Benvenuti in Korea: il linguaggio dell’arte coreana pt.4

Il nostro viaggio benvenuti in Corea, come promesso, continua. La Corea è una nazione profondamente artistica. L’intera sua storia è costellata di dipinti, sculture e manufatti in ceramica, mentre musica e danza sono state apprezzate tanto dalle classi più elevate quanto dal popolo. Combinando arte indigena e influenze esterne, adattandole, trasformandole e innovandole continuamente senza mai perdere di vista la tradizione, l’arte coreana rappresenta un autentico tesoro. Non sorprende che così tante opere—sia materiali che immateriali—siano riconosciute dall’UNESCO come patrimonio culturale di valore inestimabile.

PITTURA - Le prime testimonianze di arte pittorica in Corea risalgono al Regno di Goguryeo, dove i murales delle tombe raffigurano scene di vita quotidiana, abiti dell’epoca e persino creature mitologiche. Da allora, la pittura è diventata un mezzo fondamentale di espressione artistica nel Paese, raggiungendo il suo apice nel primo periodo della dinastia Joseon, talvolta definito anche come una sorta di “Rinascimento coreano”.

ARTE DEL PAESAGGIO - Durante le prime fasi della dinastia Joseon, il genere pittorico più diffuso era quello del paesaggio, anche se non necessariamente realistico. Un artista in particolare dominò e plasmò la pittura paesaggistica di questo periodo: An Gyeon (attivo intorno al 1440-1470). La sua opera più celebre e influente, Dream Journey to the Peach Blossom Land, raffigura il mondo fantastico visto in sogno dal suo mecenate, il principe Anpyeong. Molti dei capolavori paesaggistici dei secoli successivi seguirono lo stile di An Gyeon, che a sua volta si ispirava alle influenze della pittura cinese della dinastia Song. Un secondo grande sviluppo nella pittura di paesaggio durante il periodo Joseon fu introdotto da un altro artista, Jeong Seon. La sua innovazione fu il jingyeong (“paesaggio reale”), ovvero rappresentazioni di luoghi realmente esistenti in Corea—anche se talvolta idealizzati e arricchiti con elementi simbolici. Le sue raffigurazioni, emotive ed evocative, del territorio coreano divennero estremamente popolari e influenti per le generazioni successive di pittori paesaggisti.

PITTURA DI GENERE - Nonostante la popolarità della pittura di paesaggio, la storica dell’arte Eleanor Soo-ah Hyun definisce la pittura di genere come una delle forme artistiche “più coreane” in assoluto. Sebbene le scene di vita quotidiana risalgano già ai murales tombali del Regno di Goguryeo, fu nel XVIII secolo che questo genere conobbe la sua piena fioritura. In questo periodo si verificò un cambiamento significativo: l’attenzione si spostò dalla rappresentazione della classe aristocratica yangban alla vita quotidiana della gente comune. Uno degli artisti più celebri e influenti di questo periodo fu Kim Hong-do, considerato tra i principali promotori della pittura di genere. Le sue opere raffigurano scene narrative vivaci, caratterizzate da grande dinamismo, e si distinguono per essere tra le prime a introdurre in modo evidente l’espressione delle emozioni nella rappresentazione della vita quotidiana.

MUNBANGDO - Accanto alla pittura di paesaggio e a quella di genere, nel tardo periodo della dinastia Joseon emerse un genere particolarmente originale: il munbangdo, ovvero la “pittura dello studio dello studioso”. Queste opere alludevano direttamente allo status della classe yangban, riflettendo gli ideali del Neo-Confucianesimo, che attribuivano grande importanza all’istruzione e alla cultura letteraria. Nei dipinti munbangdo compaiono spesso libri, ma anche oggetti simbolici della vita intellettuale, come calamai, carta e raffinati oggetti da collezione tipici delle élite della società Joseon.

CERAMICA - Tra le forme artistiche più prestigiose della Corea spicca senza dubbio la ceramica. Le prime produzioni di grande rilievo risalgono alla dinastia Goryeo, con la celebre ceramica cheongja (celadon verde-blu). Durante la successiva dinastia Joseon, la tradizione ceramica si arricchì ulteriormente con lo sviluppo di due stili distintivi: buncheong e baekja.

CELADON GORYEO (CHEONGJA) - Il cheongja si distingue per il suo caratteristico colore verde-blu, ispirato alle ceramiche della dinastia Song cinese e ottenuto grazie a una precisa combinazione di materiali e temperature di cottura. Molti pezzi erano privi di decorazioni, valorizzati esclusivamente dalla bellezza del loro colore, mentre altri venivano ornati attraverso una tecnica tipicamente coreana chiamata sanggam, sviluppata nel XII secolo. Questa tecnica prevedeva l’incisione di motivi sull’argilla, successivamente riempiti con impasti bianchi o neri e sigillati con una smaltatura trasparente. I motivi decorativi includevano spesso animali simbolici come gru e tigri, oppure fiori come peonie e loto. Le ceramiche cheongja con decorazioni sanggam divennero estremamente popolari tra le classi più elevate e furono utilizzate come vasellame di corte per circa due secoli.

