13 febbraio 2026

Even If This Love Disappears Tonight: Il cuore che ricorda anche quando la memoria no

 

Appena conclusa la visione di Even If This Love Disappears Tonight, ho capito che avrei dovuto parlarvene. Ero in cerca di qualcosa da guardare su Netflix ieri sera quando mi sono imbattuta in questo incantevole poster coreano: un ragazzo e una ragazza che si guardano, illuminati dal tramonto, con l’acqua cristallina sullo sfondo. Ho percepito subito qualcosa di caloroso, confortante e romantico, così ho iniziato il film senza esitazioni. Non mi sarei mai aspettata, però, che quella visione delicata e sognante si sarebbe rivelata tutt’altro. Il film racconta una storia d’amore dolce e allo stesso tempo profondamente dolorosa tra una studentessa delle superiori affetta da amnesia anterograda — una condizione che le azzera i ricordi ogni volta che si addormenta — e un ragazzo apparentemente “normale”, intrappolato in una quotidianità monotona e priva di slanci. L’opera è tratta dal romanzo omonimo Anche se questo amore scompare dal mondo stasera. In precedenza, era stato realizzato anche un film giapponese, ma questa versione non è un remake: è un’opera autonoma che condivide la stessa storia originale, ma la rilegge con una sensibilità propria.

I due protagonisti, così diversi eppure così simili, vivono questo sentimento con una sincerità disarmante. Sono quasi complementari: innocenza e resilienza si intrecciano, amore sincero e paura si completano, confusione e calore diventano un tutt’uno. Il film attraversa una vasta gamma di emozioni con una delicatezza rara, senza mai forzarle. Ma ciò che mi ha colpita più di tutto è stata la condizione della protagonista. La protagonista femminile vive con un’amnesia anterograda che le fa perdere ogni giorno i ricordi del giorno precedente. È una condizione reale, anche se una forma così estrema è difficilmente riscontrabile nella vita quotidiana. Per chi conosce l’argomento, potrebbe apparire a tratti come un espediente narrativo; eppure, il messaggio simbolico che questa scelta veicola è straordinariamente efficace. A livello profondo, infatti, il vero problema non è l’amnesia, ma il vivere sapendo che ogni legame è destinato a svanire. La protagonista non può costruire una continuità narrativa della propria vita: ogni giorno è un reset, ogni emozione è precaria. Per questo la vediamo vivere con cautela, proteggersi dall’intensità, ridurre la vita a qualcosa di “gestibile”. Ed è proprio qui che il film diventa quasi crudele: le fa incontrare qualcuno che, invece, rende la vita degna di essere ricordata.

Il protagonista maschile ha un ruolo simbolico fondamentale. Impara ad amare sapendo che verrà dimenticato, che non riceverà mai un riconoscimento nel tempo per ciò che prova. Eppure, sceglie di esserci. Il suo diventa il volto di un cuore che si offre pur sapendo che scomparirà. Questa scelta ribalta uno dei cliché più abusati delle storie romantiche: non “il nostro amore durerà perché è autentico”, ma l’opposto. Il nostro amore è autentico perché sappiamo che non durerà, e nonostante questo lo viviamo intensamente, costi quel che costi. Il film, da questo punto di vista, non romanticizza l’amore: ne abbraccia le imperfezioni così come sono. Spesso pensiamo all’amore come a qualcosa che “ci lasciamo alle spalle”; qui, invece, viene ridefinito come qualcosa che consegniamo. E questa consegna è già completa, indipendentemente dall’esito. In questo contesto, il diario assume un valore profondamente simbolico. Non serve solo a ricordare, ma a testimoniare: “sì, sei stata felice”, “sì, sei stata amata”, “sì, sei stata viva”, anche se la protagonista non potrà ricordarlo mai.

Il messaggio del film è semplice e allo stesso tempo enorme nella sua profondità: se è vero che la memoria è fragile e che l’identità può essere instabile, è altrettanto vero che le emozioni lasciano tracce più profonde del ricordo cosciente. È qualcosa con cui possiamo entrare in relazione tutti, anche senza condividere la condizione della protagonista. Il paradosso è delicatissimo ed estremamente efficace: si può dimenticare una persona, ma non ciò che ha smosso dentro di noi. Il corpo ricorda, il modo di reagire ricorda, la malinconia mattutina ricorda. Il cuore ricorda, anche quando la memoria non può.

La frase «Le cicatrici non scompaiono. Ma il dolore non dura per sempre. Se tutti ti stanno dimenticando poco a poco, allora io proverò a ricordarti poco a poco» racchiude perfettamente il messaggio morale del film: l’amore non riguarda l’essere ricordati per sempre, ma la scelta di ricordare — anche solo per un istante — con coraggio. La memoria non è l’unico modo per dare senso alla vita. A volte basta che qualcosa sia accaduto, anche se nessuno lo ricorderà.

Il finale ci lascia con una riflessione preziosa: non tutto ciò che perdiamo è stato inutile. Anche se non dovessimo ricordare il nostro passato, oggi vale comunque la pena vivere pienamente.

12 febbraio 2026

La corea del sud sulla mappa pt.2

 


Dopo aver attraversato la Corea del Sud attraverso la sua topografia, le province e le città che ne definiscono l’ossatura geografica, questa seconda parte sposta lo sguardo verso i suoi margini: le coste, le isole e il mare. È lungo questi confini fluidi, dove la terra incontra l’acqua e il tempo segue il ritmo delle maree, che il Paese rivela forse il volto più silenzioso e profondo della propria identità.

Se c’è un luogo in cui la Corea del Sud incarna davvero il soprannome di “Paese del Calmo Mattino”, è lungo i suoi circa 1.499 miglia (2.413 km) di costa, dove il flusso e riflusso delle maree scandisce ancora la vita quotidiana.

La penisola coreana si distende tra la Cina e il Giappone, separando le acque del Mar Giallo e del Mar Orientale. Le sue coste presentano una sorprendente varietà di forme: quella orientale si sviluppa come una lunga e relativamente uniforme curva che dal confine con la Corea del Nord scende fino a Busan, mentre le coste occidentali e meridionali sembrano quasi dissolversi nel mare, frammentandosi in una miriade di baie pittoresche e isole disseminate lungo l’orizzonte.

Lungo la costa, tutto è guidato dagli elementi. Le maree temperate e l’alternarsi delle stagioni scandiscono il ritmo delle giornate, con molte attività lavorative legate all’industria alimentare e al turismo, e abitazioni spesso costruite in prossimità di estuari e piane di marea. L’influenza dell’acqua sulla vita quotidiana è particolarmente evidente lungo i tratti settentrionali della costa orientale: le lunghe spiagge sabbiose di Naksan e Gyeongpo sono mete turistiche molto amate, mentre Yangyang si è affermata come centro della cultura del surf. All’estremità opposta della costa, invece, industrie come la cantieristica navale hanno favorito la crescita di Ulsan e di altre città chiave.

Sebbene ampie porzioni del litorale siano fortemente sviluppate, vaste aree restano sorprendentemente fedeli al paesaggio originario. La costa occidentale è forse il tratto più spettacolare della Corea: un ambiente fatto di meraviglie geologiche, maree imponenti e correnti insidiose. Quando l’acqua si ritira, emergono grotte marine nascoste, come quelle lungo la penisola di Byeonsan, una costa segnata da giunti colonnari, scogliere drammatiche e pendii sormontati da fitte distese di bambù.
La costa meridionale, invece, si distingue per una successione di penisole che si protendono nel mare ed è lo scenario di alcune delle città più affascinanti del Paese, tra cui Yeosu e Tongyeong.

Oltre alla bellezza naturale, le acque costiere della Corea del Sud rappresentano una risorsa alimentare fondamentale. La pesca ha da sempre svolto un ruolo centrale nell’economia della costa orientale, con mari che forniscono calamari, sgombri e granchi — pilastri della dieta coreana. Ancora oggi le barche attraccano in porti come Pohang, dove i mercati offrono il pescato del giorno insieme al mulhoe, una zuppa fredda preparata con il pesce disponibile in maggiore abbondanza in quel periodo.

In molte aree della costa occidentale, la bassa marea scopre ampie distese fangose, permettendo agli abitanti di indossare stivali di gomma e raccogliere vongole e gamtae, una delicata varietà di alga lasciata dall’oceano al suo ritiro.

Nel sud, invece, le temperature miti e le brezze marine danno origine a una regione agricola particolarmente generosa. Il cavolo e le patate dolci di Haenam, lo yuja (yuzu) dorato di Goheung e le specialità locali di Namhae testimoniano una cucina profondamente legata al territorio, in cui mare e terra si incontrano e si completano.

Al largo, la Corea conta oltre 3.000 isole. Le temperature miti, i paesaggi spettacolari e la presenza di due parchi nazionali rendono le isole meridionali — così numerose da sembrare incalcolabili — mete particolarmente amate per le vacanze. L’isola più grande e popolosa, Jeju, si trova a circa 52 miglia (83 km) al largo della costa meridionale, con il vulcano Hallasan che si erge al centro del suo territorio.
Non sorprende che Jeju sia sempre stata, in qualche misura, separata dal resto della Corea, sviluppando una cultura e un dialetto propri. Un tempo prevalentemente agricola, l’isola è diventata negli ultimi decenni una destinazione turistica internazionale, con ristoranti alla moda e grandi resort che ne stanno progressivamente trasformando il volto. 

Lungo le coste vulcaniche dell’Isola di Jeju, un fischio ipnotico attraversa le onde. Questi suoni melodiosi, chiamati sumbisori, fanno parte dell’antica tecnica di respirazione utilizzata dalle haenyeo, le celebri donne pescatrici subacquee di Jeju, che si immergono in profondità per raccogliere risorse marine. Senza l’ausilio di bombole d’ossigeno e indossando solo mute, maschere e pinne, queste donne emettono il sumbisori a ogni risalita, dopo aver trattenuto il respiro durante immersioni che raggiungono spesso i 33 piedi, circa 10 metri di profondità.

