del Palazzo Gyeongbokgung. La maggior parte degli edifici venne demolita per ospitare l’Esposizione Industriale Joseon del 1915. Nel 1926, l’intero palazzo fu letteralmente oscurato dalla costruzione dell’edificio del Governatore Generale di Joseon. Il progetto di restauro del palazzo ebbe inizio negli anni Novanta, e nel 1996 l’edificio del Governatore Generale venne demolito. Le aree attorno al Cancello Heungnyemun, agli alloggi reali, al Palazzo Geoncheonggung, alla Sala Taewonjeon e al Cancello Gwanghwamun sono state restaurate e sono giunte fino a noi nella loro forma attuale.

Cancello Gwanghwamun


Il Cancello Gwanghwamun è l’ingresso principale del Gyeongbokgung. Il nome Gwanghwa significa “influenza virtuosa esercitata dal re”, mentre il suffisso -mun indica semplicemente “cancello”. A differenza dei cancelli principali degli altri palazzi, il Cancello Gwanghwamun presenta un padiglione a doppio tetto che si erge su un’alta base in pietra, una struttura più simile a quella dei cancelli delle fortezze, che gli conferisce un aspetto particolarmente maestoso e solenne.

Il cancello è composto da tre aperture ad arco. Il re attraversava l’arco centrale, mentre il principe ereditario e i funzionari utilizzavano le aperture laterali. All’interno del padiglione era collocata una campana, che serviva ad annunciare il passare del tempo durante la giornata.

Il cancello originale venne spostato a nord del Cancello Geonchunmun quando, durante il periodo coloniale giapponese, fu costruito il quartier generale del Governatorato Generale giapponese in Corea. In seguito, durante la Guerra di Corea, il padiglione del cancello originale venne distrutto dai bombardamenti. Nel 1968, il Cancello Gwanghwamun fu ricollocato nella posizione dell’ingresso principale del palazzo, ma come struttura in cemento, e non in legno come in origine. Solo nel 2010 il cancello è stato finalmente restaurato nella sua forma e collocazione originali, tornando a essere una struttura lignea, fedele all’aspetto storico originario.

Cancello Heungnyemun

Il Cancello Heungnyemun è il cancello interno del Gyeongbokgung. Il nome Heungnye significa “promuovere le buone norme e il decoro”, mentre il suffisso -mun indica “cancello”. In origine il cancello si chiamava Hongnyemun, ma il nome venne cambiato nel 1867, in occasione della ricostruzione del palazzo. Durante il periodo coloniale giapponese, il Cancello Heungnyemun fu demolito per consentire la costruzione del quartier generale del Governatorato Generale giapponese in Corea. Il cancello è stato ricostruito nel 2001, dopo che l’edificio del Governatorato Generale era stato abbattuto nel 1996.

Al centro del cancello scorre il torrente Geumcheon, che scende dal monte Baegaksan, e proprio nel punto centrale del corso d’acqua si trova il Ponte Yeongjegyo. Il ponte ricevette il nome Yeongjegyo durante il regno di re Sejong. Sopravvisse alle invasioni giapponesi della fine del XVI secolo senza subire danni gravi e venne riparato nel 1867, durante la ricostruzione del Palazzo Gyeongbokgung.
Anche il Ponte Yeongjegyo fu demolito insieme al Cancello Heungnyemun durante il periodo coloniale giapponese e restaurato nel 2001, tornando così alla sua forma storica originaria.

Sala Geunjeongjeon e Cancello Geunjeongmun con i corridoi


La Sala Geunjeongjeon è la sala del trono del palazzo, il luogo in cui il re celebrava le cerimonie di incoronazione, concedeva udienze ai funzionari, incontrava gli inviati stranieri e presiedeva le grandi funzioni ufficiali. Il termine Geunjeong significa “lavorare con diligenza e governare con saggezza”, mentre il suffisso -jeon indica “sala”. Si tratta della sala più grande e più solenne del Gyeongbokgung.

L’edificio, a due piani, poggia su una piattaforma a due livelli raggiungibile tramite scalinate in pietra e presenta una struttura interna aperta su un unico grande spazio.

Il cortile antistante, noto come corte reale, è pavimentato con ampie lastre di pietra sottili, come avviene anche negli altri palazzi reali. Al centro si sviluppano tre percorsi, concepiti per esprimere la dignità e la solennità del palazzo. Nel cortile sono inoltre presenti pilastri in pietra che indicavano la posizione dei funzionari statali in base al loro rango.
Agli angoli delle fondamenta e lungo le balaustre delle scale si trovano sculture raffiguranti i guardiani delle quattro direzioni cardinali, i dodici segni zodiacali e le ventotto costellazioni.

All’interno, il pavimento è composto da grandi blocchi quadrati, mentre il trono è collocato al centro del lato nord della sala. Alle sue spalle si erge un paravento dipinto con il sole, la luna e una montagna a cinque cime, simboli dell’autorità regale. Il soffitto è decorato da una coppia di draghi scolpiti, emblema del potere del sovrano.

Il Cancello Geunjeongmun si trova a sud della Sala Geunjeongjeon ed è circondato da corridoi colonnati. Presso la Sala Geunjeongjeon furono incoronati i re Jeongjong, Sejong, Sejo, Jungjong e Seonjo, mentre i re Danjong, Seongjong e Myeongjong furono incoronati al Cancello Geunjeongmun.

Sala Sajeongjeon

Il termine Sajeong significa “riflettere su un buon governo”, mentre il suffisso -jeon indica “sala”. La Sala Sajeongjeon svolgeva la funzione di sala del consiglio, dove il re discuteva regolarmente gli affari di Stato con i funzionari di corte. Qui si tenevano i briefing mattutini, le riunioni e le principali funzioni reali legate all’amministrazione del regno. Il trono è collocato all’interno della sala, come nella Sala Geunjeongjeon, e alle sue spalle si trova un paravento dipinto con il sole, la luna e una montagna a cinque cime, simboli dell’autorità reale.

Le due sale ausiliarie situate a sinistra e a destra, la Sala Manchunjeon e la Sala Cheonchujeon, sono dotate di condotti di riscaldamento sotto il pavimento. Si presume che questi edifici fossero utilizzati in tutte e quattro le stagioni. In origine, i tre edifici erano progettati per essere collegati tra loro da corridoi, ma vennero separati durante il regno di re Gojong.

