Raccontami una storia... (edizione 2026) pt. 1

Nel 2023 abbiamo iniziato insieme un viaggio affascinante, esplorando gli angoli più remoti del folklore coreano. Quella serie di 15 episodi — che potete sempre ritrovare nella sezione "Le Serie 2023" della barra laterale — è stata solo l'inizio. Quest’anno, però, ho deciso di alzare l'asticella. Non mi limiterò a riportare le storie; voglio portarvi dentro il racconto. Ho selezionato per voi nuove leggende, dalle più celebri alle più oscure, curando ogni dettaglio della narrazione per farvi percepire l'atmosfera dei templi antichi e il mormorio delle foreste di bambù. Ogni appuntamento sarà un piccolo scrigno che conterrà tre o più storie, calibrate per offrirvi una lettura immersiva e completa. Preparatevi a riscoprire la Corea attraverso i suoi sogni e le sue memorie. Buona lettura e buon viaggio!

La madre di Han Sŏkpong

Raggiunta la notte inoltrata la cima della collina, Sŏkpong scorse da lontano la propria casa, all'interno della quale s'intravedeva, da dietro una finestra, la fioca luce di una lampada a olio, e si affrettò a discendere, raggiungendola d'un fiato. Da quando, tre anni prima, era andato in un tempio buddhista per apprendere l'arte della calligrafia, Sŏkpong aveva sempre avuto dinanzi agli occhi l'immagine della madre, rimasta sola in casa dopo la sua partenza. Sicuro di aver imparato già abbastanza, voleva adesso incontrare al più presto possibile l'adorata madre e mostrarle il proprio talento, frutto di tre anni di duro apprendistato.

Giunto davanti alla soglia di casa, Sŏkpong arrestò immediatamente i propri passi. Aveva sentito il toc-toc-toc ossessivo prodotto dal coltello con cui la madre tagliava i dolci di riso, per poi venderli. Era con quel denaro che la madre pagava i suoi studi al tempio... il cuore di Sŏkpong si strinse al pensiero di sua madre che ogni notte stava a lavorare per lui fino a un'ora così tarda. Poi pensò: "Da ora in poi, non ci saranno più problemi. Dato che ho completato gli studi, sarò io adesso a mantenere mia madre per tutto il tempo che vivrà".

Con questa promessa fatta a se stesso, Sŏkpong aprì la porta: "Madre!".

Tutta intenta a tagliare dolci di riso alla debole luce della lucerna, la madre volse lo sguardo nella direzione da dove aveva sentito provenire quella voce. Allora accadde un fatto strano: la madre non sembrò mostrare la minima contentezza alla vista dell'amato figlio, che pur mancava da casa da così tanto tempo. Anzi, lo apostrofò addirittura con tono di rimprovero: "Come, sei già tornato?".

Sŏkpong rispose ostentando una gran sicurezza di sé: "Ho finito gli studi e sono tornato, madre. Da adesso, potrete vivere più comodamente giacché sarò io a occuparmi di voi".

Ma anche a quelle parole la madre restò impassibile, replicando: "Non ho bisogno di vivere agiatamente. Anche a costo di enormi sacrifici, voglio che tu divenga, grazie allo studio, una persona illustre". Poi aggiunse: "Dici di aver completato i tuoi studi, eh? Allora, vediamo un po' fin dove arriva la tua abilità".

Sŏkpong fu molto contento di ciò. Finalmente, credeva che fosse venuto il momento di mostrare alla madre i risultati di tre lunghi anni di studi ed esercizi. La madre spense la lampada a olio, dicendo: "Cerca di scrivere, adesso, i caratteri che hai imparato".

Sŏkpong cominciò a scrivere. Nello stesso tempo la madre, seduta accanto a lui, riprese a tagliare i dolci di riso. Poi disse: "Ora basta".