CERAMICA JOSEON (BUNCHEONG) - Il successore delle celebri ceramiche celadon della dinastia Goryeo fu il buncheong, prodotto nei primi due secoli della dinastia Joseon. Il buncheong riprendeva la tecnica dell’intarsio sanggam, adattandola per creare manufatti rivestiti da uno strato di ingobbio bianco sotto una smaltatura trasparente o leggermente verdastra. Spesso, però, le decorazioni venivano realizzate tramite incisioni a mano libera o motivi stampati, conferendo a ogni pezzo un carattere più spontaneo. Pur essendo considerato meno raffinato e più sperimentale rispetto al cheongja, il buncheong conquistò un’ampia popolarità proprio grazie al suo fascino più libero e meno rigido. Inoltre, questa tradizione si sviluppò in stili regionali ben riconoscibili: alcune aree producevano ceramiche con motivi molto precisi e regolari, mentre altre privilegiavano forme più originali e artigianali. In particolare, la provincia di Chungcheong sviluppò una tecnica distintiva basata su pigmenti di ferro, capace di creare un vivace colore arancione in contrasto con il bianco puro della superficie.

PORCELLANA JOSEON (BAEKJA) - La ceramica dominante della dinastia Joseon fu però la porcellana bianca, conosciuta come baekja. Adottata dalla corte nel XV secolo—seguendo una tendenza già presente nella Cina della dinastia Ming—la porcellana bianca divenne rapidamente molto ricercata. Le sue superfici candide e luminose si accompagnavano a forme semplici ed eleganti, perfettamente in linea con gli ideali del Neo-Confucianesimo, che valorizzavano un’estetica minimalista e pura. Nella fase più tarda della dinastia, iniziò a diffondersi anche l’uso del colore, enfatizzato dal contrasto con il fondo bianco brillante. Particolarmente apprezzate erano le decorazioni in blu cobalto, intense e raffinate, e il più raro rosso ottenuto con pigmenti a base di rame, che conferiva ai manufatti un’eleganza ancora più distintiva.

DANSAEKHWA - L’arte coreana non si è fermata con la fine della dinastia Joseon. Gli artisti coreani hanno continuato a innovare anche in uno dei periodi più difficili della loro storia, segnato dall’occupazione coloniale giapponese, dalla divisione della penisola e dalla guerra.  Una nuova generazione di artisti, cresciuta in questo contesto traumatico, iniziò tra gli anni ’50, ’60 e ’70 a creare opere che riflettevano la ricerca di un’identità nazionale. Da questa esigenza nacque il movimento noto come Dansaekhwa (o Tansaekhwa), ovvero la pittura monocromatica coreana. Si tratta di uno stile modernista e astratto, caratterizzato dall’assenza di colore e da un forte focus sulla materia e sul gesto artistico. Artisti come Lee Ufan, Park Seo-bo, Chun Sang-hwa e Ha Chong-hyun—insieme ad altri come Jin Ok-sun—hanno espresso, attraverso le loro opere, le ferite lasciate dall’occupazione e dalla guerra. Le loro creazioni si distinguono per l’uso di pattern ripetitivi, per la forte dimensione tattile dei materiali e per un approccio in cui la distruzione stessa diventa parte del processo creativo. In questo modo, il dolore collettivo e la memoria storica vengono trasformati in un linguaggio artistico essenziale, profondo e fortemente identitario.

Arti performative - La performance scorre nel sangue della Corea. Prima ancora della parola scritta, teatro e opera erano strumenti di espressione e di trasmissione delle storie, e la loro forza continua ancora oggi. Mentre tutti sembrano inseguire le ultime tendenze coreane, il mondo delle arti performative lavora silenziosamente per mantenere vive tradizioni e racconti antichi. Dai drammi danzati con maschere, spesso comici, alle intense esibizioni di pansori (narrazione cantata), la scena performativa è profondamente affascinante.