Raro esempio di struttura matriarcale nella società coreana, queste “Madri del Mare” rappresentano un pilastro della comunità di Jeju fin dal XVII secolo. Con gli uomini spesso lontani o scomparsi a causa delle guerre o della pesca d’altura, furono le donne a diventare le principali fonti di sostentamento delle famiglie, e migliaia intrapresero questa professione, trasformandola in una colonna portante dell’economia locale.

Si tratta di un lavoro estremamente duro. Quando le condizioni meteorologiche lo permettono, le haenyeo — molte delle quali hanno più di sessant’anni, e alcune superano persino gli ottanta — possono lavorare fino a sette ore al giorno per circa novanta giorni all’anno. Vivono costantemente sul confine tra la vita e la morte; non a caso, prima di ogni immersione sono frequenti le preghiere per la sicurezza e per un buon raccolto. Eppure, per loro non è soltanto un mestiere: è una vocazione profondamente radicata nella comunità. Le bambine iniziano ad allenarsi accanto a madri e nonne già intorno agli otto anni, apprendendo una tecnica respiratoria tramandata di generazione in generazione per secoli.

Sebbene i metodi di pesca moderni e le nuove opportunità lavorative abbiano ridotto il numero delle haenyeo, questa tradizione è stata riconosciuta nel 2016 come Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità dall’UNESCO e continua a rappresentare uno dei simboli più autentici e distintivi dell’identità di Jeju.

Tra le numerose altre isole coreane, merita una menzione anche Tinyedo, interamente trasformata in un giardino ispirato allo stile mediterraneo. Se le coste occidentali e meridionali sembrano disseminate di isole in numero infinito, la costa orientale ne è invece più povera. Qui spicca l’avamposto remoto di Ulleungdo, che ospita circa 10.000 abitanti, molti dei quali vivono in piccoli villaggi di pescatori; di notte, dalla riva, è possibile scorgere le luci delle barche impegnate nella pesca dei calamari.

Per la maggior parte delle persone, le isole coreane rappresentano una pausa dalla vita quotidiana — luoghi ideali per una luna di miele o per trascorrere giornate dedicate al surf. Eppure, per chi le abita, esse sono semplicemente la normalità: spazi in cui il tempo continua a scorrere seguendo il ritmo delle maree.

Le spiagge della Corea

Le spiagge della Corea portano una ventata di energia a una costa per lo più tranquilla, trasformandosi in spazi di socialità, sport e cultura stagionale.

  1. Haeundae - Circondata da bar, ristoranti e locali, la spiaggia più popolare della Corea, situata nella città meridionale di Busan, è il luogo dove vedere ed essere visti, soprattutto durante l’estate.
  2. Jungmun Saekdal -  Sulla costa meridionale dell’Isola di Jeju, questa spiaggia è incorniciata da scogliere vulcaniche nere ed è una meta molto apprezzata per gli sport acquatici.
  3. Naksan - Questo tratto uniforme di sabbia dorata, nella provincia di Gangwon, è celebre per le sue albe spettacolari e per la presenza di numerosi caffè e ristoranti di qualità.
  4. Daecheon - Sede del celebre Boryeong Mud Festival, Daecheon è la spiaggia più grande della costa occidentale: lunga circa 2,7 miglia (3,5 km) e larga 328 piedi (100 metri).
  5. Ingu - Sulla costa orientale, questa spiaggia dall’atmosfera rilassata è il punto di riferimento per i giovani coreani, che qui praticano surf di giorno e organizzano grigliate sulla spiaggia la sera.

A lungo conosciuta come il Regno Eremita, la Corea si è sviluppata nel tempo in modo silenzioso, assorbendo influenze esterne e rispondendo con innovazioni proprie, capaci in più occasioni di lasciare un segno duraturo nella storia mondiale.

La storia più antica della Corea è complessa e segnata da migrazioni di tribù nomadi e da continui scontri tra regni. Le prime popolazioni umane giunsero nella penisola dalla Siberia circa 40.000 anni fa. Il primo regno, Gojoseon, secondo la tradizione fu fondato nel 2333 a.C. Situato in un’area geograficamente prossima all’attuale provincia cinese del Liaoning, Gojoseon prosperò per secoli sotto un sistema di governo autonomo, fino al 194 a.C., quando venne rovesciato da Wi Man, ex comandante militare di origine cinese. Sfruttando la vicinanza con la Cina, Wi Man ampliò il territorio del regno, provocando però la reazione della dinastia Han.

Nonostante una prima resistenza alle offensive degli Han, Gojoseon crollò nel 108 a.C. e, nel vuoto di potere che ne seguì, emersero nuovi regni. Il più vasto e potente fu Goguryeo (37 a.C.–668 d.C.), che fece della forza militare il proprio strumento di espansione, estendendo i suoi confini a nord nell’attuale Manciuria e a sud fino alla moderna provincia di Gangwon. Fu proprio attraverso Goguryeo che Confucianesimo e Buddhismo giunsero dalla Cina nella penisola coreana.

Nel sud si sviluppò Baekje (18 a.C.–660 d.C.), un regno raffinato che trasse profonda ispirazione dalla cultura cinese, soprattutto nelle arti e nell’architettura. Il terzo grande regno, Silla (57 a.C.–935 d.C.), aveva la propria capitale nel sud-est, nell’odierna Gyeongju. Costretta a difendersi dagli attacchi dei regni confinanti, Silla instaurò relazioni diplomatiche con la dinastia Tang, che esercitava una forte influenza sulla penisola attraverso la religione e le arti, dando vita a un’alleanza strategica.

Questa alleanza, tuttavia, non fu priva di ambiguità. I Tang tentarono infatti di stabilire colonie sul territorio coreano, dando origine a lunghi conflitti. Dopo anni di scontri per respingere le truppe cinesi, Silla riuscì infine a prevalere e, nel 676, portò all’unificazione della penisola coreana, aprendo una nuova fase della sua storia.

Durato fino al 935, il periodo di Silla Unificata fu un’autentica età dell’oro, segnata da intensi scambi culturali lungo la Via della Seta e attraverso le rotte commerciali dell’Asia orientale. Verso la fine dell’VIII secolo, tuttavia, lotte di potere interne e rivolte iniziarono a indebolire l’autorità di Silla. In questo contesto frammentato, mentre prendevano forma stati separatisti, il comandante militare Wang Geon si affermò grazie alle sue campagne militari e alla generosità dimostrata verso la popolazione. Nel 913 fu nominato Primo Ministro dello stato di Taebong e, entro il 918, riuscì a prendere il controllo — con l’appoggio di quattro generali — di quasi tutta la penisola coreana.

Per il nuovo regno, Wang Geon scelse il nome Goryeo, in omaggio a Goguryeo. Fu l’esploratore e scrittore Marco Polo a far conoscere questo nome in Europa, dal quale deriva l’inglese Korea.

Nel 1231, i Mongoli invasero Goryeo. La corte reale si trasferì sull’isola di Ganghwado, mentre la popolazione cercò rifugio su isole e in fortezze interne. Sebbene la resistenza fosse progressivamente fiaccata e il regno divenisse uno stato vassallo, Goryeo riuscì a riconquistare una certa autonomia a metà del XIV secolo, espandendo lentamente il proprio territorio.

Goryeo giunse ufficialmente al termine nel 1392, quando il generale Lee Seong-gye si rifiutò di obbedire all’ordine di attaccare la dinastia Ming e attuò un colpo di Stato. Divenuto sovrano con il nome di Re Taejo, Lee fondò il regno di Joseon e trasferì la capitale a Seoul, ponendo le basi per una nuova e duratura fase della storia coreana.

La dinastia Joseon fu la più longeva della storia coreana (1392–1910) e aderì con grande rigore all’ideologia Confucianesimo, che ancora oggi permea profondamente la società coreana. Fu in questo periodo che prese forma la Corea moderna, anche grazie a una serie di riforme culturali, scientifiche e amministrative promosse dal rispettato Re Sejong il Grande (1397–1450).

Alla fine del XVI secolo, il Giappone, da poco unificato sotto la guida del leader militare Toyotomi Hideyoshi, intraprese una politica espansionistica. La Corea — ritenuta facile da conquistare per le sue dimensioni e la sua posizione geografica — divenne un obiettivo strategico e, nel 1592, le truppe giapponesi invasero la penisola, dando inizio alle guerre Imjin, un conflitto durato sei anni. Quando Joseon riuscì infine a respingere gli invasori, centinaia di migliaia di civili e soldati avevano perso la vita e il Paese risultava profondamente devastato.

Per un periodo successivo al conflitto, Joseon adottò una politica di forte chiusura verso l’esterno, limitando i contatti con l’Occidente e guadagnandosi il soprannome di Regno Eremita. Il declino del regno divenne però evidente a partire dal 1862, quando lotte tra fazioni e diffuse rivolte contadine indebolirono l’autorità centrale, sfociando nel movimento Donghak. Il Giappone — avversario ricorrente della Corea nel corso della sua storia — sfruttò questa instabilità come pretesto per inviare migliaia di soldati nella penisola, avviando il processo che avrebbe progressivamente condotto alla perdita della sovranità coreana.

Tra le minacce percepite durante il periodo dinastia Joseon vi fu il Cattolicesimo, introdotto in Corea alla fine del XVIII secolo attraverso studiosi e funzionari coreani di ritorno dalla Cina. La nuova religione fu giudicata incompatibile con il neo-confucianesimo di Stato e percepita come una minaccia all’ordine sociale, in quanto metteva in discussione la rigida gerarchia su cui si fondava la società di Joseon.
Per questo motivo, le autorità avviarono dure persecuzioni che portarono all’esecuzione di fino a 10.000 cattolici coreani, colpevoli di aderire a una fede considerata sovversiva.

Nonostante la repressione, il Cattolicesimo sopravvisse in forma clandestina e venne infine riconosciuto ufficialmente nel 1886, segnando un primo, significativo allentamento dell’isolamento religioso del regno.