Dopodiché riaccese la lampada. I dolci tagliati dalla madre erano tutti ben squadrati e identici nelle loro dimensioni. I caratteri tracciati da Sŏkpong erano non solo sbilenchi, ma alcuni più grandi e altri più piccoli. Sŏkpong abbassò il capo, confuso. La madre gli disse, con voce dura: "Hai visto? Credi davvero, adesso, di aver completato i tuoi studi? Ora va', e continua a studiare ed esercitarti. E non pensare minimamente di tornare finché anche al buio i caratteri da te tracciati non saranno stati identici tra loro come questi miei dolci".

Quella notte stessa, Sŏkpong, si avviò verso il tempio dal quale era appena tornato. Negli anni che seguirono proseguì con ardore gli studi, avendo sempre davanti a sé l'immagine della madre che tagliava i dolci di riso.

E così Sŏkpong divenne un calligrafo eccelso, quel grande maestro Han Sŏkpong¹ il cui nome divenne famoso non solo in Corea, ma fin nella lontana Cina.

Han Sŏkpong (1543–1605) è stato uno dei più importanti e celebri calligrafi della dinastia Joseon in Corea. È una figura quasi leggendaria nella cultura coreana, spesso citata come esempio di dedizione assoluta allo studio e alla perfezione tecnica. Il suo vero nome era Han Ho, ma è passato alla storia con il suo pseudonimo (nome d'arte) Sŏkpong. È considerato il creatore di uno stile calligrafico distintivo, noto come lo "stile Sŏkpong", che si allontanava dalle influenze cinesi dell'epoca per abbracciare un'estetica più solida, chiara e tipicamente coreana.  Divenne il calligrafo ufficiale del re Seonjo. Molte delle iscrizioni reali, dei documenti diplomatici e delle steli commemorative dell'epoca furono scritte di suo pugno. La sua fama superò i confini della Corea; persino in Cina (durante la dinastia Ming) era ammirato come un maestro assoluto, tanto da essere paragonato ai grandi classici della calligrafia cinese.


La tigre e il kaki

C'era una volta un bambino che, quando iniziava a piangere, non la smetteva quasi più, continuando per ore e ore. Una notte, la giovane madre stava seduta dietro la finestra con questo bambino urlante sulle ginocchia, cercando di persuaderlo a non continuare a piangere. Ma per quanto si sforzasse, non riusciva a trovare il modo di farlo smettere; anzi, il bambino strillava sempre di più, come se fosse punto da un succhiello. A un certo punto, sperando di intimidirlo, la madre gli disse con voce terrificante:

"Là fuori c'è una terribile tigre. Non vuoi smettere di piangere? Se la tigre sentirà il tuo pianto, entrerà in casa e ti mangerà".

Ma il bambino continuava a piangere come se nulla fosse. Intanto, una tigre, discesa dalla vicina montagna, era penetrata nel villaggio, andandosi ad accovacciare davanti alla casa, dalla cui finestra poteva vedere le ombre del bambino e della madre e ascoltare i discorsi di quest'ultima.

"Guarda un po'", pensò la tigre "pur davanti alla minaccia di una tigre terrificante come me, quel bambino non smette di piangere!"

In effetti, il bambino strillava come non mai. La madre, allora, pensò di calmarlo dandogli qualcosa. Ricordatasi che quel giorno aveva portato dalla casa dei propri genitori dei kaki disseccati, prese uno di quei frutti e lo diede al bambino:

"Eccoti il kaki. Guarda! ..."

Come per incanto, il bambino cessò immediatamente di piangere.

"Che cosa sarà mai un kaki disseccato?" pensò la tigre accovacciata davanti alla casa. "Certo, deve essere qualcosa di terribile, in grado di incutere molta più paura di quanto io stessa non possa fare. Infatti, di fronte alla minaccia di essere divorato da me, il bambino ha continuato a piangere, ma dopo aver visto il kaki si è immediatamente calmato..."

E la tigre, presa dal terrore di imbattersi in quel kaki, da lei immaginato come qualcosa di mostruoso e di micidiale, abbandonò l'idea di entrare in quella casa per divorare madre e figlio, e corse di gran carriera a rifugiarsi sulla montagna.