Sala Sujeongjeon

Il termine Sujeong significa “attuare una buona politica”, mentre il suffisso -jeon indica “sala”. La Sala Sujeongjeon svolse la funzione di sala del consiglio durante il regno di re Gojong. L’edificio fu costruito proprio in quel periodo, in occasione della ricostruzione del palazzo.

Durante la Riforma Gabo del 1894 (trentunesimo anno di regno di re Gojong), la Camera deliberativa (Gunguk Gimucheo) ebbe sede in questo edificio. Successivamente, la sala venne utilizzata come sede del consiglio del gabinetto.

La Sala Sujeongjeon è inoltre il luogo in cui, agli inizi della dinastia Joseon, si trovava la Jiphyeonjeon. Proprio qui, durante il regno di re Sejong, venne ideato l’Hunminjeongeum, il documento che introdusse il sistema di scrittura dell’alfabeto coreano.

Nella prossima parte esploreremo il padiglione Gyeonghoeru, il basamento per le banderuole del vento, il cancello Yeongchumun, la sala Gangnyeongjeon, la sala Gyotaejeon e il tumulo di Amisan. Alla prossima!

Fonte: https://royal.cha.go.kr/

7 febbraio 2026

Light Shop: imparare a vivere, imparare a dire addio


Light Shop è ambientato in una piccola bottega di lampade nascosta in un tranquillo vicolo di Seoul, un luogo apparentemente anonimo in cui, però, le luci restano accese tutta la notte. Fin da subito è chiaro che non si tratta di un semplice negozio: chi varca quella soglia non entra per acquistare una lampada, ma porta con sé una storia personale, ferite profonde, rimpianti irrisolti e domande che non hanno mai trovato risposta. È attraverso la luce che queste crepe interiori iniziano lentamente a essere “curate”.

Il concept di Light Shop è semplice solo in superficie. In realtà, la serie racconta un intreccio di anime, tutte sospese tra ciò che sono state, ciò che avrebbero voluto essere e ciò che non sono mai riuscite a diventare. Ogni personaggio è prigioniero del proprio passato, dei propri desideri incompiuti, delle scelte mancate. L’atmosfera iniziale, inquietante e quasi horror, si trasforma gradualmente in qualcosa di più profondo: un’esplorazione delicata della speranza, delle seconde possibilità e del bisogno umano di trovare un senso, anche quando tutto sembra già finito.

Il negozio di luci diventa così un crocevia metaforico, uno spazio liminale in cui le anime si incontrano e si sfiorano. È lì che i personaggi iniziano a comprendere non solo la verità sulle proprie vite, ma anche il modo in cui i loro destini sono intrecciati gli uni agli altri. La narrazione si muove con grande naturalezza tra archi narrativi che, all’inizio, sembrano scollegati. Episodio dopo episodio, però, lo spettatore inizia a intravedere il disegno complessivo, fino a un climax emotivo che è allo stesso tempo straziante e redentore.

Ogni episodio costruisce tensione con misura, svelando poco alla volta i traumi, i dolori e i percorsi interiori dei personaggi. Il ritmo è equilibrato: intenso quando serve, ma mai affrettato, permettendo alle emozioni di sedimentare. Nulla è eccessivo, nulla è superfluo. Anche i momenti più carichi trovano spazio per respirare, lasciando allo spettatore il tempo di sentire davvero ciò che sta accadendo.

Al centro di Light Shop ci sono temi universali: la memoria, il destino, il confine sottile tra la vita e la morte. La luce non è solo un elemento scenografico, ma una guida, reale e simbolica. Ogni storia ruota attorno alle scelte che i personaggi compiono di fronte alla morte e alla luce che li attende: una luce che può condurre alla redenzione, oppure segnare una separazione definitiva. Il negozio stesso diventa il simbolo della fragilità della vita, un luogo che offre conforto, orientamento e, talvolta, una seconda possibilità.

La serie affronta anche l’idea di ciò che esiste oltre la morte in modo sorprendentemente umano. Il mondo ultraterreno non è distante o incomprensibile, ma profondamente legato alle emozioni e ai legami terreni. Light Shop pone domande esistenziali su cosa significhi vivere davvero, su quanto peso abbiano i nostri rapporti con gli altri e su cosa resti di noi quando il tempo a disposizione finisce. Nonostante l’ambientazione soprannaturale, gli archi emotivi dei personaggi risultano universali, riconoscibili, intimamente vicini.

Uno dei messaggi più forti riguarda il desiderio ardente di vivere. Chi si trova sospeso tra la vita e la morte può tornare indietro solo attraverso una volontà di sopravvivere assoluta. Il semplice, disperato “voglio vivere” diventa la forza capace di muovere i miracoli, l’energia che permette di scegliere ancora una volta la vita.

Accanto a questo, Light Shop affronta con grande delicatezza il tema del lutto e del lasciare andare. Trattenere chi non c’è più, incapaci di accettarne l’assenza, può trasformarsi in una sofferenza reciproca. La serie suggerisce che il vero amore non è possesso, ma capacità di dire addio, permettendo alla persona amata di andarsene in pace.

C’è poi il valore della vita stessa, spesso compreso solo quando è troppo tardi. La morte arriva senza preavviso e chi resta sospeso tra due mondi finisce per rimpiangere le cose più semplici: una routine, una presenza, un gesto quotidiano. Vivere senza rimpianti significa dare il meglio alle persone che abbiamo accanto e abitare ogni momento con consapevolezza, prima che diventi un ricordo irraggiungibile.

Infine, Light Shop parla di legame e memoria. Ricordare qualcuno significa continuare a tenerlo in vita. I vivi e i morti restano connessi attraverso la luce, che diventa un filo invisibile capace di attraversare il tempo e lo spazio. In questo modo, chi se n’è andato continua a esistere nei ricordi di chi resta, offrendo una forma di conforto silenziosa ma potentissima.

Alla fine, Light Shop non è solo una storia di fantasmi o di mondi sospesi. È un racconto profondamente umano che parla di perdita, desiderio, amore e scelta. Un promemoria delicato ma incisivo di quanto la vita sia fragile, e di quanto, finché la luce è accesa, valga sempre la pena guardarla in faccia. 