Il regno del sovrano studioso di Joseon, Sejong il Grande, rappresentò uno dei momenti di massimo splendore per la scienza, la tecnologia e la cultura coreane. Durante il suo governo vennero promossi numerosi progetti innovativi, molti dei quali ebbero un impatto duraturo sulla società.

  1. 1395 - Viene commissionata la seconda carta astronomica più antica al mondo ancora esistente, raffigurante 1.467 stelle.
  2. 1429 - Viene redatto il primo trattato coreano sulle tecniche agricole, il Nongsajikseol.
  3. 1433 - La medicina coreana compie un ulteriore passo avanti con la pubblicazione del trattato Hyangyakjipseongbang, dedicato all’uso dei rimedi tradizionali locali.
  4. 1434 - Viene costruito l’orologio ad acqua Borugak Jagyeongnu, in grado di segnalare il passare delle ore attraverso complessi meccanismi e strumenti musicali.
  5. 1437 - Vengono inventate diverse tipologie di meridiane, tra cui la meridiana a perle sospese e la meridiana a calderone, migliorando la misurazione del tempo.
  6. 1442 - Viene progettato il pluviometro cheugugi, che consente di stimare la quantità di pioggia e prevedere la resa potenziale dei raccolti.
  7. 1443 - Il re Sejong guida la creazione di un alfabeto fonetico per la lingua coreana, oggi conosciuto come Hangeul, destinato a rivoluzionare l’alfabetizzazione del Paese.
  8. 1447 - Viene ideato il sistema di notazione musicale Jeongganbo, utilizzato per registrare in modo preciso ritmo e altezza dei suoni.
  9. 1448 - Viene sviluppato il singijeon, un’arma avanzata capace di scagliare decine di frecce simultaneamente.

Verso la fine del XIX secolo, il regno di Joseon faticò sempre più a rispondere a un mondo in rapido mutamento e a nuovi equilibri di potere. Spesso descritta come un “gambero tra le balene”, la Corea si ritrovò a essere una pedina nei giochi delle grandi potenze regionali. L’invasione giapponese fu preceduta e innescata da due conflitti combattuti sul territorio coreano: la guerra sino-giapponese (1894–1895) e la guerra russo-giapponese (1904–1905). Il Giappone ne uscì vincitore, ponendo ufficialmente fine alla dinastia Joseon nel 1910, dopo che negli ultimi tredici anni della sua esistenza il regno era stato ribattezzato Impero coreano.

Il periodo coloniale giapponese che seguì fu estremamente doloroso per il popolo coreano. Il Giappone sfruttò sistematicamente le risorse e la forza lavoro della penisola, tentando al contempo di cancellarne l’identità nazionale. I tentativi di resistenza e di affermazione dell’indipendenza vennero repressi con violenza, in particolare durante il Movimento del Primo Marzo del 1919, che rappresentò la più grande manifestazione di dissenso collettivo di quegli anni.

La situazione peggiorò ulteriormente con lo scoppio della Seconda guerra mondiale. In questo periodo, il Giappone intensificò i tentativi di sopprimere completamente l’identità nazionale e l’espressione religiosa coreana: i coreani furono costretti ad adottare nomi giapponesi, a praticare il culto nei santuari shintoisti e migliaia di donne vennero ridotte in schiavitù sessuale, in uno degli aspetti più traumatici e duraturi dell’eredità coloniale.

Nel 1945, il Giappone si arrese e la Seconda guerra mondiale giunse al termine. Dopo trentacinque anni di colonizzazione giapponese, la Corea fu liberata, ma quella libertà si rivelò fragile. Un accordo politico stabilì che la Corea del Nord sarebbe stata occupata dall’Unione Sovietica, mentre la Corea del Sud dagli Stati Uniti. La divisione, inizialmente concepita come temporanea, venne tracciata lungo il 38° parallelo e portò alla creazione della Repubblica Popolare Democratica di Corea e della Repubblica di Corea. Nel 1953 venne istituita una zona a controllo ristretto, la Zona Demilitarizzata coreana (DMZ).

Nel 1948, la Corea del Nord fu guidata dall’ex guerrigliero anti-giapponese Kim Il-sung, mentre la Corea del Sud venne affidata a Syngman Rhee, educato negli Stati Uniti ed ex membro del governo coreano in esilio. Il tentativo del Nord di invadere il Sud capitalista per creare uno Stato comunista unificato diede origine alla guerra di Corea (1950–1953). Il Sud fu sostenuto da una coalizione di forze delle Nazioni Unite guidate dagli Stati Uniti, mentre il Nord ricevette l’appoggio sovietico.

Durante il conflitto, gli Stati Uniti sganciarono sulla Corea del Nord circa 635.000 tonnellate di bombe, rendendolo uno dei bombardamenti più intensi mai subiti da un singolo Paese.

Alla fine della guerra, conclusasi in una situazione di stallo, Corea del Nord e Corea del Sud figuravano tra i Paesi più poveri al mondo, con vaste porzioni della popolazione sfollate. Nel Sud, le politiche di riforma del presidente Syngman Rhee furono lente a produrre risultati ed egli arrivò a dichiarare la legge marziale per mantenere il potere. Dopo le proteste studentesche che lo costrinsero all’esilio, il generale Park Chung-hee prese il potere con un colpo di Stato. Pur vincendo una consultazione elettorale nel 1963, Park adottò in seguito metodi autoritari, avviò un piano economico quinquennale e cercò capitali esteri, ponendo le basi per la profonda trasformazione economica che avrebbe segnato la Corea del Sud negli anni successivi.

Con la creazione di grandi conglomerati industriali noti come chaebol, che ricevevano commesse e sostegno diretto dal governo, la Corea del Sud avviò una fase di rapida crescita economica. Per sostenere questo sviluppo era necessaria manodopera a basso costo, e un flusso costante di popolazione rurale si spostò verso i principali centri urbani. La vita cittadina sotto Park Chung-hee era rigidamente controllata, e la Korean Central Intelligence Agency (KCIA) vigilava affinché ogni forma di dissenso venisse soffocata sul nascere. Quando Park fu assassinato nel 1979 proprio dal capo della KCIA, la nazione ne rimase profondamente scossa.

A Park succedette il dittatore Chun Doo-hwan, la cui brutale repressione della Rivolta di Gwangju del 1980 alimentò un diffuso e duraturo malcontento popolare. Mentre il Paese si preparava a ospitare le Olimpiadi estive di Seul 1988, esplosero proteste di massa: una parte significativa della popolazione chiedeva riforme democratiche e, in alcuni casi, il ritiro delle truppe statunitensi. Sotto questa pressione crescente, Chun fu costretto a cedere e ad autorizzare lo svolgimento di elezioni presidenziali.

Quando il voto ebbe luogo nel 1987, due storici attivisti per la democrazia, Kim Young-sam e Kim Dae-jung, insistettero entrambi nel candidarsi. La divisione del voto democratico favorì il candidato sostenuto dal regime, Roh Tae-woo, alleato di Chun. Durante il suo mandato, uomini forti di matrice militare continuarono a esercitare un’influenza significativa sulla politica nazionale per ancora alcuni anni.

I due Kim furono infine eletti in successione, governando il Paese dal 1993 al 2003. I loro governi segnarono una svolta decisiva, trasformando radicalmente il panorama politico della Corea del Sud e consolidando il passaggio verso una democrazia più stabile.

Quando Seul superò Nagoya, in Giappone, nella candidatura per ospitare le Olimpiadi estive di Seul 1988, la Corea del Sud ottenne il riconoscimento di secondo Paese asiatico a organizzare l’evento. I Giochi rappresentarono per la nazione un’occasione cruciale per presentarsi al mondo, mostrando i progressi economici raggiunti e la propria crescente competitività sportiva. L’obiettivo fu pienamente centrato: la Corea del Sud concluse infatti le Olimpiadi al quarto posto nel medagliere per numero di medaglie d’oro, consacrandosi definitivamente come potenza emergente sulla scena internazionale.

Nel 1997, la Corea del Sud si trovò ad affrontare una grave crisi. L’eccessivo ricorso ai prestiti da parte dei grandi conglomerati industriali (chaebol) e del sistema bancario spinse il Paese nella crisi finanziaria asiatica, costringendo decine di chaebol a dichiarare bancarotta e rendendo necessari complessi piani di salvataggio.
In modo forse inatteso, tuttavia, questa fase di difficoltà contribuì anche all’ascesa della Corea come potenza culturale. I forti investimenti e le politiche attive del Ministero della Cultura della Corea del Sud stimolarono il rafforzamento dell’offerta culturale nazionale, gettando le basi per una strategia di lungo periodo.

Fu in questo contesto che prese forma, alla fine degli anni Novanta, la Hallyu — l’Onda Coreana — che iniziò rapidamente a garantire alla Corea una crescente influenza di soft power. Questo straordinario boom culturale, che negli anni successivi ha portato K-pop e K-drama a raggiungere una visibilità globale senza precedenti, ha reso il Paese sempre più centrale per i consumatori culturali di tutto il mondo. Ancora più significativo, ha consentito a una nazione a lungo priva di un reale peso politico internazionale di ritagliarsi un posto stabile sulla scena globale.

Milioni di fan hanno contribuito a un aumento drastico del turismo e a un rafforzamento dell’immagine della Corea all’estero. Al tempo stesso, i prodotti culturali coreani sono diventati così attrattivi anche nella Corea del Nord — un moderno “Regno Eremita” — da essere ufficialmente proibiti, a conferma della loro forza simbolica e del loro potenziale di influenza transnazionale.

Sebbene la Hallyu abbia rappresentato una forza estremamente positiva per l’immagine globale della Corea, ciò non significa che le criticità siano scomparse. La parità di genere nel mondo del lavoro resta un obiettivo ancora lontano, mentre l’elevato indebitamento delle famiglie e i bassissimi tassi di natalità continuano a destare profonda preoccupazione. Eppure, la storia coreana mostra con chiarezza una costante: di fronte alle crisi, la nazione tende a compattarsi.

