The Art of Sarah non è un drama che mi è piaciuto per il modo in cui racconta la sua storia, ma per ciò che vuole trasmettere attraverso quella storia. Non l’ho amato per la struttura investigativa o per la tensione narrativa, ma per le domande che mi ha lasciato addosso. Queste sono alcune delle lezioni che, secondo me, il drama prova a comunicarci.
1) Se tutti credono che sia vero… allora diventa vero?
Uno dei nuclei centrali del drama è questa domanda: “Se non si può distinguere dal vero, è davvero falso?”. La serie non offre una risposta definitiva, ma suggerisce qualcosa di più sottile e potente: la verità sociale è spesso una costruzione collettiva. Prendiamo il brand di lusso creato dalla protagonista. Cosa lo rendeva davvero un marchio di lusso? Il fatto che fosse esclusivo? Che fosse costoso? Che fosse raro e nuovo in Corea? Oppure, più semplicemente, il fatto che le persone avessero deciso di crederci? Viviamo in un’epoca che esalta l’individualità, ma la realtà che abitiamo è, in larga parte, una narrazione condivisa. Quando questa narrazione si diffonde fino a diventare dominante, può trasformare una bugia ben costruita in verità e mettere in discussione verità che credevamo indiscutibili. È un meccanismo potente, ma anche estremamente pericoloso.
2) Il desiderio può costruirti. Ma può anche divorarti.
Il desiderio è il motore dell’intera storia, e lo vediamo chiaramente nelle azioni della protagonista. È il desiderio che la rende determinata, lucida, quasi implacabile; ma è lo stesso desiderio che finisce per consumarla. Sara non desidera semplicemente denaro o potere, o almeno non come obiettivo primario. Vuole status, riconoscimento, vuole diventare “qualcosa”. Il suo desiderio diventa così forza creativa e spinta all’ambizione, la porta a superare continuamente i propri limiti, ma allo stesso tempo si trasforma nell’origine della sua caduta. Il drama, in questo senso, offre una lezione preziosa: desiderare non ci rende persone sbagliate. Tutti desideriamo qualcosa. Il problema nasce quando il desiderio supera la nostra identità, la rimodella fino a svuotarla e ci trasforma in qualcosa che non siamo più in grado di riconoscere.
3) L’identità è più fragile di quanto pensiamo.
La protagonista cambia nome, volto e ruolo più volte. In un mondo che ci invita a preservare la nostra identità come se fosse la parte più autentica e intoccabile di noi, il drama rilegge questo concetto in modo inedito. Ogni versione di Sara non è semplicemente un falso: è comunque parte di lei. Non avrebbe potuto costruire quelle identità se non ci fosse stato, fin dall’inizio, qualcosa di suo in ciascuna di esse. La serie sembra quasi provocarci con una domanda implicita: se interpretiamo abbastanza bene un ruolo, quando smettiamo di recitare? E abbiamo mai recitato davvero, o siamo sempre il risultato di adattamenti continui? L’identità è fragile e plasmabile. Non siamo mai una sola versione di noi stessi. Questo ci dà potere, ma ci mette anche di fronte a una verità inquietante: se perdiamo il nostro nucleo interiore più profondo, rischiamo di non sapere più chi siamo.
4) La società crea i suoi “mostri”.
Credo fermamente nella responsabilità individuale e nella capacità di autodeterminarsi, ma non posso ignorare quanto il contesto sociale influenzi ciò che diventiamo. Se fossimo cresciuti in condizioni diverse, se le pressioni fossero state diverse, saremmo davvero le stesse persone? Il drama è abbastanza chiaro nel suggerire una risposta. Sara non nasce mostro; lo diventa all’interno di un sistema ossessionato dall’apparenza, dai marchi, dal lusso, dallo status e dalla validazione esterna. Quando una società premia esclusivamente l’immagine, non può sorprendersi se qualcuno impara a vendere un’immagine per sopravvivere o per emergere.
5) La fiducia vale più dell’autenticità.
Nel corso della serie ritorna più volte l’idea che, se un falso viene percepito come vero, allora la distinzione perde forza. Questo ci costringe a riconsiderare il confine sottilissimo tra vero e falso, giusto e sbagliato, verità e menzogna. Un oggetto può essere tecnicamente falso, ma se riesce a generare fiducia, desiderio e riconoscimento, il fatto che sia falso smette quasi di avere importanza, perché funziona. Nella vita reale, spesso non prevale ciò che è autentico in senso assoluto, ma ciò che riesce a costruire fiducia. Ed è una constatazione scomoda, difficile da accettare.
Sicuramente The Art of Sarah nei suoi otto episodi non ci offre una risposta definitiva su cosa sia la verità. Però fa emergere una consapevolezza bruciante: non diventare qualcosa solo per essere desiderato dagli altri, perché potresti riuscirci… e non riconoscerti più.


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