6 febbraio 2026

Tra inchiostro e identità: il linguaggio visivo della calligrafia coreana

 


La calligrafia non è semplicemente scrittura, ma un gesto che unisce tempo, disciplina e identità. Ogni tratto nasce da un equilibrio delicato tra tecnica e intenzione, tra controllo e libertà, trasformando le parole in immagini e la scrittura in una vera e propria esperienza visiva. In Corea, questa pratica ha attraversato secoli di storia, adattandosi ai cambiamenti culturali e linguistici senza mai perdere il suo valore simbolico. Ripercorrere l’evoluzione della calligrafia coreana significa quindi entrare in contatto non solo con una forma d’arte, ma con il modo in cui un popolo ha costruito e affermato la propria identità attraverso i segni.

Il processo di creazione di una scrittura decorativa attraverso l’uso di pennello, carta, inchiostro e pietra per inchiostro è ciò che definisce la calligrafia come forma d’arte. Questa pratica giunse probabilmente in Corea dalla Cina nel IV secolo a.C. e, per secoli, gli scribi coreani utilizzarono l’unico sistema di scrittura allora disponibile: gli hanja, ovvero i caratteri cinesi adattati alla lingua coreana.

Nel 1446, la calligrafia coreana si ampliò includendo un nuovo alfabeto, l’Hunminjeongeum, così chiamato dal documento che ne spiegava in dettaglio la corretta scrittura e l’uso. Oggi questo sistema di scrittura è conosciuto come Hangeul e rappresenta uno degli elementi identitari più forti della cultura coreana.

Molti degli stili calligrafici sviluppatisi nei secoli successivi — dal più tradizionale panbonche (“stile antico”) all’elegante gungche (“stile di palazzo”) — tendevano a mescolare Hangeul e caratteri cinesi. Tuttavia, l’orgoglio per la scrittura nativa iniziò a emergere già all’inizio del XX secolo, quando i coreani cominciarono a riscoprire e valorizzare l’Hangeul come simbolo di identità culturale. Uno degli stili dominanti della calligrafia in Hangeul prevedeva caratteri ordinatamente allineati, con spaziature attentamente calibrate: non contava solo ciò che veniva scritto, ma il modo in cui veniva scritto. In questo senso, la calligrafia divenne a tutti gli effetti una forma d’arte visiva.

Che si utilizzi la hanji — ancora oggi impiegata — o l’Hangeul, molti calligrafi coreani mirano a uno stile apparentemente ruvido ma armonioso, fondato su una ricerca di equilibrio nell’imperfezione. Nel tempo, i calligrafi hanno sviluppato stili personali, spesso caratterizzati da spessori irregolari, tratti dinamici o composizioni più giocose. Sebbene la digitalizzazione abbia in parte ridotto la diffusione della calligrafia coreana — oggi raramente insegnata in modo sistematico — essa continua comunque a essere presente nella vita quotidiana: incisa sulle scogliere, tracciata su insegne tradizionali o impressa sulle etichette degli alcolici, come segno tangibile di un’arte che resiste al tempo.

Oggi, anche se la calligrafia non occupa più un ruolo centrale nell’istruzione o nella vita quotidiana, continua a sopravvivere come traccia silenziosa di una memoria culturale profonda. Nei dettagli di un’insegna, nelle incisioni su pietra o nelle etichette di un liquore tradizionale, riaffiora l’idea che scrivere non sia solo comunicare, ma lasciare un’impronta. La calligrafia coreana, con la sua ricerca di armonia nell’imperfezione, ci ricorda che la bellezza non risiede nella precisione assoluta, ma nel gesto umano che la genera. Un’arte antica che, proprio perché imperfetta, continua a parlare al presente.

5 febbraio 2026

La corea del sud sulla mappa pt.1

Per essere un Paese relativamente piccolo, la Corea del Sud racchiude una straordinaria varietà di realtà: città brulicanti di vita, altopiani rurali ricoperti di foreste e migliaia di isole disseminate lungo le sue coste. Situata nell’estremo oriente dell’Asia e collegata alla massa continentale eurasiatica attraverso la Corea del Nord, la Corea del Sud è in gran parte circondata dall’acqua. Il territorio continentale è suddiviso in nove province principali, mentre ogni città metropolitana — tra cui Seul e Busan — costituisce, dal punto di vista amministrativo, un’unità autonoma assimilabile a una provincia. I tre mari che circondano la penisola sono inoltre costellati di isole, molte delle quali disabitate. Questo insieme di elementi dà vita a una notevole varietà di paesaggi — urbani, rurali e costieri — mentre la popolazione, che conta circa 51 milioni di abitanti, si concentra prevalentemente nelle aree urbane, lasciando ampie zone naturali in gran parte incontaminate.

Catene montuose dai rilievi relativamente modesti hanno contribuito a suddividere la Corea in regioni caratterizzate da dialetti, cucine e tradizioni distinti. La dorsale principale — la catena montuosa dei Monti Taebaek — corre lungo la costa orientale di entrambe le Coree, unificando simbolicamente territori oggi politicamente divisi. Da questa “spina dorsale” si diramano catene secondarie verso ovest, mentre dalle montagne hanno origine i principali fiumi del Paese, fondamentali sia per l’agricoltura sia per l’alimentazione delle centrali idroelettriche. La zona più pianeggiante della Corea, invece, è il sud-ovest fertile, tradizionalmente noto come la “ciotola del riso”.

La topografia variegata e la posizione della Corea all’interno dell’Asia incidono in modo significativo sull’andamento delle stagioni. La parte meridionale della penisola e le isole godono di un clima subtropicale, in cui le gelate sono rare. Nel resto del Paese, invece, gli inverni sono segnati da venti gelidi provenienti dalla Siberia, mentre le estati risultano calde e scandite da una marcata stagione delle piogge; entrambe sono incorniciate da primavere e autunni miti e generalmente piacevoli.