Dopo essere stata a lungo trascinata e contesa negli equilibri di potere tra Cina, Giappone, Stati Uniti e Russia nel corso dell’ultimo secolo, la Corea è riuscita a ritagliarsi con successo uno spazio tutto suo. Lo ha fatto entrando in una categoria a parte, fondata sulla coltivazione strategica del soft power, sull’innovazione tecnologica e su una determinazione collettiva che, più volte nella sua storia, ha dimostrato di saper trasformare le difficoltà in nuove possibilità.

11 febbraio 2026

I palazzi coreani: Gyeongbokgung (2)

Come vi avevo promesso, iniziamo con l’articolo di oggi a parlare dei cinque grandi palazzi coreani, tutti situati a Seul e risalenti alla Dinastia Joseon. Il palazzo da cui partiremo è il più grande e il più famoso: Gyeongbokgung, questa è la parte 2, per vedere le altre parti cliccate su Le serie (2026). 

Inizialmente avevo pensato di realizzare uno dei miei soliti pezzi, poi però mi sono imbattuta in un sito davvero straordinario — che, tra le altre cose, vi consiglio caldamente di esplorare e che trovate alla fine dell’articolo — in cui sono raccolte tutte, ma proprio tutte, le informazioni più importanti e dettagliate sui palazzi reali coreani.

La risorsa è però disponibile esclusivamente in lingua inglese. Per questo motivo ho deciso di fare qualcosa di diverso dal solito: tradurre per voi le parti più significative e costruirci attorno un articolo. Dunque, per la prima volta dopo tanto tempo, le parole che leggerete non saranno completamente mie, ma traduzioni fedeli e accurate delle informazioni ufficiali.

Credo sinceramente che meglio del sito ufficiale dedicato ai palazzi e alle tombe reali coreane non ci sia nessuno in grado di restituire la bellezza, la complessità e il significato profondo di questi luoghi. È proprio per questo che ho optato per questa scelta, anche se diversa dal mio solito modo di scrivere, e spero che possiate comunque apprezzare il lavoro che c’è dietro.

Detto questo… iniziamo!

Padiglione Gyeonghoeru

“Gyeonghoe” significa “banchetto gioioso”, mentre “-ru” è un suffisso che indica un “padiglione”. È costruito all’interno dello stagno situato nella parte occidentale dei quartieri residenziali del palazzo. In passato fungeva da luogo per grandi banchetti destinati al re, ai funzionari di corte e agli inviati stranieri. Fu concepito come giardino reale, pensato per godersi gite in barca sullo stagno e ammirare il paesaggio del monte Inwangsan e la magnificenza del palazzo.

In origine, al momento della costruzione del palazzo di Gyeongbokgung, si trattava di un piccolo padiglione, ma nel 1412 (12º anno di regno del re Taejong) lo stagno venne ampliato e fu edificato un padiglione delle dimensioni attuali. Subì interventi di restauro durante i regni di re Seongjong e Yeonsangun, ma venne distrutto da un incendio durante le invasioni giapponesi. Il Padiglione Gyeonghoeru fu ricostruito quando il palazzo di Gyeongbokgung venne restaurato nel 1867 (4º anno di regno del re Gojong).

Il primo piano del padiglione è sostenuto da 48 alti pilastri in pietra: 24 rotondi e 24 quadrati. Il secondo piano, invece, era una sala per banchetti con pavimentazione. Sulla trave del tetto a padiglione sono collocate 11 tegole decorative raffiguranti gli animali dello zodiaco, il numero più alto presente tra gli edifici della Corea.

Wind Streamer Pedestal 

Il Wind Streamer Pedestal (Punggidae) è una base su cui veniva issata una bandiera per misurare la direzione e la forza del vento. È realizzato in granito e ha un’altezza di 224,3 cm. Alla base si trova un’asta portabandiera con incisioni, sormontata da un pilastro ottagonale in pietra decorato con motivi a nuvola.

Al centro del pilastro ottagonale è presente un foro destinato all’inserimento della bandiera, mentre altri fori sono stati praticati per evitare il ristagno e l’ostruzione. All’estremità dell’asta veniva fissata una bandiera lunga e stretta, la cui forma permetteva di valutare la forza e la direzione del vento.

Porta Yeongchumun


La Porta Yeongchumun è la porta occidentale del palazzo. “Yeongchu” significa “accogliere l’autunno”, mentre “-mun” è un suffisso che indica “porta”. In complementarità con il nome della Porta Geonchunmun, situata a est, la Porta Yeongchumun fu costruita in modo da rispecchiare i significati simbolici tradizionalmente associati all’“ovest”.

Questa porta era utilizzata principalmente dai funzionari civili e militari di corte, in particolare da coloro che lavoravano negli edifici amministrativi situati nella parte occidentale del complesso. L’attuale porta in cemento è stata restaurata nel 1975.

Sala Gangnyeongjeon


La Sala Gangnyeongjeon, insieme alla Sala Gyotaejeon, costituiva i quartieri residenziali del re e della regina. In particolare, era la camera da letto del re; “Gangnyeong” significa infatti “stare bene ed essere in salute”, mentre “-jeon” è un suffisso che indica “sala”. In questo edificio il re gestiva la sua vita quotidiana, leggeva e si riposava. Talvolta convocava segretamente i funzionari di corte nei suoi alloggi per discutere questioni di Stato.

La sala è composta da nove ambienti disposti a forma di griglia. Il re utilizzava la stanza centrale, mentre le dame di corte occupavano le altre stanze che circondavano la camera reale. Davanti all’edificio si trova un’ampia piattaforma in pietra, e il tetto è privo di colmo.

Nel 1917 la sala fu demolita per recuperare legname da utilizzare nella ricostruzione dei quartieri residenziali andati distrutti da un incendio, tra cui Daejojeon e Huijeongdang, nel palazzo di Changdeokgung. L’attuale Sala Gangnyeongjeon è stata ricostruita nel 1995.

La sala è circondata da edifici annessi, tra cui Gyeongsungjeon, Yeonsaengjeon, Uengjidang e Yeongildang.

Sala Gyotaejeon e tumulo di Amisan


La Sala Gyotaejeon, insieme alla Sala Gangnyeongjeon, costituiva i quartieri residenziali del re e della regina. In quanto alloggio notturno della regina, “Gyotae” significa “l’armonia tra cielo e terra, lo yin e lo yang che portano la pace”, mentre “-jeon” è un suffisso che indica “sala”. La Sala Gyotaejeon è chiamata anche “Junggungjeon”, ossia “sala centrale del palazzo”, poiché rappresentava gli alloggi della regina situati nella parte centrale del complesso reale.

Si presume che la sala sia stata costruita nel 1440 (22º anno di regno del re Sejong). Come la Sala Gangnyeongjeon, il tetto è privo di colmo, e l’edificio non presenta una piattaforma frontale.

Nel 1917 la sala fu demolita per recuperare legname da utilizzare nella ricostruzione dei quartieri residenziali andati distrutti da un incendio, tra cui Daejojeon e Huijeongdang, nel palazzo di Changdeokgung. L’attuale Sala Gyotaejeon è stata ricostruita nel 1995.

A ovest della sala si trova l’osservatorio astronomico Heumgyeonggak. Sempre sul lato occidentale sorge l’edificio annesso Hamwonjeon, dove in passato si svolgevano cerimonie buddhiste.

Dietro la sala si estende il Tumulo Amisan, il giardino posteriore della regina. Il giardino offre uno scenario suggestivo, con un’aiuola terrazzata e un camino (considerato un tesoro) collegato al parco tramite un condotto sotterraneo per il fumo. Su quattro camini esagonali sono incisi i Quattro Piante Graziose e i Dieci Simboli della Longevità, con funzione apotropaica, per scacciare gli spiriti maligni e invocare una lunga vita.

Al prossimo approfondimento!

10 febbraio 2026

La terra delle quotes - 211

 