Nella cultura coreana, il Gotgam (il kaki essiccato al sole) non è solo un dolce, ma un simbolo di pazienza e cura. Il fatto che il bambino smetta di piangere non appena lo vede ha un fondo di verità quotidiana: per un bambino dell'epoca, quel frutto era il dolcetto più prelibato e raro possibile, quasi "magico". La tigre, non conoscendo il cibo degli umani, interpreta la reazione del bambino in modo logico (per lei): se il bambino non ha paura di me, ma si zittisce per il "Kaki", allora il Kaki deve essere il predatore più pericoloso della Terra! In Corea esiste un intero filone di storie chiamato "Le tigri ridicole". Sebbene la tigre sia l'animale simbolo della Corea (un po' come il leone in Africa), nel folklore popolare viene spesso rappresentata come un essere imponente ma facilmente ingannabile. Questo serviva al popolo per esorcizzare la paura di un animale che, secoli fa, rappresentava un pericolo reale per chi viveva vicino alle montagne. A differenza di molte fiabe occidentali dove il protagonista sconfigge il "cattivo" con una spada o con la magia, qui la tigre viene sconfitta da un malinteso. Non c'è un vero scontro fisico: è la mente della tigre (e la sua stessa paura) a metterla in fuga. È un esempio perfetto di come la percezione della realtà possa essere più potente della realtà stessa. Se visiti un museo coreano, troverai spesso dipinti popolari chiamati Minhwa che raffigurano tigri dall'aspetto un po' buffo o stralunato. Questa storia è il corrispettivo letterario di quegli stessi quadri: serve a rendere il "terribile" meno spaventoso attraverso l'ironia. In alcune varianti regionali, la storia continua! Mentre la tigre scappa terrorizzata, un ladro di bestiame salta per errore sulla sua schiena convinto di aver preso un bue. La tigre, convinta che il "Kaki" le sia saltato addosso, corre ancora più veloce, creando una situazione comica di doppio equivoco.

Il figlio devoto e il figlio ingrato

C’era una volta un giovane, dall’animo particolarmente buono, che viveva insieme alla vecchia madre assicurandone, benché poverissimo, il sostentamento. In particolare, sapendo che alla madre piaceva molto il pesce e non avendo denaro per comprarglielo, si recava periodicamente al fiume per pescarlo di persona. Un giorno d’inverno, mentre imperversava una furiosa tempesta di neve, il bravo giovane era immancabilmente in riva al fiume a pescare quando, per caso, si trovò a passare di lì il re, che per l’occasione indossava gli abiti di un comune cittadino. Avendo visto quel giovane, il sovrano gli si avvicinò e gli chiese come mai avesse deciso di andare a pesca in una giornata simile. Il ragazzo espose i motivi che lo avevano spinto a sfidare le intemperie, e il re, compiaciuto per tanta bontà d’animo, si trattenne un po’ a parlare con lui. Poi, a un certo punto, gli disse: “Il sole sta tramontando e io non ho un posto dove dormire. Potreste ospitarmi a casa vostra, per questa notte?”

Il giovane, che ovviamente non aveva riconosciuto il proprio interlocutore, rispose che sarebbe stato ben lieto di ospitarlo, ma che purtroppo non disponeva di una camera dove farlo dormire. Il re insistette, dicendo che si sarebbe accontentato di passare la notte anche semplicemente seduto in un cantuccio. Il giovane quindi lo accompagnò alla propria casa.

Qui, pulito il pesce che aveva pescato, lo cucinò, togliendogli anche la più piccola spina affinché la madre, debole di vista, potesse poi mangiarlo senza nessun pericolo. E fu solo dopo che la madre ebbe finito di mangiare che lui consumò a propria volta la cena. Il re, commosso da tanta devozione, tornato a palazzo il giorno dopo ordinò che al bravo giovane venisse elargita una grossa somma di denaro come premio della sua bontà.