Le province della Corea

  1. Gyeonggi - Questa provincia settentrionale ospita la capitale ed è caratterizzata dalla presenza di città satellite benestanti, affiancate da un’ampia e tranquilla campagna.
  2. Gangwon - Sebbene poco popolata, questa provincia è rinomata per il suo straordinario patrimonio naturale e per le sue spiagge, che attirano visitatori durante tutto l’anno.
  3. Gyeongsang (Nord e Sud) - Baluardi della tradizione e della storia, queste province ospitano anche alcune delle più importanti città industriali del Paese.
  4. Jeolla (Nord e Sud) - Conosciuta per il suo spirito ribelle, la fertile regione di Jeolla è celebre per una delle tradizioni culinarie più apprezzate della Corea.
  5. Chungcheong (Nord e Sud) - Province prevalentemente agricole, caratterizzate da un ritmo di vita più lento, sono punteggiate da numerosi e famosi templi buddhisti.
  6. Isola di Jeju - Non lontana dalla prefettura giapponese di Nagasaki, la cosiddetta “Hawaii della Corea” possiede un proprio dialetto e una topografia vulcanica unica nel Paese.
Se c’è un dato che racconta in modo emblematico la storia della Corea del Sud moderna, è questo: sei decenni fa solo il 29% della popolazione viveva in aree urbane; oggi la percentuale ha raggiunto l’81%.
La Corea contemporanea è definita dalle sue città straordinarie. Sono i motori che alimentano un’economia in costante crescita, i laboratori in cui si sviluppano tecnologie capaci di plasmare il futuro e gli incubatori da cui prende forma una cultura pop in grado di conquistare il mondo. Naturalmente, qualsiasi discorso sulla Corea urbana non può che partire da un unico luogo: Seul.

Spesso, parlando di un viaggio nella capitale, i coreani non diranno semplicemente che stanno andando a Seul, ma che stanno andando su Seul. Questa preposizione sottolinea una cosa precisa: non è come andare in qualsiasi altra città. È difficile esagerare nel descrivere quanto Seul sia centrale per tutto ciò che accade in Corea. È il cuore politico, economico e culturale attorno a cui ruota il resto del Paese. Capitale da oltre seicento anni, oggi l’Area Capitale di Seul — che comprende Seul, Incheon e la provincia di Gyeonggi — ospita da sola circa metà dell’intera popolazione coreana.

Il fiume Han attraversa il cuore della città, dividendo Seul in due. Gangbuk, “a nord del fiume”, racchiude le parti più antiche dell’area urbana, segnate da mura storiche che si snodano lungo quattro montagne considerate protettrici della città. Qui si trovano i palazzi reali e vicoli stretti costellati di abitazioni tradizionali chiamate hanok.
Gangnam, “a sud del fiume”, è invece una creazione più recente, sviluppatasi in gran parte nel periodo successivo alla guerra di Corea. Sebbene sia spesso associata ad ampi viali, boutique di lusso e residenze eleganti, Gangnam ospita anche quartieri di immigrati e vaste aree di palazzi residenziali della classe media, che contribuiscono in modo decisivo a definire lo skyline urbano della Corea contemporanea.

Con così tante persone e attività in continuo movimento, Seul funziona a un ritmo che è allo stesso tempo entusiasmante ed estenuante. Alcune zone della città possono apparire più animate alle tre del mattino di quanto molte altre città lo siano a mezzogiorno, con un flusso incessante di persone che entrano ed escono da ristoranti, bar e noraebang (sale karaoke).

Nel XXI secolo, tuttavia, gran parte dell’energia urbana non è stata più indirizzata verso uno sviluppo di tipo “costruisci prima, fai domande dopo” — tipico degli anni Settanta e Ottanta — ma verso la creazione di una metropoli più vivibile. Interventi come il ripristino dell’ex Cheonggyecheon (il torrente Cheonggye), la trasformazione di una ex discarica nel parco fluviale Haneul Park, e la rinnovata valorizzazione degli hanok — molti dei quali restaurati e riconvertiti in ristoranti e spazi culturali — hanno contribuito a rendere Seul, oggi più che mai, una città in cui vale la pena andare.

Se Seul può talvolta mettere in ombra il resto del Paese, numerose altre città continuano comunque a fare luce sulla storia della Corea, sul suo sviluppo moderno e sulla ricchezza delle sue culture regionali.

Pur facendo parte dell’Area Capitale di Seul, questa città portuale possiede un carattere tutto suo, plasmato da una lunga storia come porta d’accesso alla Corea. L’apertura del Paese verso l’Occidente nel XIX secolo è ancora oggi visibile nell’elevato numero di chiese e nella Chinatown più grande della Corea, testimonianza dei flussi migratori avvenuti attraverso il Mar Giallo.
Allo stesso tempo, l’ambizioso sviluppo di Songdo — una smart city costruita su terreni bonificati — dimostra come Incheon non rivolga lo sguardo soltanto verso l’esterno, ma anche con decisione verso il futuro.

Pur facendo parte dell’Area Capitale di Seul, questa città portuale possiede un carattere tutto suo, plasmato da una lunga storia come porta d’accesso alla Corea. L’apertura del Paese verso l’Occidente nel XIX secolo è ancora oggi visibile nell’elevato numero di chiese e nella Chinatown più grande della Corea, testimonianza dei flussi migratori avvenuti attraverso il Mar Giallo.
Allo stesso tempo, l’ambizioso sviluppo di Songdo — una smart city costruita su terreni bonificati — dimostra come Incheon non rivolga lo sguardo soltanto verso l’esterno, ma anche con decisione verso il futuro.

Lungo la costa a nord di Busan, Ulsan rappresenta una Corea moderna in miniatura. Un tempo poco più di un villaggio di pescatori, dopo la guerra di Corea è diventata uno dei motori della crescita economica del Paese, arrivando a ospitare il più grande cantiere navale del mondo e una delle raffinerie di petrolio più estese del pianeta.
Questo rapido sviluppo industriale ha però comportato livelli critici di inquinamento. A partire dal 2004, Ulsan ha avviato un ambizioso processo di risanamento ambientale. Il fiume Taehwagang — un tempo tristemente soprannominato “il fiume della morte” — ne è l’esempio più emblematico: oggi le sue rive sono animate da parchi e boschetti di bambù, frequentati da aironi migratori.

Nota come una roccaforte conservatrice — quattro presidenti sudcoreani hanno le loro radici in questa area — e come il luogo in cui Samsung nacque come attività commerciale nel settore alimentare, Daegu ospita oggi una numerosa e vivace popolazione studentesca. A causa della sua posizione geografica, situata in una conca circondata da montagne, la città è soggetta a estati particolarmente afose e a inverni rigidi.

