Il nostro viaggio benvenuti in Corea, come
promesso, continua. La storia della Corea non è confinata nei libri: permea
ogni aspetto dell’arte e della cultura, che si tratti di teatro, letteratura,
design o moda. Tra antichi regni in conflitto, l’occupazione coloniale
giapponese e la guerra di Corea, questo è un Paese che ha attraversato
devastazione e sconvolgimenti e che—pur guardando con coraggio a un futuro più
luminoso—si rifiuta di dimenticare le proprie origini. E mentre libri e opere
teatrali raccontano letteralmente la storia della Corea, la si può ritrovare
anche dove meno ci si aspetta: per esempio nei murales pieni di vita che negli
ultimi anni hanno trasformato l’aspetto di villaggi fatiscenti, nell’architettura
innovativa che oggi definisce gli skyline urbani e nella moda sperimentale che
domina sia le strade sia le passerelle. Sempre riflessiva, sempre in
evoluzione, la storia della Corea continua ancora a essere scritta.
Identità artistiche
Dalle ceramiche
raffinate alle installazioni multimediali d’avanguardia, i coreani hanno
sviluppato un’identità artistica dinamica, capace di ereditare e rielaborare
nel tempo una vasta gamma di influenze globali. L’arte è sempre andata ben
oltre la semplice decorazione. Tradizionalmente, i delicati lavori artigianali
riflettevano il fascino del rituale e della religione, prima che altri stili
nazionali iniziassero a influenzare il panorama creativo coreano. Oggi, queste
influenze sono state reinterpretate con eleganza, e secoli di creatività
offrono uno sguardo prezioso sulla storia, la cultura e il ruolo della Corea
nel mondo.
Le forme originarie
L’arte tradizionale
coreana comprendeva un’ampia varietà di tecniche, tra cui la lavorazione dei
metalli, l’intaglio della giada, la scultura e la ceramica. I capolavori più
antichi testimoniano quanto la religione fosse centrale, dalle suggestive
incisioni della Grotta di Seokguram alle sculture dei Bodhisattva. La pittura a
inchiostro su carta o seta arrivò in Corea dalla Cina durante l’epoca Goryeo
(918–1392). I paesaggi ispirati alla tradizione cinese, realizzati con
inchiostro nero, raffiguravano solitamente imponenti montagne rocciose, in cui
la presenza umana era quasi insignificante. Era necessario un grande controllo
dei diversi pennelli per creare pennellate atmosferiche capaci di suggerire
scogliere avvolte nella nebbia e dettagli intricati degli alberi. Tuttavia, più
della tecnica, ciò che contava era l’effetto contemplativo suscitato nello
spettatore. Solo nel XVIII secolo i pittori coreani iniziarono a innovare,
rappresentando paesaggi locali sublimi come il Monte Kumgang, invece di imitare
quelli cinesi.
Durante il periodo Joseon (1392–1910) si affermò
un nuovo stile di natura morta chiamato sagunja,
ovvero i “quattro gentiluomini”. Queste opere raffiguravano quattro
piante—bambù, fiore di pruno, orchidea e crisantemo—simbolo delle virtù
neo-confuciane come umiltà, perseveranza e purezza. Un’altra forma importante
di pittura del periodo Joseon era il minhwa
(pittura popolare), realizzata da artisti delle classi lavoratrici per portare
fortuna nelle case comuni. La maggior parte dei minhwa veniva dipinta su hanji
(la tradizionale carta coreana ricavata dalla corteccia di gelso) e richiamava
antiche storie popolari, spesso con protagonisti animali potenti come le tigri.
Il minhwa iniziò a scomparire durante la
guerra di Corea e il successivo periodo di rapido sviluppo, ma negli ultimi
decenni ha conosciuto una nuova rinascita.
Ricamo e arte dei nodi
Non fu solo la pittura
a prosperare durante l’epoca Joseon. Le donne esprimevano la propria creatività
attraverso il delicato lavoro del ricamo (jasu)
e dell’arte decorativa dei nodi (maedeupjang).
Oggetti di uso quotidiano venivano ricamati e decorati con simboli cinesi
propiziatori, come le farfalle, che rappresentavano la felicità domestica. Le
ricamatrici più abili del Paese venivano impiegate dalla corte reale Joseon,
che possedeva un proprio dipartimento dedicato al ricamo. I ranghi degli
ufficiali erano indicati attraverso pannelli ricamati sui loro abiti: i
funzionari civili si distinguevano per motivi raffiguranti gru (e altri
uccelli), il re era rappresentato dal drago, mentre la regina dalla fenice. I
nodi decorativi venivano tradizionalmente applicati ai ricami, agli strumenti
musicali e ad altri oggetti. Gli artigiani utilizzavano fili di seta per creare
nodi complessi, spesso completati da nappine. Oggi, i nodi decorativi coreani e
le toppe ricamate adornano comunemente l’hanbok
(l’abito tradizionale coreano), indossato nelle occasioni speciali.