  1. “Non so niente della pace nel mondo, ma farò ciò che serve per trovare la mia.” – Tempest (2025)
  2. “Il lutto richiede un’enorme quantità di energie. Comincia con la rabbia, poi arrivano l’umiliazione, il risentimento, il rimpianto e il senso di colpa. E solo dopo aver attraversato tutte queste emozioni arriva il vero dolore. Il vero dolore è terribilmente silenzioso ed è pesante come una tonnellata di mattoni.” – Tempest (2025)
  3. “Esistono solo quelli che vogliono la guerra, quelli che vogliono fermarli, e quelli che hanno da guadagnare dal caos, che ci sia guerra o meno.” – Tempest (2025)
  4. “Prima di venire qui, ho seppellito il mio amore tra le colline nere e ho pregato. Prendi il mio posto e donalo a questa terra. E quando ci sarà abbastanza pace per tutti, tanta da non servire più a nessuno, allora ti prego, restituiscimi il mio povero amore perduto.” – Tempest (2025)
  5. “La vita in carcere può sembrare terribilmente vuota. Ma ricorda che anche questa vita è un dono di Dio. Quindi non sprecarla. Usa questo tempo per riflettere sul tuo passato e scoprire quale sia il tuo scopo qui.” – The Manipulated (2025)
  6. “Quando si nasce, ognuno viene al mondo con un’anima gemella predestinata. Coloro che sono destinati l’uno all’altra sono collegati, mano nella mano, da un filo rosso, ed è così che riconoscono la propria anima gemella. Quel filo è chiamato filo del destino. Coloro che sono legati da quel filo, qualunque prova o tribolazione debbano affrontare, finiranno sempre per ritrovarsi. Non importa quante vite ci vorranno: se non in questa, allora di certo nella prossima.” – Moon River (2025)
  7. “Pietà. Ammirazione. È solo una patetica sciocchezza scambiarle per amore. Se chiami questo amore, non è forse un insulto all’amore stesso?” – Moon River (2025)
  8. “All’inizio credi davvero che sia ancora amore. In fondo, lui una volta era così affettuoso e ti metteva al primo posto sopra ogni cosa. Poi arriva il momento in cui finalmente ti rendi conto che sei stata vittima di abuso.” – As You Stood By (2025)
  9. “L’opposto dell’amore non è l’odio. Sono l’indifferenza e la trascuratezza.” – As You Stood By (2025)
  10. “Ho provato ad affrontarlo e ho provato a scappare. Ho provato a denunciarlo, ma è stato tutto inutile. Finivo sempre per tornare qui.” – As You Stood By (2025)
  11. “Puoi passare una vita intera a scappare, ma i tuoi ricordi ti troveranno.” – As You Stood By (2025)
  12. “Vivendo con mio marito, ogni singolo giorno speravo di morire. Ho gridato al cielo, ma nessuno ha risposto. E gli abusi di mio marito erano sempre lì, davanti a me. Poi ho capito che se non spezzavo io quel ciclo, non sarebbe mai finita.” – As You Stood By (2025)
  13. “Da bambina, ogni volta che sentivo mia madre essere picchiata, prendevo per mano il mio fratellino e ci nascondevamo nell’armadio. Poi, quando fuori tornava il silenzio, uscivo, facevo finta che non fosse successo niente, mangiavo e guardavo la TV come se non sapessi nulla. All’epoca pensavo fosse solo perché avevo paura, ma poi è diventato chiaro: quella è stata l’origine del mio silenzio e della mia indifferenza.” – As You Stood By (2025)
  14. “Anche da bambina, nel profondo sapevo che la violenza domestica era un crimine. Solo molto tempo dopo, da adulta, ho capito che nascondersi dietro alla violenza, voltarsi dall’altra parte e fare finta di niente era un crimine allo stesso modo.” – As You Stood By (2025)
  15. “Ora so che non sono solo i crimini intenzionali a uccidere, ma che mentire a se stessi e chiudere gli occhi può, di per sé, essere altrettanto mortale.” – As You Stood By (2025)

9 febbraio 2026

BENVENUTI IN KOREA: La colonizzazione della corea

 


Nel precedente articolo di questa serie abbiamo camminato tra i cortili di Gyeongbokgung, seguendo le tracce lasciate da re, regine e funzionari che per secoli lo hanno abitato. Ma a un certo punto, nella storia della Corea, quelle stanze si svuotano, i tetti vengono abbattuti, le pietre dei palazzi reali diventano materiale da cantiere per edifici nuovi, moderni… e soprattutto stranieri. È qui che comincia uno dei capitoli più dolorosi della storia coreana: la colonizzazione giapponese.

In questo articolo non parleremo più di cerimonie di corte e padiglioni sul lago, ma di trattati firmati con le truppe già dentro al palazzo, di imperatori costretti ad abdicare, di un paese trasformato in protettorato e poi annesso contro la propria volontà. Vedremo come il Giappone abbia cercato non solo di controllare il territorio, ma di riscrivere l’identità stessa della Corea: cambiando il nome del paese, cancellando la lingua dalle scuole, bruciando libri di storia, sostituendo religioni, cognomi, perfino i suoni che i bambini potevano pronunciare in classe.

Allo stesso tempo, però, racconteremo anche la resistenza: la Dichiarazione del Primo Marzo, le manifestazioni di massa represse nel sangue, le vite spezzate ma non piegate di chi ha rifiutato di accettare il dominio coloniale. Dalle riforme “educative” di Terauchi alla mobilitazione forzata del lavoro, fino alle “donne di conforto” e alla fine della Seconda guerra mondiale, ripercorreremo trentacinque anni in cui la Corea è stata messa in ginocchio ma non è scomparsa. Perché dietro ogni trattato, ogni numero e ogni data ci sono voci, corpi e memorie che ancora oggi continuano a chiedere di essere ascoltate.

8 febbraio 2026

I palazzi coreani: Gyeongbokgung (1)

Come vi avevo promesso, iniziamo con l’articolo di oggi a parlare dei cinque grandi palazzi coreani, tutti situati a Seul e risalenti alla Dinastia Joseon. Il palazzo da cui partiremo è il più grande e il più famoso: Gyeongbokgung.

Inizialmente avevo pensato di realizzare uno dei miei soliti pezzi, poi però mi sono imbattuta in un sito davvero straordinario — che, tra le altre cose, vi consiglio caldamente di esplorare e che trovate alla fine dell’articolo — in cui sono raccolte tutte, ma proprio tutte, le informazioni più importanti e dettagliate sui palazzi reali coreani.

La risorsa è però disponibile esclusivamente in lingua inglese. Per questo motivo ho deciso di fare qualcosa di diverso dal solito: tradurre per voi le parti più significative e costruirci attorno un articolo. Dunque, per la prima volta dopo tanto tempo, le parole che leggerete non saranno completamente mie, ma traduzioni fedeli e accurate delle informazioni ufficiali.

Credo sinceramente che meglio del sito ufficiale dedicato ai palazzi e alle tombe reali coreane non ci sia nessuno in grado di restituire la bellezza, la complessità e il significato profondo di questi luoghi. È proprio per questo che ho optato per questa scelta, anche se diversa dal mio solito modo di scrivere, e spero che possiate comunque apprezzare il lavoro che c’è dietro.

Detto questo… iniziamo!


Il Palazzo Gyeongbokgung è il palazzo principale della dinastia Joseon, fondato nel 1395 (quarto anno di regno di re Taejo) dopo la nascita della dinastia nel 1392. Alle sue spalle si erge il monte Bugaksan, mentre davanti al Cancello Gwanghwamun, l’ingresso principale del palazzo, si estende l’ampia strada Yukjo. Il nome Gyeongbok significa che “la nuova dinastia godrà di buona sorte e prospererà”. Gyeongbokgung fu inoltre il luogo in cui venne creato e diffuso l’Hunminjeongeum, il sistema di scrittura della lingua coreana.

Il Palazzo Gyeongbokgung venne distrutto durante l’invasione giapponese del 1592 (venticinquesimo anno di regno di re Seonjo). Rimase in rovina per molti anni, fino a quando fu restaurato nel 1867 (quarto anno di regno di re Gojong), 270 anni dopo la fine della guerra. Durante il restauro voluto da re Gojong, il complesso fu ampliato con nuovi edifici, tra cui il Palazzo Geoncheonggung, la Sala Taewonjeon e Jibokjae. In particolare, il Padiglione Okhoru, situato all’interno del Palazzo Geoncheonggung, è il luogo in cui avvenne il tragico episodio dell’assassinio dell’Imperatrice Myeongseong nel 1895.

Il vergognoso Trattato Corea–Giappone del 1910 segnò l’inizio della distruzione sistematica del Palazzo Gyeongbokgung. La maggior parte degli edifici venne demolita per ospitare l’Esposizione Industriale Joseon del 1915. Nel 1926, l’intero palazzo fu letteralmente oscurato dalla costruzione dell’edificio del Governatore Generale di Joseon. Il progetto di restauro del palazzo ebbe inizio negli anni Novanta, e nel 1996 l’edificio del Governatore Generale venne demolito. Le aree attorno al Cancello Heungnyemun, agli alloggi reali, al Palazzo Geoncheonggung, alla Sala Taewonjeon e al Cancello Gwanghwamun sono state restaurate e sono giunte fino a noi nella loro forma attuale.

Cancello Gwanghwamun


Il Cancello Gwanghwamun è l’ingresso principale del Gyeongbokgung. Il nome Gwanghwa significa “influenza virtuosa esercitata dal re”, mentre il suffisso -mun indica semplicemente “cancello”. A differenza dei cancelli principali degli altri palazzi, il Cancello Gwanghwamun presenta un padiglione a doppio tetto che si erge su un’alta base in pietra, una struttura più simile a quella dei cancelli delle fortezze, che gli conferisce un aspetto particolarmente maestoso e solenne.

Il cancello è composto da tre aperture ad arco. Il re attraversava l’arco centrale, mentre il principe ereditario e i funzionari utilizzavano le aperture laterali. All’interno del padiglione era collocata una campana, che serviva ad annunciare il passare del tempo durante la giornata.

Il cancello originale venne spostato a nord del Cancello Geonchunmun quando, durante il periodo coloniale giapponese, fu costruito il quartier generale del Governatorato Generale giapponese in Corea. In seguito, durante la Guerra di Corea, il padiglione del cancello originale venne distrutto dai bombardamenti. Nel 1968, il Cancello Gwanghwamun fu ricollocato nella posizione dell’ingresso principale del palazzo, ma come struttura in cemento, e non in legno come in origine. Solo nel 2010 il cancello è stato finalmente restaurato nella sua forma e collocazione originali, tornando a essere una struttura lignea, fedele all’aspetto storico originario.

Cancello Heungnyemun

Il Cancello Heungnyemun è il cancello interno del Gyeongbokgung. Il nome Heungnye significa “promuovere le buone norme e il decoro”, mentre il suffisso -mun indica “cancello”. In origine il cancello si chiamava Hongnyemun, ma il nome venne cambiato nel 1867, in occasione della ricostruzione del palazzo. Durante il periodo coloniale giapponese, il Cancello Heungnyemun fu demolito per consentire la costruzione del quartier generale del Governatorato Generale giapponese in Corea. Il cancello è stato ricostruito nel 2001, dopo che l’edificio del Governatorato Generale era stato abbattuto nel 1996.

Al centro del cancello scorre il torrente Geumcheon, che scende dal monte Baegaksan, e proprio nel punto centrale del corso d’acqua si trova il Ponte Yeongjegyo. Il ponte ricevette il nome Yeongjegyo durante il regno di re Sejong. Sopravvisse alle invasioni giapponesi della fine del XVI secolo senza subire danni gravi e venne riparato nel 1867, durante la ricostruzione del Palazzo Gyeongbokgung.
Anche il Ponte Yeongjegyo fu demolito insieme al Cancello Heungnyemun durante il periodo coloniale giapponese e restaurato nel 2001, tornando così alla sua forma storica originaria.