Il sud-ovest della Corea rappresenta l’opposto del sud-est: una regione tradizionalmente liberale e a forte vocazione agricola. Gwangju, la città più grande dell’area, fu il teatro della Rivolta di Gwangju del 1980, quando i manifestanti a favore della democrazia riuscirono temporaneamente a sottrarre il controllo della città ai militari. La rivolta venne repressa con estrema brutalità, ma accese una scintilla destinata a condurre, negli anni successivi, alla democratizzazione della Corea del Sud.
Ancora oggi Gwangju è profondamente orgogliosa della propria eredità ribelle e, al tempo stesso, si distingue per una scena artistica contemporanea vivace e in continua evoluzione.

A nord di Gwangju, Jeonju sorge tra le fertili pianure che costituiscono la celebre “ciotola del riso” della Corea. Da secoli occupa una posizione centrale nella tradizione gastronomica del Paese ed è particolarmente rinomata per il bibimbap e il makgeolli.
Qui la storia rimane straordinariamente visibile, in una misura che poche altre città coreane possono eguagliare. Jeonju ospita infatti uno dei quartieri di hanok meglio conservati della Corea e custodisce una delle tradizioni di pansori — la narrazione lirica coreana — più vive e radicate.

La Corea rurale può talvolta apparire come la Corea dimenticata, offuscata dal bagliore delle grandi città. Eppure, gran parte della cultura della Corea del Sud — dalla cucina ai proverbi, fino alle festività — affonda le proprie radici negli stili di vita rurali.

La Corea moderna è oggi prevalentemente urbana, ma non è passato molto tempo da quando la maggioranza della popolazione viveva in campagna. Le aree rurali contemporanee conservano ancora numerose tracce del passato del Paese: innanzitutto, il ritmo della vita è più lento e una parte significativa dell’esistenza quotidiana ruota tuttora attorno all’agricoltura. Le risaie e le coltivazioni di patate dolci si estendono nelle pianure e, nei piccoli centri e nei villaggi, i mercati tradizionali continuano a rappresentare punti di riferimento fondamentali per il commercio e la vita comunitaria.

Una versione concentrata della vita rurale è preservata nei villaggi tradizionali della Corea: insediamenti che si collocano a metà strada tra attrazioni turistiche — con spettacoli e programmi pensati per i visitatori — e autentici depositi di usanze destinate, altrimenti, a scomparire rapidamente. È importante sottolineare che si tratta ancora di comunità vive, spesso abitate da residenti in grado di far risalire le proprie radici familiari nel villaggio a secoli fa.

Il villaggio tradizionale più celebre è Villaggio Hahoe, situato nei pressi della città di Andong, nella Corea orientale. Le sue abitazioni ben conservate, con tetti in paglia e in tegole, si dispongono lungo un’ampia curva del fiume Nakdong, mentre un mosaico di campi agricoli si estende tra il villaggio e le montagne circostanti. Con circa cinquecento anni di storia, Hahoe fu dimora di importanti studiosi e funzionari della dinastia Joseon.
Oggi è considerato un esempio emblematico di villaggio dell’epoca Joseon e ha saputo preservare anche la tradizione della Danza delle Maschere di Hahoe, una forma di intrattenimento nata come strumento di satira sociale, capace di mettere in discussione — attraverso il riso — le rigide gerarchie della società dell’epoca.

Se i villaggi tradizionali custodiscono una rappresentazione del passato, la vita rurale contemporanea prospera oggi nelle cittadine disseminate in tutta la Corea. Ne è un esempio Gongju, antica capitale della dinastia Baekje tra il V e il VI secolo, le cui abitazioni si incuneano tra la Fortezza di Gongsanseong e un complesso di tombe reali. Qui passato e presente si scontrano e si intrecciano senza sosta: rituali senza tempo che onorano lo spirito di un orso, tratto da un mito locale, vengono ancora praticati, mentre caffè alla moda evocano atmosfere tipiche di Seul.

Nelle grandi città, i mercati di quartiere sono stati in gran parte sostituiti dai grandi magazzini; nelle piccole realtà urbane, invece, restano un elemento centrale della vita comunitaria, anche perché la popolazione più anziana è cresciuta frequentandoli. Jeongseon, un’ex città mineraria nella provincia di Gangwon, conserva una tradizione rurale profondamente radicata: il mercato periodico. Nei giorni che terminano con il 2 e il 7, i venditori vi offrono erbe medicinali raccolte sulle colline circostanti.

Forse la differenza più evidente rispetto alla Corea urbana è l’età mediamente più avanzata della popolazione rurale, poiché molti giovani si trasferiscono nelle città per studiare e lavorare. Ciononostante, alcuni — disincantati dalla vita urbana — scelgono di intraprendere il kwichon, il ritorno alla vita di campagna, dedicandosi all’agricoltura e contribuendo così a mantenere vive le tradizioni rurali.

Più ci si addentra nella campagna, più la Corea assume un carattere bucolico, anche grazie alla presenza di ben ventidue parchi nazionali. Circa la metà di essi segue la catena montuosa del Baekdudaegan, un sistema che attraversa la Corea del Nord e del Sud, corre lungo la costa orientale prima di piegare verso l’interno e separare le province di Jeolla da quelle di Gyeongsang.

Nel nord-est, il paesaggio spettacolare del Parco Nazionale di Seoraksan è stato per secoli fonte di ispirazione per pittori e poeti. Le sue cime di granito, che si innalzano spesso al di sopra delle nuvole, dominano le coste del Mar Orientale, mentre i pendii più bassi celano valli appartate e silenziose. La sua bellezza continua ancora oggi ad attirare visitatori da tutto il Paese.
All’estremità meridionale della catena si trova il Parco Nazionale di Jirisan, il cui nome significa “la montagna delle persone strane e sagge”. Cercatori spirituali e camminatori continuano a recarsi qui in cerca di illuminazione o a percorrerne i sentieri, attratti dall’ineffabile magia della natura — leggendario è il rosso intenso del foliage autunnale. Se il secolo scorso è stato segnato da conflitti armati e da uno sviluppo che ha gravemente compromesso la fauna coreana, queste montagne rappresentano oggi un rifugio prezioso per specie elusive come i cervi e gli orsi neri asiatici.