La notizia di quanto era accaduto si sparse in breve per tutto il circondario, e un certo malvagio giovane, che non si era mai interessato dei propri genitori, pensò bene di ottenere anche lui un premio ingannando il sovrano. Così, un giorno in cui il tempo era particolarmente inclemente, si recò al fiume e si mise a pescare, sperando di essere notato e riconosciuto. Il caso volle che anche quel giorno il re si trovasse a passare di lì e che, come era accaduto in precedenza, si avvicinasse al giovane pescatore per chiedergli come mai avesse deciso di andare a pesca con quel tempo. Al malvagio giovane non parve vero di constatare che gli eventi stavano prendendo la piega da lui desiderata, e così si mise a raccontare la stessa storia lacrimevole (ma, stavolta, spudoratamente falsa) che il figlio devoto aveva già raccontato al sovrano qualche tempo prima. Come era successo nell’occasione precedente, il re chiese di essere ospitato dal pescatore e quest’ultimo, naturalmente, non se lo fece dire due volte. Arrivati che furono a casa sua, l’ingrato e avido figlio continuò a recitare con zelo la propria commedia. Pulito accuratamente il pesce, lo cucinò, e, presentatolo alla madre, ebbe la faccia tosta di dirle: “Madre, questo è il pesce e lì ci sono le spine: fate attenzione nel mangiare”.

La madre, al colmo della sorpresa, non riuscendo a spiegarsi il motivo di quel comportamento del figlio, non poté fare a meno di dirgli: “Ehi, come mai tanta gentilezza, oggi? La sola volta che ti sei degnato di portarmi mezzo kŭn di carne di maiale mi hai preso addirittura a botte perché l’avevo mangiata tutta in un solo giorno², e adesso, improvvisamente, fai tutto questo per me?”

A quelle parole il re capì tutto e l’indomani, tornato a palazzo, ordinò che il giovane venisse condannato a pagare una forte multa e biasimato pubblicamente per aver tenuto un comportamento così riprovevole.

Questa storia è un classico esempio di racconto morale didattico, progettato per insegnare i valori della società coreana tradizionale (fortemente influenzata dal Neoconfucianesimo) attraverso il contrasto netto tra due personaggi. Nella cultura coreana, il gesto di togliere le spine dal pesce non è solo un atto di premura, ma un simbolo di protezione totale. Il tema del Re che viaggia in incognito è molto comune nelle leggende Joseon.  Il Re non mette alla prova il ragazzo chiedendogli soldi, ma chiedendo ospitalità. Nella tradizione coreana, accogliere uno straniero quando non si ha nulla è la massima prova di nobiltà d'animo.  Il fatto che il Re intervenga personalmente sottolinea l'idea che la Pietà Filiale (Hyo) fosse considerata un affare di Stato: un buon figlio sarebbe stato un buon suddito, mentre un figlio cattivo era considerato un pericolo per l'armonia della nazione. Noterai che il figlio malvagio non viene solo multato, ma "biasimato pubblicamente". Nella Corea antica, il "volto" (chemyon) e la reputazione sociale erano più importanti del denaro. Essere denunciati dal Re per ingratitudine verso i genitori significava l'esclusione totale dalla comunità e la rovina permanente del nome della famiglia. Nella storia appaiono termini come kŭn (o geun). È un'antica unità di misura della massa utilizzata in Asia orientale. Ancora oggi, nei mercati tradizionali coreani, si usa il geun per pesare la carne (circa 600 grammi) o le verdure, segno di quanto queste antiche tradizioni siano ancora vive nella quotidianità.

La moglie virtuosa uccise il marito, il figlio devoto ammazzò la madre

C’erano una volta due amici, che andarono d’amore e d’accordo fin quando uno di essi si sposò con una donna bellissima. Da quel momento l’invidia cominciò a rodere l’altro, fino a spingerlo a commettere il più atroce dei delitti allo scopo di impossessarsi egli stesso di quella donna.

Così un giorno, mentre i due erano in montagna per raccogliere delle erbe, il falso amico, attirato con un pretesto l’altro (che era all’oscuro dei suoi sentimenti d’odio nei propri confronti) sul ciglio di un burrone, gli diede improvvisamente una spinta, facendolo precipitare.