Sala Geunjeongjeon e Cancello Geunjeongmun con i corridoi


La Sala Geunjeongjeon è la sala del trono del palazzo, il luogo in cui il re celebrava le cerimonie di incoronazione, concedeva udienze ai funzionari, incontrava gli inviati stranieri e presiedeva le grandi funzioni ufficiali. Il termine Geunjeong significa “lavorare con diligenza e governare con saggezza”, mentre il suffisso -jeon indica “sala”. Si tratta della sala più grande e più solenne del Gyeongbokgung.

L’edificio, a due piani, poggia su una piattaforma a due livelli raggiungibile tramite scalinate in pietra e presenta una struttura interna aperta su un unico grande spazio.

Il cortile antistante, noto come corte reale, è pavimentato con ampie lastre di pietra sottili, come avviene anche negli altri palazzi reali. Al centro si sviluppano tre percorsi, concepiti per esprimere la dignità e la solennità del palazzo. Nel cortile sono inoltre presenti pilastri in pietra che indicavano la posizione dei funzionari statali in base al loro rango.
Agli angoli delle fondamenta e lungo le balaustre delle scale si trovano sculture raffiguranti i guardiani delle quattro direzioni cardinali, i dodici segni zodiacali e le ventotto costellazioni.

All’interno, il pavimento è composto da grandi blocchi quadrati, mentre il trono è collocato al centro del lato nord della sala. Alle sue spalle si erge un paravento dipinto con il sole, la luna e una montagna a cinque cime, simboli dell’autorità regale. Il soffitto è decorato da una coppia di draghi scolpiti, emblema del potere del sovrano.

Il Cancello Geunjeongmun si trova a sud della Sala Geunjeongjeon ed è circondato da corridoi colonnati. Presso la Sala Geunjeongjeon furono incoronati i re Jeongjong, Sejong, Sejo, Jungjong e Seonjo, mentre i re Danjong, Seongjong e Myeongjong furono incoronati al Cancello Geunjeongmun.

Sala Sajeongjeon

Il termine Sajeong significa “riflettere su un buon governo”, mentre il suffisso -jeon indica “sala”. La Sala Sajeongjeon svolgeva la funzione di sala del consiglio, dove il re discuteva regolarmente gli affari di Stato con i funzionari di corte. Qui si tenevano i briefing mattutini, le riunioni e le principali funzioni reali legate all’amministrazione del regno. Il trono è collocato all’interno della sala, come nella Sala Geunjeongjeon, e alle sue spalle si trova un paravento dipinto con il sole, la luna e una montagna a cinque cime, simboli dell’autorità reale.

Le due sale ausiliarie situate a sinistra e a destra, la Sala Manchunjeon e la Sala Cheonchujeon, sono dotate di condotti di riscaldamento sotto il pavimento. Si presume che questi edifici fossero utilizzati in tutte e quattro le stagioni. In origine, i tre edifici erano progettati per essere collegati tra loro da corridoi, ma vennero separati durante il regno di re Gojong.

Sala Sujeongjeon

Il termine Sujeong significa “attuare una buona politica”, mentre il suffisso -jeon indica “sala”. La Sala Sujeongjeon svolse la funzione di sala del consiglio durante il regno di re Gojong. L’edificio fu costruito proprio in quel periodo, in occasione della ricostruzione del palazzo.

Durante la Riforma Gabo del 1894 (trentunesimo anno di regno di re Gojong), la Camera deliberativa (Gunguk Gimucheo) ebbe sede in questo edificio. Successivamente, la sala venne utilizzata come sede del consiglio del gabinetto.

La Sala Sujeongjeon è inoltre il luogo in cui, agli inizi della dinastia Joseon, si trovava la Jiphyeonjeon. Proprio qui, durante il regno di re Sejong, venne ideato l’Hunminjeongeum, il documento che introdusse il sistema di scrittura dell’alfabeto coreano.

Nella prossima parte esploreremo il padiglione Gyeonghoeru, il basamento per le banderuole del vento, il cancello Yeongchumun, la sala Gangnyeongjeon, la sala Gyotaejeon e il tumulo di Amisan. Alla prossima!

Fonte: https://royal.cha.go.kr/

7 febbraio 2026

Light Shop: imparare a vivere, imparare a dire addio


Light Shop è ambientato in una piccola bottega di lampade nascosta in un tranquillo vicolo di Seoul, un luogo apparentemente anonimo in cui, però, le luci restano accese tutta la notte. Fin da subito è chiaro che non si tratta di un semplice negozio: chi varca quella soglia non entra per acquistare una lampada, ma porta con sé una storia personale, ferite profonde, rimpianti irrisolti e domande che non hanno mai trovato risposta. È attraverso la luce che queste crepe interiori iniziano lentamente a essere “curate”.

Il concept di Light Shop è semplice solo in superficie. In realtà, la serie racconta un intreccio di anime, tutte sospese tra ciò che sono state, ciò che avrebbero voluto essere e ciò che non sono mai riuscite a diventare. Ogni personaggio è prigioniero del proprio passato, dei propri desideri incompiuti, delle scelte mancate. L’atmosfera iniziale, inquietante e quasi horror, si trasforma gradualmente in qualcosa di più profondo: un’esplorazione delicata della speranza, delle seconde possibilità e del bisogno umano di trovare un senso, anche quando tutto sembra già finito.

Il negozio di luci diventa così un crocevia metaforico, uno spazio liminale in cui le anime si incontrano e si sfiorano. È lì che i personaggi iniziano a comprendere non solo la verità sulle proprie vite, ma anche il modo in cui i loro destini sono intrecciati gli uni agli altri. La narrazione si muove con grande naturalezza tra archi narrativi che, all’inizio, sembrano scollegati. Episodio dopo episodio, però, lo spettatore inizia a intravedere il disegno complessivo, fino a un climax emotivo che è allo stesso tempo straziante e redentore.

Ogni episodio costruisce tensione con misura, svelando poco alla volta i traumi, i dolori e i percorsi interiori dei personaggi. Il ritmo è equilibrato: intenso quando serve, ma mai affrettato, permettendo alle emozioni di sedimentare. Nulla è eccessivo, nulla è superfluo. Anche i momenti più carichi trovano spazio per respirare, lasciando allo spettatore il tempo di sentire davvero ciò che sta accadendo.

Al centro di Light Shop ci sono temi universali: la memoria, il destino, il confine sottile tra la vita e la morte. La luce non è solo un elemento scenografico, ma una guida, reale e simbolica. Ogni storia ruota attorno alle scelte che i personaggi compiono di fronte alla morte e alla luce che li attende: una luce che può condurre alla redenzione, oppure segnare una separazione definitiva. Il negozio stesso diventa il simbolo della fragilità della vita, un luogo che offre conforto, orientamento e, talvolta, una seconda possibilità.

La serie affronta anche l’idea di ciò che esiste oltre la morte in modo sorprendentemente umano. Il mondo ultraterreno non è distante o incomprensibile, ma profondamente legato alle emozioni e ai legami terreni. Light Shop pone domande esistenziali su cosa significhi vivere davvero, su quanto peso abbiano i nostri rapporti con gli altri e su cosa resti di noi quando il tempo a disposizione finisce. Nonostante l’ambientazione soprannaturale, gli archi emotivi dei personaggi risultano universali, riconoscibili, intimamente vicini.

Uno dei messaggi più forti riguarda il desiderio ardente di vivere. Chi si trova sospeso tra la vita e la morte può tornare indietro solo attraverso una volontà di sopravvivere assoluta. Il semplice, disperato “voglio vivere” diventa la forza capace di muovere i miracoli, l’energia che permette di scegliere ancora una volta la vita.

Accanto a questo, Light Shop affronta con grande delicatezza il tema del lutto e del lasciare andare. Trattenere chi non c’è più, incapaci di accettarne l’assenza, può trasformarsi in una sofferenza reciproca. La serie suggerisce che il vero amore non è possesso, ma capacità di dire addio, permettendo alla persona amata di andarsene in pace.

C’è poi il valore della vita stessa, spesso compreso solo quando è troppo tardi. La morte arriva senza preavviso e chi resta sospeso tra due mondi finisce per rimpiangere le cose più semplici: una routine, una presenza, un gesto quotidiano. Vivere senza rimpianti significa dare il meglio alle persone che abbiamo accanto e abitare ogni momento con consapevolezza, prima che diventi un ricordo irraggiungibile.

Infine, Light Shop parla di legame e memoria. Ricordare qualcuno significa continuare a tenerlo in vita. I vivi e i morti restano connessi attraverso la luce, che diventa un filo invisibile capace di attraversare il tempo e lo spazio. In questo modo, chi se n’è andato continua a esistere nei ricordi di chi resta, offrendo una forma di conforto silenziosa ma potentissima.

Alla fine, Light Shop non è solo una storia di fantasmi o di mondi sospesi. È un racconto profondamente umano che parla di perdita, desiderio, amore e scelta. Un promemoria delicato ma incisivo di quanto la vita sia fragile, e di quanto, finché la luce è accesa, valga sempre la pena guardarla in faccia. 

6 febbraio 2026

Tra inchiostro e identità: il linguaggio visivo della calligrafia coreana

 


La calligrafia non è semplicemente scrittura, ma un gesto che unisce tempo, disciplina e identità. Ogni tratto nasce da un equilibrio delicato tra tecnica e intenzione, tra controllo e libertà, trasformando le parole in immagini e la scrittura in una vera e propria esperienza visiva. In Corea, questa pratica ha attraversato secoli di storia, adattandosi ai cambiamenti culturali e linguistici senza mai perdere il suo valore simbolico. Ripercorrere l’evoluzione della calligrafia coreana significa quindi entrare in contatto non solo con una forma d’arte, ma con il modo in cui un popolo ha costruito e affermato la propria identità attraverso i segni.