A ovest di Jirisan, la contea rurale di Damyang si estende ai piedi dei parchi nazionali della Corea. Con i suoi giardini tradizionali e le vaste foreste di bambù, è considerata una delle regioni più suggestive del Paese. Durante l’era della dinastia Joseon, Damyang fu luogo di esilio politico; tuttavia, gli studiosi dissidenti che vi vennero confinati trovarono ispirazione nei suoi paesaggi incantati, dando origine a una straordinaria fioritura culturale, contribuendo allo sviluppo di nuove forme poetiche, come il gasa, e componendo alcune delle opere più amate dell’epoca.

Oggi, i torrenti montani della Corea, le cime rocciose e le ombrose foreste di bambù continuano a offrire le stesse gioie di allora: ispirazione, tradizioni custodite e un rifugio dallo stress della vita urbana.

Quasi ogni cittadina rurale possiede almeno un piatto o un prodotto agricolo che ne rappresenta una componente essenziale dell’identità locale. Nella contea di Hadong, a sud del Parco Nazionale di Jirisan, questo prodotto è il tè. Il tè di Hadong veniva servito ai sovrani delle dinastie Goryeo e Joseon, e la regione vanta una lunga tradizione nell’uso dello jakseolcha, un tè medicinale impiegato per alleviare diversi disturbi.
Oggi Hadong ospita numerose case da tè, dove i visitatori possono sorseggiare tè verde ammirando panorami di montagne boscose punteggiate da templi buddhisti, in un’atmosfera che invita alla contemplazione e alla lentezza.

Questa sensibilità verso i mutamenti della natura si riflette anche nel linguaggio quotidiano. L’espressione coreana 가을 타다 (gaeul tada) descrive lo stato d’animo malinconico che accompagna l’arrivo dell’autunno, quando il calore dell’estate svanisce e le foglie iniziano a cadere — un sentimento intimo, silenzioso, profondamente legato al paesaggio e al ritmo delle stagioni.

4 febbraio 2026

Cose che Can This Love Be Translated? ci ha insegnato sull’amore, sulla vita e su ciò che non sappiamo dire

 

Ci sono storie che parlano di lingue diverse.
E poi ci sono storie che parlano di persone che usano la stessa lingua, ma non riescono comunque a capirsi.

Can This Love Be Translated? sembra partire da una domanda quasi ironica, ma finisce per toccare qualcosa di molto più scomodo: quanto siamo davvero capaci di comunicare quando siamo emotivamente coinvolti.

Con Kim Seon-ho e Go Youn-jung come protagonisti, la serie rompe diversi schemi del romance coreano tradizionale. Unisce uno slow burn autentico, una chimica intensa, una regia elegantissima e — soprattutto — una riflessione rara sull’amore come processo imperfetto, non come destino romantico già scritto.

Perché tradurre non significa solo trovare le parole giuste.
Tradurre significa esporsi, accettare il rischio di essere fraintesi, restare anche quando l’altro non risponde come speravamo.


La lingua più difficile da imparare è la tua

La prima grande verità che la serie mette sul tavolo è semplice e spietata:
esprimere amore è più facile che comprenderlo dentro di sé.

Joo Ho-jin è un interprete impeccabile. Sa muoversi tra lingue diverse con precisione assoluta.
Eppure, quando si tratta dei propri sentimenti, resta bloccato. Traduce tutto — tranne ciò che prova.
Cha Mu-hee, al contrario, parla molto. Riempie l’aria di parole, di gesti, di presenza. Ma raramente dice ciò che sente davvero.

La comunicazione non fallisce perché mancano le parole.
Fallisce perché vengono usate come scudi, non come ponti.

Life lesson
Se non riesci a leggere il tuo cuore, l’amore degli altri ti sembrerà sempre confuso. Prima di chiedere comprensione, serve il coraggio di guardarsi dentro.


La guarigione inizia quando smetti di fuggire

Can This Love Be Translated? non racconta l’amore come una forza magica capace di guarire tutto.
Racconta qualcosa di più onesto: l’amore può accompagnare la guarigione, ma non può sostituirla.

Mu-hee porta con sé un trauma antico, nascosto dietro sorrisi e ruoli pubblici. Per anni ha evitato il dolore, convincendosi di non essere degna d’amore. Ho-jin, dal canto suo, evita la confusione emotiva perché lo destabilizza. Per entrambi, fuggire sembra più sicuro che affrontare.

Ma la guarigione non comincia quando trovi qualcuno che ti salva.
Comincia quando smetti di scappare da te stesso.

Life lesson
Nessuno può guarire al posto tuo, non importa quanto sia paziente o gentile. L’amore non cancella il dolore: ti resta accanto mentre impari a guardarlo.


Quando la paura trasforma la gentilezza in una minaccia

Uno degli aspetti più dolorosamente realistici della serie è questo: la paura può distorcere anche l’amore più sincero.

Quando vivi aspettandoti di essere ferito, inizi a leggere la gentilezza come qualcosa di sospetto.
Ti prepari alla perdita prima ancora che accada.
Ti difendi prima ancora di essere attaccato.

Mu-hee allontana chi ama perché teme di non valere abbastanza.
Ho-jin minimizza il proprio dolore perché gli sembra più gestibile del caos emotivo.

Life lesson
Prima che la gentilezza degli altri possa farti sentire al sicuro, devi credere di meritarla. La paura non ti protegge: ti isola.


Abbassare le aspettative è un atto d’amore

Il drama smonta con delicatezza l’idea che l’amore debba essere fatto di grandi promesse e certezze assolute.
A volte amare non significa promettere il “per sempre”, ma creare uno spazio in cui respirare insieme.

Aspettarsi meno non vuol dire amare meno.
Vuol dire togliere pressione, rimuovere la paura, restare presenti.

Life lesson
Non devi per forza credere nel per sempre. Conta ciò che esiste oggi. L’amore cresce meglio quando non viene schiacciato dal futuro.


L’accettazione viene prima della pace

Uno degli insegnamenti più silenziosi, ma più potenti, della serie è questo: non possiamo costringerci a stare bene.

La pace non nasce dalla negazione del dolore.
Nasce dall’accettazione.

Mu-hee smette di combattere contro ciò che prova.
Ho-jin accetta che non capire tutto subito non è un fallimento.

Life lesson
La pace inizia quando smetti di lottare contro le tue emozioni e inizi ad accettare il bello, il brutto e ciò che fa male.