Il disgraziato rimase vivo e tentò più volte disperatamente di scalare la ripida parete del dirupo per mettersi in salvo, ma tutto fu inutile, perché ogni volta finiva inesorabilmente per ricadere in basso. In questo modo, il poveretto andò incontro a un’orribile morte.

L’assassino, tornato al villaggio, fece finta di nulla, e alla moglie dell’amico che gli chiedeva notizie del marito rispondeva invariabilmente di averlo perso di vista quella mattina, in montagna, e di averlo cercato invano per tutta la giornata. Quando, dopo varie settimane di ricerche, il corpo dello sventurato venne ritrovato in fondo al burrone, l’assassino, continuando a recitare la propria commedia, si finse addoloratissimo e pronto a fare il possibile per aiutare la vedova che, in seguito alla morte del marito, era rimasta, come si suol dire, in mezzo a una strada.

Alla fine il diabolico piano del criminale sembrò concretizzarsi, perché egli riuscì effettivamente a sposare la vedova della propria vittima.

Trascorsero così molti anni, durante i quali i due vissero un’esistenza tranquilla e allietata pure dalla nascita di alcuni bambini. Ma la tragedia covava, in quella casa, ed era pronta a esplodere nel momento più inaspettato. E quel momento infine arrivò.

Una sera in cui aveva bevuto un po’ troppo, l’uomo si accorse che una rana tentava ripetutamente di salire sul tetto della casa, ma, a causa della sua pendenza, finiva regolarmente per ricadere. Gli tornò allora in mente l’orribile episodio avvenuto tanti anni prima, quando l’amico da lui gettato nel precipizio aveva disperatamente tentato, invano, di mettersi in salvo scalando la parete della montagna. A quel pensiero, sbottò in una cinica risata. La moglie gli chiese che cosa mai vi fosse di tanto comico in quella scena per ridere in quel modo e lui, un po’ perché aveva bevuto, un po’ perché ormai considerava quell’episodio acqua passata, le raccontò per filo e per segno la verità sulla morte del suo primo marito.

A quelle parole la donna restò letteralmente agghiacciata al pensiero di aver vissuto per tanto tempo insieme all’assassino del primo marito da lei teneramente amato. Per l’onore del defunto, decise perciò di vendicarsi quella sera stessa. Mostratasi più gentile del solito, invitò l’assassino a bere ancora, e quando questi, completamente ubriaco, si distese per dormire, con un coltello affilato gli tagliò la gola.

Ma il figlio maggiore della coppia, che si era trovato per caso ad assistere a quella scena, devoto com’era si sentì in dovere di vendicare il padre, e così, subito dopo la morte di questi, uccise la madre, commettendo in tal modo egli stesso un terribile delitto. E fu così che la moglie virtuosa uccise il marito e il figlio devoto ammazzò la madre. Nulla si sa di ciò che accadde dopo.

Il titolo stesso è un gioco di parole tragico sui pilastri della società coreana tradizionale: la virtù coniugale e la devozione filiale (hyo). La moglie è definita "virtuosa" perché vendica il primo marito, onorando il legame originale. Il figlio è definito "devoto" perché vendica il padre (l'assassino), compiendo il suo dovere di figlio. La storia mette in luce come l'osservanza cieca di questi valori possa portare a un vicolo cieco morale dove tutti hanno "ragione" secondo il codice d'onore, ma il risultato è lo sterminio della famiglia. Nel folclore coreano, la rana è spesso un simbolo di presagio o di testardaggine. In questo caso, il suo tentativo fallito di scalare il tetto funge da nemesi: è l'elemento naturale che scatena la confessione dell'assassino. È interessante notare come il "misfatto perfetto" venga rovinato non da un'indagine, ma da una risata cinica scatenata da un evento banale. La frase finale "Nulla si sa di ciò che accadde dopo" è tipica di molti racconti popolari coreani che trattano di tragedie familiari. Serve a lasciare il lettore con un senso di vuoto e riflessione, sottolineando che dopo la rottura definitiva dei legami di sangue e d'amore, non rimane più nulla da raccontare.

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