Il processo di creazione di una scrittura decorativa attraverso l’uso di pennello, carta, inchiostro e pietra per inchiostro è ciò che definisce la calligrafia come forma d’arte. Questa pratica giunse probabilmente in Corea dalla Cina nel IV secolo a.C. e, per secoli, gli scribi coreani utilizzarono l’unico sistema di scrittura allora disponibile: gli hanja, ovvero i caratteri cinesi adattati alla lingua coreana.

Nel 1446, la calligrafia coreana si ampliò includendo un nuovo alfabeto, l’Hunminjeongeum, così chiamato dal documento che ne spiegava in dettaglio la corretta scrittura e l’uso. Oggi questo sistema di scrittura è conosciuto come Hangeul e rappresenta uno degli elementi identitari più forti della cultura coreana.

Molti degli stili calligrafici sviluppatisi nei secoli successivi — dal più tradizionale panbonche (“stile antico”) all’elegante gungche (“stile di palazzo”) — tendevano a mescolare Hangeul e caratteri cinesi. Tuttavia, l’orgoglio per la scrittura nativa iniziò a emergere già all’inizio del XX secolo, quando i coreani cominciarono a riscoprire e valorizzare l’Hangeul come simbolo di identità culturale. Uno degli stili dominanti della calligrafia in Hangeul prevedeva caratteri ordinatamente allineati, con spaziature attentamente calibrate: non contava solo ciò che veniva scritto, ma il modo in cui veniva scritto. In questo senso, la calligrafia divenne a tutti gli effetti una forma d’arte visiva.

Che si utilizzi la hanji — ancora oggi impiegata — o l’Hangeul, molti calligrafi coreani mirano a uno stile apparentemente ruvido ma armonioso, fondato su una ricerca di equilibrio nell’imperfezione. Nel tempo, i calligrafi hanno sviluppato stili personali, spesso caratterizzati da spessori irregolari, tratti dinamici o composizioni più giocose. Sebbene la digitalizzazione abbia in parte ridotto la diffusione della calligrafia coreana — oggi raramente insegnata in modo sistematico — essa continua comunque a essere presente nella vita quotidiana: incisa sulle scogliere, tracciata su insegne tradizionali o impressa sulle etichette degli alcolici, come segno tangibile di un’arte che resiste al tempo.

Oggi, anche se la calligrafia non occupa più un ruolo centrale nell’istruzione o nella vita quotidiana, continua a sopravvivere come traccia silenziosa di una memoria culturale profonda. Nei dettagli di un’insegna, nelle incisioni su pietra o nelle etichette di un liquore tradizionale, riaffiora l’idea che scrivere non sia solo comunicare, ma lasciare un’impronta. La calligrafia coreana, con la sua ricerca di armonia nell’imperfezione, ci ricorda che la bellezza non risiede nella precisione assoluta, ma nel gesto umano che la genera. Un’arte antica che, proprio perché imperfetta, continua a parlare al presente.

5 febbraio 2026

La corea del sud sulla mappa pt.1

Per essere un Paese relativamente piccolo, la Corea del Sud racchiude una straordinaria varietà di realtà: città brulicanti di vita, altopiani rurali ricoperti di foreste e migliaia di isole disseminate lungo le sue coste. Situata nell’estremo oriente dell’Asia e collegata alla massa continentale eurasiatica attraverso la Corea del Nord, la Corea del Sud è in gran parte circondata dall’acqua. Il territorio continentale è suddiviso in nove province principali, mentre ogni città metropolitana — tra cui Seul e Busan — costituisce, dal punto di vista amministrativo, un’unità autonoma assimilabile a una provincia. I tre mari che circondano la penisola sono inoltre costellati di isole, molte delle quali disabitate. Questo insieme di elementi dà vita a una notevole varietà di paesaggi — urbani, rurali e costieri — mentre la popolazione, che conta circa 51 milioni di abitanti, si concentra prevalentemente nelle aree urbane, lasciando ampie zone naturali in gran parte incontaminate.

Catene montuose dai rilievi relativamente modesti hanno contribuito a suddividere la Corea in regioni caratterizzate da dialetti, cucine e tradizioni distinti. La dorsale principale — la catena montuosa dei Monti Taebaek — corre lungo la costa orientale di entrambe le Coree, unificando simbolicamente territori oggi politicamente divisi. Da questa “spina dorsale” si diramano catene secondarie verso ovest, mentre dalle montagne hanno origine i principali fiumi del Paese, fondamentali sia per l’agricoltura sia per l’alimentazione delle centrali idroelettriche. La zona più pianeggiante della Corea, invece, è il sud-ovest fertile, tradizionalmente noto come la “ciotola del riso”.

La topografia variegata e la posizione della Corea all’interno dell’Asia incidono in modo significativo sull’andamento delle stagioni. La parte meridionale della penisola e le isole godono di un clima subtropicale, in cui le gelate sono rare. Nel resto del Paese, invece, gli inverni sono segnati da venti gelidi provenienti dalla Siberia, mentre le estati risultano calde e scandite da una marcata stagione delle piogge; entrambe sono incorniciate da primavere e autunni miti e generalmente piacevoli.

Le province della Corea

  1. Gyeonggi - Questa provincia settentrionale ospita la capitale ed è caratterizzata dalla presenza di città satellite benestanti, affiancate da un’ampia e tranquilla campagna.
  2. Gangwon - Sebbene poco popolata, questa provincia è rinomata per il suo straordinario patrimonio naturale e per le sue spiagge, che attirano visitatori durante tutto l’anno.
  3. Gyeongsang (Nord e Sud) - Baluardi della tradizione e della storia, queste province ospitano anche alcune delle più importanti città industriali del Paese.
  4. Jeolla (Nord e Sud) - Conosciuta per il suo spirito ribelle, la fertile regione di Jeolla è celebre per una delle tradizioni culinarie più apprezzate della Corea.
  5. Chungcheong (Nord e Sud) - Province prevalentemente agricole, caratterizzate da un ritmo di vita più lento, sono punteggiate da numerosi e famosi templi buddhisti.
  6. Isola di Jeju - Non lontana dalla prefettura giapponese di Nagasaki, la cosiddetta “Hawaii della Corea” possiede un proprio dialetto e una topografia vulcanica unica nel Paese.
Se c’è un dato che racconta in modo emblematico la storia della Corea del Sud moderna, è questo: sei decenni fa solo il 29% della popolazione viveva in aree urbane; oggi la percentuale ha raggiunto l’81%.
La Corea contemporanea è definita dalle sue città straordinarie. Sono i motori che alimentano un’economia in costante crescita, i laboratori in cui si sviluppano tecnologie capaci di plasmare il futuro e gli incubatori da cui prende forma una cultura pop in grado di conquistare il mondo. Naturalmente, qualsiasi discorso sulla Corea urbana non può che partire da un unico luogo: Seul.

Spesso, parlando di un viaggio nella capitale, i coreani non diranno semplicemente che stanno andando a Seul, ma che stanno andando su Seul. Questa preposizione sottolinea una cosa precisa: non è come andare in qualsiasi altra città. È difficile esagerare nel descrivere quanto Seul sia centrale per tutto ciò che accade in Corea. È il cuore politico, economico e culturale attorno a cui ruota il resto del Paese. Capitale da oltre seicento anni, oggi l’Area Capitale di Seul — che comprende Seul, Incheon e la provincia di Gyeonggi — ospita da sola circa metà dell’intera popolazione coreana.

Il fiume Han attraversa il cuore della città, dividendo Seul in due. Gangbuk, “a nord del fiume”, racchiude le parti più antiche dell’area urbana, segnate da mura storiche che si snodano lungo quattro montagne considerate protettrici della città. Qui si trovano i palazzi reali e vicoli stretti costellati di abitazioni tradizionali chiamate hanok.
Gangnam, “a sud del fiume”, è invece una creazione più recente, sviluppatasi in gran parte nel periodo successivo alla guerra di Corea. Sebbene sia spesso associata ad ampi viali, boutique di lusso e residenze eleganti, Gangnam ospita anche quartieri di immigrati e vaste aree di palazzi residenziali della classe media, che contribuiscono in modo decisivo a definire lo skyline urbano della Corea contemporanea.

Con così tante persone e attività in continuo movimento, Seul funziona a un ritmo che è allo stesso tempo entusiasmante ed estenuante. Alcune zone della città possono apparire più animate alle tre del mattino di quanto molte altre città lo siano a mezzogiorno, con un flusso incessante di persone che entrano ed escono da ristoranti, bar e noraebang (sale karaoke).

Nel XXI secolo, tuttavia, gran parte dell’energia urbana non è stata più indirizzata verso uno sviluppo di tipo “costruisci prima, fai domande dopo” — tipico degli anni Settanta e Ottanta — ma verso la creazione di una metropoli più vivibile. Interventi come il ripristino dell’ex Cheonggyecheon (il torrente Cheonggye), la trasformazione di una ex discarica nel parco fluviale Haneul Park, e la rinnovata valorizzazione degli hanok — molti dei quali restaurati e riconvertiti in ristoranti e spazi culturali — hanno contribuito a rendere Seul, oggi più che mai, una città in cui vale la pena andare.

Se Seul può talvolta mettere in ombra il resto del Paese, numerose altre città continuano comunque a fare luce sulla storia della Corea, sul suo sviluppo moderno e sulla ricchezza delle sue culture regionali.

Pur facendo parte dell’Area Capitale di Seul, questa città portuale possiede un carattere tutto suo, plasmato da una lunga storia come porta d’accesso alla Corea. L’apertura del Paese verso l’Occidente nel XIX secolo è ancora oggi visibile nell’elevato numero di chiese e nella Chinatown più grande della Corea, testimonianza dei flussi migratori avvenuti attraverso il Mar Giallo.
Allo stesso tempo, l’ambizioso sviluppo di Songdo — una smart city costruita su terreni bonificati — dimostra come Incheon non rivolga lo sguardo soltanto verso l’esterno, ma anche con decisione verso il futuro.