L’amore maturo non riguarda la certezza, ma la presenza

L’ultima, forse più importante, lezione di Can This Love Be Translated? è questa:
l’amore maturo non ha bisogno di un futuro perfetto, ma di un presente autentico.

Non nasce dalla sicurezza assoluta.
Nasce dal restare, anche quando si ha paura.
Dal parlare, anche quando non si è sicuri di essere capiti.

Life lesson
L’amore non è pianificare il futuro, ma coltivare il presente. Creare uno spazio in cui entrambe le persone si sentano abbastanza al sicuro da restare.


Allora… questo amore è stato tradotto?

Forse sì.
Ma tardi. Male. A fatica.

Ed è proprio questo il punto.

Can This Love Be Translated? non è una storia su quanto sia bello capirsi.
È una storia su quanto sia difficile imparare a farlo.

E ci ricorda una verità che spesso dimentichiamo:
l’amore non si perde perché manca il sentimento.
Si perde perché manca il coraggio di dirlo — nel modo giusto.

3 febbraio 2026

La terra delle quotes - 210

 


  1. “Se l’amore è guardarsi negli occhi, il matrimonio è guardare nella stessa direzione.” – Beyond The Bar (2025)
  2. «La felicità è qualcosa che devi inseguire da sola. Se vuoi fare qualcosa, fallo. Se c’è qualcosa che desideri, devi andartela a prendere. Fatti coraggio.» – A Hundred Memories (2025)
  3. “La vera forza sta nella flessibilità di piegarsi, a volte, invece di spezzarsi.” – Beyond The Bar (2025)
  4. «Quel giorno ho capito che la vita è davvero solo una questione di tempismo, momento dopo momento.» – A Hundred Memories (2025)
  5. “Impariamo l’amore solo dopo esserci feriti, e ne capiamo il valore solo dopo averlo perso. È così che, passo dopo passo, abbiamo imparato cos’è l’amore. Per me l’amore è un viaggio fatto di domande continue, riflessione ed esperienze alla ricerca di una risposta tutta mia.” – Beyond The Bar (2025)
  6. «L’inizio di una sventura che ci ha colpiti senza motivo. Per una sola scelta, presa in una frazione di secondo, la vittima di quella sventura poteva cambiare. In mezzo a quell’infinità di attimi, verso dove stava andando davvero il nostro destino?» – A Hundred Memories (2025)
  7. «La maggior parte delle cose nella vita accade per una ragione. Ma a volte è meglio non sapere quale.» – A Hundred Memories (2025)
  8. «Pensavo che, tra le persone che entrano nelle nostre vite, quelle che se ne vanno fossero incontri “scritti”, e quelle che restano fossero il destino. Allora chi ritorna, cos’è? Un incontro segnato dal fato o il destino? O solo una coincidenza?» – A Hundred Memories (2025)
  9. «Conosci quella sensazione? Quando tutti gli altri vanno avanti e tu sei l’unica che non riesce a fare un passo, bloccata a girare intorno alla linea di partenza.» – A Hundred Memories (2025)
  10. «Credo che la vita sia dura perché siamo creature emotive. Puoi stringere i denti davanti ad altre difficoltà, ma i sentimenti… quelli non riesci a controllarli.» – A Hundred Memories (2025)
  11. «Il cuore. È impossibile controllarlo, anche quando è il tuo.» – A Hundred Memories (2025)
  12. «C’è una cosa che ho imparato nella mia vita. Il presente è importante quanto il tempismo. Perché sono le cose che fai adesso a creare la tua prossima occasione.» – A Hundred Memories (2025)
  13. «Per me, un ricordo è un autobus che è già partito. Perché un autobus che è già partito non tornerà mai indietro, per quanto tu possa corrergli dietro. Per questo, invece di vivere nel passato, scelgo di vivere nel presente e guardare al futuro.» – A Hundred Memories (2025)
  14. «Nessuno è solo luce o solo ombra. L’ombra non esiste senza la luce, e la luce non esiste senza l’ombra.» – Romantics Anonymous (2025
  15. “Una casa racconta le persone che ci vivono. Se è vuota, non la chiamiamo casa, è solo un edificio. Diventa casa solo quando qualcuno ci abita. Una vera casa ha impronte, segni sulle pareti, qualche danno. È questo che la rende una casa. Così, quando guardi una casa, puoi vedere come qualcuno ha vissuto e come continuerà a vivere. Solo a guardarla puoi intuire la sua personalità, le sue abitudini, il suo lavoro, i suoi gusti, almeno in parte.” – Last Summer (2025)

2 febbraio 2026

BENVENUTI IN KOREA: Il Palazzo Gyeongbokgung

 

Se hai visto anche solo un K-drama storico, probabilmente sei già passata davanti ai suoi portoni senza accorgertene: file di colonne rosse, tetti verdi e blu, cortili perfettamente simmetrici, laghetti con padiglioni che sembrano usciti da un dipinto. Questo è Gyeongbokgung, il “Palazzo della Grande Fortuna”: non solo il più importante dei Cinque Grandi Palazzi di Joseon, ma il cuore politico e simbolico di un intero regno.

In questo articolo non lo guarderemo solo come uno sfondo da cartolina, ma come un organismo vivo, che per secoli ha visto passare re e regine, cerimonie solenni, complotti di corte, invasioni straniere, incendi e ricostruzioni. Cammineremo tra padiglioni sul lago, sale del trono, uffici reali, residenze private e musei moderni, per capire come questo luogo abbia assorbito e restituito tutte le ferite e le rinascite della storia coreana.

Dopo aver conosciuto i sovrani e le figure chiave della dinastia, adesso entriamo finalmente nel loro “set” principale: Gyeongbokgung, il palcoscenico dove si decideva il destino del regno e dove, ancora oggi, puoi respirare in pochi passi secoli di storia, dolore e resistenza.

1 febbraio 2026

Can This Love Be Translated? - Quando le parole non bastano, ma restare sì

 

Ci sono storie che sembrano parlare di lingue, viaggi, incontri fortuiti. E poi ci sono storie che, sotto quella superficie, parlano di qualcosa di molto più scomodo e universale: l’incapacità di comprendersi davvero, anche quando si hanno tutte le parole giuste.