Ceramiche magistrali
Sebbene il ricamo
occupi un posto speciale nella storia dell’arte coreana, il vertice della
produzione artistica del Paese è probabilmente rappresentato dalla ceramica. La
Corea è ricca di imponenti montagne granitiche, e i sedimenti derivati da
queste vette hanno contribuito a creare un’abbondante disponibilità di argilla:
le ceramiche più antiche rinvenute risalgono a circa il 6000 a.C. Mentre questi
manufatti preistorici venivano modellati in fosse aperte, le ceramiche del
periodo dei Tre Regni beneficiarono di tecniche importate dalla Cina, come il
tornio da vasaio e la cottura in forno. Il punto più alto della ceramica
coreana è rappresentato dal celadon di Goryeo (cheongja),
che deve la sua caratteristica tonalità verde-azzurra attenuata al ferro
presente nell’argilla e ad altri composti chimici nella smaltatura.
Già intorno al XII secolo, i maestri ceramisti di
Goryeo avevano iniziato a superare l’influenza cinese, utilizzando tecniche a
intarsio che prevedevano l’incisione dei motivi nell’argilla, il riempimento
delle cavità con barbottina e la successiva applicazione della smaltatura. A
partire dagli anni Settanta, numerosi carichi di celadon di Goryeo destinati
alla Via della Seta sono stati recuperati da relitti di navi, testimoniando la
straordinaria importanza e la potenza di questa produzione artigianale.
La ceramica della successiva e ultima dinastia
coreana, la Joseon, era prevalentemente bianca, da cui il termine baekja (porcellana bianca). La semplicità del baekja si accordava perfettamente con gli
ideali neo-confuciani dell’epoca, che valorizzavano un’estetica essenziale e
sobria. Tale era l’abilità dei ceramisti del periodo Joseon che, durante le due
grandi invasioni giapponesi della Corea note come Guerra Imjin (1592–1598), migliaia di artigiani
furono catturati e trasferiti con la forza in Giappone. Oggi questi eventi sono
comunemente ricordati come le “guerre della ceramica”: conflitti che causarono
una profonda perdita culturale per la Corea, ma che al tempo stesso permisero
agli artigiani coreani deportati di portare la ceramica giapponese a nuovi
livelli di eccellenza.
Frutto di secoli di raffinata maestria, le
preziose ceramiche coreane sono oggi esposte con orgoglio in istituzioni come
il National Museum of Korea e il Leeum Museum of Art. Una ceramica più semplice,
invece, è ancora largamente diffusa nella vita quotidiana: si tratta dell’onggi, vasi in argilla scura utilizzati per
conservare alimenti fermentati come il kimchi.
Età di transizione
Così come la ceramica
coreana fu inizialmente influenzata dalla tradizione cinese, alla fine del XIX
secolo anche altre forme d’arte globali iniziarono a diffondersi in Corea. La
pittura a olio, introdotta da artisti occidentali, offrì un’alternativa all’inchiostro,
che aveva dominato per secoli. Questo diede avvio a un periodo di
sperimentazione artistica, in cui gli artisti coreani cercarono di costruire
una propria identità moderna, aprendo la strada a figure pionieristiche
dell’arte contemporanea come Nam June Paik.
Non fu però semplice per i giovani artisti coreani affermarsi in questi nuovi
ambiti. Durante il periodo dell’occupazione giapponese (1910–1945), infatti,
non esistevano opportunità di formazione artistica formale sul territorio
nazionale, e molti furono costretti a studiare all’estero, in istituzioni come
la Tokyo Fine Arts School. Il grande artista Lee
Jung-seob si formò in Giappone, apprendendo tecniche che in seguito
utilizzò per rappresentare, attraverso la pittura a olio, l’anima rurale della
Corea. Anche l’artista astratto Kim Whanki
studiò a Tokyo: le sue prime opere includevano elementi tipicamente coreani,
come le donne in hanbok. Col tempo, il
suo stile si evolse fino a concentrarsi su fitte composizioni di piccoli punti
e linee blu, simili a cellule, contribuendo a tracciare il percorso del
movimento dansaekhwa (monocromo), nato
negli anni Settanta. Caratterizzato da un’estetica decisamente minimalista, il dansaekhwa vide artisti come Park Seo-bo orientarsi verso colori sobri e
immergersi nelle filosofie buddhista e taoista. A partire dagli anni 2000,
questo movimento ha conosciuto una nuova rinascita, con le principali capitali
dell’arte mondiale che ospitano mostre dedicate sia agli artisti della prima
che della seconda generazione.