Pur facendo parte dell’Area Capitale di Seul, questa città portuale possiede un carattere tutto suo, plasmato da una lunga storia come porta d’accesso alla Corea. L’apertura del Paese verso l’Occidente nel XIX secolo è ancora oggi visibile nell’elevato numero di chiese e nella Chinatown più grande della Corea, testimonianza dei flussi migratori avvenuti attraverso il Mar Giallo.
Allo stesso tempo, l’ambizioso sviluppo di Songdo — una smart city costruita su terreni bonificati — dimostra come Incheon non rivolga lo sguardo soltanto verso l’esterno, ma anche con decisione verso il futuro.

Lungo la costa a nord di Busan, Ulsan rappresenta una Corea moderna in miniatura. Un tempo poco più di un villaggio di pescatori, dopo la guerra di Corea è diventata uno dei motori della crescita economica del Paese, arrivando a ospitare il più grande cantiere navale del mondo e una delle raffinerie di petrolio più estese del pianeta.
Questo rapido sviluppo industriale ha però comportato livelli critici di inquinamento. A partire dal 2004, Ulsan ha avviato un ambizioso processo di risanamento ambientale. Il fiume Taehwagang — un tempo tristemente soprannominato “il fiume della morte” — ne è l’esempio più emblematico: oggi le sue rive sono animate da parchi e boschetti di bambù, frequentati da aironi migratori.

Nota come una roccaforte conservatrice — quattro presidenti sudcoreani hanno le loro radici in questa area — e come il luogo in cui Samsung nacque come attività commerciale nel settore alimentare, Daegu ospita oggi una numerosa e vivace popolazione studentesca. A causa della sua posizione geografica, situata in una conca circondata da montagne, la città è soggetta a estati particolarmente afose e a inverni rigidi.

Il sud-ovest della Corea rappresenta l’opposto del sud-est: una regione tradizionalmente liberale e a forte vocazione agricola. Gwangju, la città più grande dell’area, fu il teatro della Rivolta di Gwangju del 1980, quando i manifestanti a favore della democrazia riuscirono temporaneamente a sottrarre il controllo della città ai militari. La rivolta venne repressa con estrema brutalità, ma accese una scintilla destinata a condurre, negli anni successivi, alla democratizzazione della Corea del Sud.
Ancora oggi Gwangju è profondamente orgogliosa della propria eredità ribelle e, al tempo stesso, si distingue per una scena artistica contemporanea vivace e in continua evoluzione.

A nord di Gwangju, Jeonju sorge tra le fertili pianure che costituiscono la celebre “ciotola del riso” della Corea. Da secoli occupa una posizione centrale nella tradizione gastronomica del Paese ed è particolarmente rinomata per il bibimbap e il makgeolli.
Qui la storia rimane straordinariamente visibile, in una misura che poche altre città coreane possono eguagliare. Jeonju ospita infatti uno dei quartieri di hanok meglio conservati della Corea e custodisce una delle tradizioni di pansori — la narrazione lirica coreana — più vive e radicate.

La Corea rurale può talvolta apparire come la Corea dimenticata, offuscata dal bagliore delle grandi città. Eppure, gran parte della cultura della Corea del Sud — dalla cucina ai proverbi, fino alle festività — affonda le proprie radici negli stili di vita rurali.

La Corea moderna è oggi prevalentemente urbana, ma non è passato molto tempo da quando la maggioranza della popolazione viveva in campagna. Le aree rurali contemporanee conservano ancora numerose tracce del passato del Paese: innanzitutto, il ritmo della vita è più lento e una parte significativa dell’esistenza quotidiana ruota tuttora attorno all’agricoltura. Le risaie e le coltivazioni di patate dolci si estendono nelle pianure e, nei piccoli centri e nei villaggi, i mercati tradizionali continuano a rappresentare punti di riferimento fondamentali per il commercio e la vita comunitaria.

Una versione concentrata della vita rurale è preservata nei villaggi tradizionali della Corea: insediamenti che si collocano a metà strada tra attrazioni turistiche — con spettacoli e programmi pensati per i visitatori — e autentici depositi di usanze destinate, altrimenti, a scomparire rapidamente. È importante sottolineare che si tratta ancora di comunità vive, spesso abitate da residenti in grado di far risalire le proprie radici familiari nel villaggio a secoli fa.

Il villaggio tradizionale più celebre è Villaggio Hahoe, situato nei pressi della città di Andong, nella Corea orientale. Le sue abitazioni ben conservate, con tetti in paglia e in tegole, si dispongono lungo un’ampia curva del fiume Nakdong, mentre un mosaico di campi agricoli si estende tra il villaggio e le montagne circostanti. Con circa cinquecento anni di storia, Hahoe fu dimora di importanti studiosi e funzionari della dinastia Joseon.
Oggi è considerato un esempio emblematico di villaggio dell’epoca Joseon e ha saputo preservare anche la tradizione della Danza delle Maschere di Hahoe, una forma di intrattenimento nata come strumento di satira sociale, capace di mettere in discussione — attraverso il riso — le rigide gerarchie della società dell’epoca.

Se i villaggi tradizionali custodiscono una rappresentazione del passato, la vita rurale contemporanea prospera oggi nelle cittadine disseminate in tutta la Corea. Ne è un esempio Gongju, antica capitale della dinastia Baekje tra il V e il VI secolo, le cui abitazioni si incuneano tra la Fortezza di Gongsanseong e un complesso di tombe reali. Qui passato e presente si scontrano e si intrecciano senza sosta: rituali senza tempo che onorano lo spirito di un orso, tratto da un mito locale, vengono ancora praticati, mentre caffè alla moda evocano atmosfere tipiche di Seul.

Nelle grandi città, i mercati di quartiere sono stati in gran parte sostituiti dai grandi magazzini; nelle piccole realtà urbane, invece, restano un elemento centrale della vita comunitaria, anche perché la popolazione più anziana è cresciuta frequentandoli. Jeongseon, un’ex città mineraria nella provincia di Gangwon, conserva una tradizione rurale profondamente radicata: il mercato periodico. Nei giorni che terminano con il 2 e il 7, i venditori vi offrono erbe medicinali raccolte sulle colline circostanti.

Forse la differenza più evidente rispetto alla Corea urbana è l’età mediamente più avanzata della popolazione rurale, poiché molti giovani si trasferiscono nelle città per studiare e lavorare. Ciononostante, alcuni — disincantati dalla vita urbana — scelgono di intraprendere il kwichon, il ritorno alla vita di campagna, dedicandosi all’agricoltura e contribuendo così a mantenere vive le tradizioni rurali.

Più ci si addentra nella campagna, più la Corea assume un carattere bucolico, anche grazie alla presenza di ben ventidue parchi nazionali. Circa la metà di essi segue la catena montuosa del Baekdudaegan, un sistema che attraversa la Corea del Nord e del Sud, corre lungo la costa orientale prima di piegare verso l’interno e separare le province di Jeolla da quelle di Gyeongsang.

Nel nord-est, il paesaggio spettacolare del Parco Nazionale di Seoraksan è stato per secoli fonte di ispirazione per pittori e poeti. Le sue cime di granito, che si innalzano spesso al di sopra delle nuvole, dominano le coste del Mar Orientale, mentre i pendii più bassi celano valli appartate e silenziose. La sua bellezza continua ancora oggi ad attirare visitatori da tutto il Paese.
All’estremità meridionale della catena si trova il Parco Nazionale di Jirisan, il cui nome significa “la montagna delle persone strane e sagge”. Cercatori spirituali e camminatori continuano a recarsi qui in cerca di illuminazione o a percorrerne i sentieri, attratti dall’ineffabile magia della natura — leggendario è il rosso intenso del foliage autunnale. Se il secolo scorso è stato segnato da conflitti armati e da uno sviluppo che ha gravemente compromesso la fauna coreana, queste montagne rappresentano oggi un rifugio prezioso per specie elusive come i cervi e gli orsi neri asiatici.

A ovest di Jirisan, la contea rurale di Damyang si estende ai piedi dei parchi nazionali della Corea. Con i suoi giardini tradizionali e le vaste foreste di bambù, è considerata una delle regioni più suggestive del Paese. Durante l’era della dinastia Joseon, Damyang fu luogo di esilio politico; tuttavia, gli studiosi dissidenti che vi vennero confinati trovarono ispirazione nei suoi paesaggi incantati, dando origine a una straordinaria fioritura culturale, contribuendo allo sviluppo di nuove forme poetiche, come il gasa, e componendo alcune delle opere più amate dell’epoca.

Oggi, i torrenti montani della Corea, le cime rocciose e le ombrose foreste di bambù continuano a offrire le stesse gioie di allora: ispirazione, tradizioni custodite e un rifugio dallo stress della vita urbana.

Quasi ogni cittadina rurale possiede almeno un piatto o un prodotto agricolo che ne rappresenta una componente essenziale dell’identità locale. Nella contea di Hadong, a sud del Parco Nazionale di Jirisan, questo prodotto è il tè. Il tè di Hadong veniva servito ai sovrani delle dinastie Goryeo e Joseon, e la regione vanta una lunga tradizione nell’uso dello jakseolcha, un tè medicinale impiegato per alleviare diversi disturbi.
Oggi Hadong ospita numerose case da tè, dove i visitatori possono sorseggiare tè verde ammirando panorami di montagne boscose punteggiate da templi buddhisti, in un’atmosfera che invita alla contemplazione e alla lentezza.

Questa sensibilità verso i mutamenti della natura si riflette anche nel linguaggio quotidiano. L’espressione coreana 가을 타다 (gaeul tada) descrive lo stato d’animo malinconico che accompagna l’arrivo dell’autunno, quando il calore dell’estate svanisce e le foglie iniziano a cadere — un sentimento intimo, silenzioso, profondamente legato al paesaggio e al ritmo delle stagioni.