Can This Love Be Translated? parte da una premessa apparentemente semplice e quasi ironica: Joo Ho-jin, interpretato da Kim Seon-ho, è un interprete di talento, fluente in sei lingue diverse. È disciplinato, metodico, crede nella logica e nel controllo. Nella vita come nel lavoro, preferisce la razionalità alle emozioni, convinto che ogni cosa possa essere gestita se mantenuta a distanza. Il suo equilibrio, costruito con cura, inizia però a incrinarsi quando accetta un incarico che lo riporta di fronte a Cha Mu-hee.

Mu-hee, interpretata da Go Youn-jung, è l’opposto. È carismatica, indipendente, schietta, abituata a prendere da sola le proprie decisioni. Dopo un incidente che da bambina le ha cambiato per sempre la vita, si risveglia improvvisamente famosa, scoprendo che il riconoscimento pubblico non rende l’esistenza meno fragile. È una top star amata da tutti, eppure profondamente insicura quando si tratta di amore. Lo desidera, lo teme, dubita di meritarlo.

Il loro primo incontro in Giappone, a Kamakura, è breve, quasi fugace. Eppure la serie è intelligente nel permettere a quel momento di risuonare per tutto il resto della narrazione, come se fosse una frase detta sottovoce ma impossibile da dimenticare. Da lì in avanti, quello che inizia come un rapporto professionale — Ho-jin viene assunto come interprete personale di Mu-hee — si trasforma lentamente in qualcosa di più complesso, fatto di avvicinamenti timidi, fraintendimenti e silenzi carichi di significato.

Se Ho-jin è chiuso e riservato, Mu-hee è un’esplosione di sentimento. Lui fatica a esporsi, lei parla spesso troppo, usando parole qualsiasi per non lasciare trapelare il suo cuore ferito. Le loro personalità contrastanti generano distanza emotiva fin dal primo momento, eppure li costringono anche a guardarsi davvero. Sono imperfetti, ma hanno il cuore nel posto giusto. Ed è proprio questa umanità, così riconoscibile, a far venire voglia di tifare per loro senza sosta.

La serie gioca con un paradosso potente: l’idea di un interprete capace di tradurre le lingue di mezzo mondo che, proprio per questo, fatica a comprendere il linguaggio dell’unica persona che ama davvero. Ho-jin è bravissimo con le parole degli altri, ma impacciato quando si tratta delle proprie emozioni. Mu-hee, al contrario, è amata da tutti ma inesperta nel leggere se stessa. La loro relazione sembra nascere e svanire continuamente, costruita per frammenti: mezze conversazioni, gesti che sfiorano la confessione e si fermano appena prima.

Anche visivamente, Can This Love Be Translated? accompagna questo percorso emotivo con grande attenzione. I colori limpidi del Giappone, le distese innevate e i laghi del Canada, i castelli e i villaggi in pietra italiani non sono semplici cartoline: diventano spazi emotivi. Ogni luogo riflette lo stato d’animo dei personaggi, rendendo il loro romance più credibile e tangibile grazie a un uso accurato delle inquadrature e delle palette cromatiche.

Ma sarebbe riduttivo pensare che la serie viva solo di bellezza visiva. Al suo centro c’è un discorso molto più profondo sulla comunicazione. Il drama mostra come la vera comprensione vada oltre le parole e come colmare una distanza emotiva sia spesso più difficile che superare una barriera linguistica. Gradualmente, il legame professionale tra Ho-jin e Mu-hee si trasforma in una connessione romantica autentica, proprio perché entrambi sono costretti a imparare il linguaggio dell’altro.

Una delle scelte narrative più riuscite è la rappresentazione del trauma irrisolto di Mu-hee attraverso il suo alter ego, Do Ra-mi. Quella che inizialmente sembra solo una fantasia o un personaggio di successo si rivela un meccanismo di autodifesa, un modo per sopravvivere al dolore. Il contrasto tra la compostezza esteriore di Mu-hee e il caos che le abita dentro diventa uno dei fili più potenti della serie. Ho-jin le resta accanto in silenzio, imparando a “interpretare” il suo cuore più che le sue parole.

Il tema dell’interpretariato viene spinto ancora oltre quando la serie mette a confronto l’empatia umana e la traduzione automatica. C’è una scena emblematica in cui Ho-jin, mentre traduce per Mu-hee, le offre la spalla per nascondere le lacrime. In quel momento non sta traducendo frasi, ma emozioni. Ed è evidente come un gesto simile non potrebbe mai essere replicato da un’IA.

I conflitti tra Ho-jin e Mu-hee non nascono da ostacoli esterni, ma da difficoltà interiori. Entrambi sentono di aver fatto del loro meglio, ma senza mai dirlo apertamente. Lui crede di averla protetta restando in disparte. Lei pensa di essersi aperta abbastanza. Il problema è che nessuno dei due spiega davvero cosa intende per “amore”. Le differenze nel modo di esprimere i sentimenti diventano così la principale fonte di dolore, insieme all’orgoglio e alla paura di esporsi.

Il drama mostra anche come il passato influenzi il presente. Ho-jin è segnato da relazioni prive di chiarezza emotiva e preferisce soffrire in silenzio piuttosto che affrontare la confusione. Mu-hee, cresciuta tra discriminazioni familiari e verità taciute, ha imparato a proteggersi scappando. Aprirsi alla verità, anche quando fa male, diventa per entrambi l’unica possibilità di crescita.

Alla fine, Can This Love Be Translated? non promette soluzioni semplici. Non offre risposte definitive. Semplicemente spera che tu resti, ascolti, e magari riconosca un po’ di te stesso nei silenzi tra una conversazione e l’altra. Perché l’amore, come la comunicazione, non è qualcosa che si risolve una volta per tutte. È qualcosa che si impara insieme, lentamente.

E forse, più spesso di quanto si creda, questo è più che sufficiente.

31 gennaio 2026

Sfondi per cellulare - Can This Love Be Translated?

Lo sapete, quando un drama mi ossessiona diventa parte di me per giorni. Ascolto in loop l’OST, riguardo le foto, rivivo i momenti salienti nella mente... e ovviamente cambio anche la lockscreen del telefono. Se avete amato Can This Love Be Translated? quanto me, allora sapete esattamente di cosa parlo. Ecco, allora, una selezione di lockscreen dal web. Qui sotto potete vederli in anteprima: se qualcosa vi colpisce, vi basta cliccare sull’immagine per salvarla direttamente nella vostra galleria, con un semplice click. Buona ossessione a tutti!





 






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