Lo sapevi? Nam
June Paik è stato l’artista coreano più influente del XX secolo. Nato a
Seul, fuggì allo scoppio della Guerra di Corea,
stabilendosi infine a New York. Dopo un primo periodo come compositore
d’avanguardia, Paik iniziò a realizzare le sue celebri installazioni scultoree
caratterizzate dall’uso di televisori. Artista tanto ironico quanto
intellettuale, ha lasciato centinaia di opere, tra cui grandi figure a forma di
robot costruite con schermi televisivi e una gigantesca pagoda composta da TV.
Stile contemporaneo
Con l’allentamento
della censura negli anni ’80, durante la presidenza di Chun Doo-hwan, la maggiore libertà di
espressione portò a una vera fioritura della scena artistica. Anche il clima
politico acceso ebbe un ruolo fondamentale: la Rivolta
di Gwangju ispirò proteste in tutto il Paese a favore della democrazia.
Da questo contesto nacque l’arte minjung
(“arte del popolo”): popolare e fortemente politica, compariva su striscioni di
protesta, muri e tele. L’arte come strumento politico tornò anche a metà degli
anni 2010, quando l’ex presidente Park Geun-hye
venne duramente satirizzata da artisti come Hong
Sung-dam. Per questo motivo, molti di loro finirono in una blacklist
governativa, subendo censura, tagli ai finanziamenti pubblici ed esclusione
dagli eventi culturali.
Lontano dalla politica, una delle tendenze
dominanti dalla metà degli anni 2000 è stata la media art interdisciplinare,
con opere che fondono diversi linguaggi artistici, unendo ad esempio danza e
cinema. Una pietra miliare di questo ambito è Wave (2020), una grande installazione pubblica a Seul che
utilizza due schermi LED per creare l’illusione spettacolare di un’onda che si
infrange ripetutamente all’interno di una struttura rettangolare. Nonostante le
influenze globali e i continui progressi tecnologici, alcune correnti dell’arte
coreana restano profondamente in armonia con la tradizione. Un esempio è il
fotografo Bae Bien-u, noto per le sue
suggestive immagini in bianco e nero di pini e forme naturali, che prosegue
idealmente la tradizione contemplativa del paesaggio iniziata con la pittura a
inchiostro. Mentre una nuova generazione di artisti guarda al passato per
rinnovare il patrimonio culturale del Paese, altri creativi contemporanei
rielaborano l’identità nazionale da prospettive inaspettate. Grazie a solidi
finanziamenti pubblici e a una vasta rete di musei e gallerie di livello
internazionale, la scena artistica coreana continuerà a prosperare—sia nel
solco della tradizione sia oltre i suoi confini.
Lo sapevi? Il percorso della storia
dell’arte coreana è stato segnato da scoperte e sperimentazioni. Alcuni
momenti, in particolare, hanno trasformato in modo irreversibile la scena
artistica.
660 - La capitale di Baekje (l’attuale Buyeo) viene
conquistata e gran parte del patrimonio artistico del regno viene distrutto.
1300
- Raffinati dipinti su rotolo dell’Avalokiteshvara dell’acqua e della luna
segnano l’apice della pittura buddhista coreana.
1500
- Shin Saimdang realizza il suo paravento
raffigurante piante e insetti, che diventa fonte di ispirazione per le
ricamatrici.
1816
- Il pittore Kim Hong-do completa i suoi
album di scene di genere, conservando uno spaccato della vita quotidiana nella
dinastia Joseon.
1900
- Archeologi giapponesi iniziano a scavare alla ricerca di tesori artistici
coreani, con particolare interesse per il celadon di Goryeo.
1951
- La pittrice Chun Kyung-ja presenta The State of Life, opera che sintetizza lo
spirito del tempo segnato dalla guerra.
1971
- Apre la prima galleria d’arte privata del Paese, esponendo opere raccolte dal
collezionista Jeon Hyeong-pil.
1995
- La Biennale di Gwangju, primo festival
biennale d’arte contemporanea in Asia, fa il suo debutto.
1998 - L’artista Nam June Paik incontra il presidente Bill Clinton alla Casa Bianca—e si abbassa i
pantaloni.
Ma questa è solo una parte del racconto. Nei prossimi capitoli di questo
viaggio, entreremo ancora più a fondo tra le pieghe della sua identità—tra
tessuti che raccontano storie, architetture che custodiscono il passato e spazi
urbani che trasformano il presente in arte. Il viaggio continua!

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