Dietro la maschera - Il teatro coreano affonda le sue radici nel talchum, ovvero i drammi danzati con maschere, in cui gli artisti raccontano storie attraverso il movimento piuttosto che con le parole. L’attenzione è posta su danza, canto, mimica e acrobazie che, insieme ai costumi spettacolari, portano avanti la narrazione. Questa forma nacque come rituale sciamanico, con la funzione di allontanare spiriti maligni e sventure, ma con lo sviluppo della società si evolse anche il talchum. Durante il periodo Joseon, le maschere persero il loro significato sacro per diventare strumenti di espressione e intrattenimento. I Namsadang—compagnie itineranti composte da uomini delle classi più basse—giravano di villaggio in villaggio esibendosi all’aperto per il popolo, soprattutto durante feste e ricorrenze nazionali. Oltre ai costumi suggestivi e alle danze coinvolgenti, il talchum conquistava il pubblico perché spesso prendeva in giro le classi privilegiate, riuscendo a farlo grazie alla comicità e alla protezione offerta dalla maschera. Pur variando da regione a regione e da interprete a interprete, questi spettacoli condividono elementi comuni: oscenità, satira e derisione. Le maschere, volutamente esagerate, rappresentano diversi personaggi—divinità, sciamani, nobili corrotti e animali—e diventano strumenti per esprimere critiche politiche, mentre l’umorismo permette di alleggerire temi anche molto seri. Spesso nel mirino ci sono mariti patriarcali e monaci decaduti: un tema ricorrente racconta di un monaco sedotto da una giovane donna che dimentica i propri doveri, per poi essere rimproverato dall’amante della donna, che denuncia la sua corruzione e lo mette in fuga.

Tendenze operistiche - Se il talchum tende al comico, il pansori è invece più drammatico, spesso persino tragico. Simile all’opera occidentale, il pansori è eseguito da un cantante solista (spesso una donna) accompagnato da un percussionista (spesso un uomo), e mette in risalto la bellezza della lingua coreana attraverso tecniche vocali complesse e testi intensi. Si ritiene che questa forma abbia avuto origine nel XVII secolo, durante la dinastia Joseon, quando veniva probabilmente eseguita per le classi popolari da sciamani e artisti di strada. Verso la metà del XVIII secolo, anche le classi alte e la famiglia reale iniziarono ad apprezzarla, rendendola progressivamente più elitista. Pur entrando negli ambienti di corte come forma di intrattenimento, il pansori non smise di raccontare le difficoltà delle classi lavoratrici, dando voce a chi altrimenti non sarebbe stato ascoltato dai nobili. Cinque racconti di pansori sono ancora oggi ampiamente rappresentati: Chunhyangga, Simcheongga, Heungbuga, Sugungga e Jeokbyeokga. Tra questi, Chunhyangga—una toccante storia d’amore—è probabilmente il più memorabile. È un racconto che ha attraversato i secoli, reinterpretato e adattato da numerose compagnie; la compagnia di balletto coreana Universal Ballet mette in scena The Love of Chunhyang dal 2007.

Una prova di resistenza - La longevità del pansori e del talchum testimonia la forza delle storie che raccontano. Entrambe le forme sono oggi inserite nella lista del patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO e continuano a vivere anche attraverso nuove interpretazioni: dal rinnovamento del pansori—come nelle reinterpretazioni pop della band fusion Leenalchi—alla nascita di una scena teatrale d’avanguardia. Alla loro essenza, pansori e talchum sono nati per intrattenere—una qualità che continuerà senza dubbio a garantirne il successo anche nei secoli a venire.

Nel corso dei secoli, la Corea ha sviluppato stili distintivi che combinano abiti tradizionali, strumenti tipici e tematiche culturali profonde. In questa sezione ci concentriamo su tre pilastri delle arti performative coreane: gugak (musica tradizionale), arirang (canto popolare) e le danze folkloristiche.

Gugak - Il termine Gugak non indica un’unica forma artistica, ma un vero e proprio “ombrello” che racchiude l’intero universo della musica tradizionale coreana. Letteralmente significa “musica nazionale” e comprende canti, danze, movimenti cerimoniali e una vasta gamma di strumenti. La lunga tradizione musicale coreana, insieme alle riforme introdotte nel XV secolo dal re Sejong il Grande, ha portato alla nascita di un sistema estremamente ricco e articolato. Il gugak viene generalmente suddiviso in cinque grandi categorie:

  • Jeongak (o Jeongga): musica di corte, riservata al re e all’aristocrazia della dinastia Joseon
  • Musica popolare: include forme come Pansori, sanjo e japga, apprezzate dal popolo
  • Jeongjae: musica e danza eseguite per il re durante eventi ufficiali
  • Musica buddhista e sciamanica: con performance come salpuri, seungmu e beompae
  • Forme poetiche aristocratiche: come gagok e sijo, amate dalla classe yangban

Con oltre 15 strumenti tradizionali utilizzati nei vari generi, il gugak rappresenta un universo musicale vasto, complesso e profondamente radicato nella storia culturale della Corea.

Arirang -  Tra le espressioni più iconiche delle arti performative coreane troviamo Arirang, un canto popolare antico che, pur essendo una singola canzone, esiste in una straordinaria varietà di versioni. Si stima che esistano oltre 3.600 variazioni appartenenti a circa 60 versioni diverse. Tra le più celebri troviamo:

  • Jeongseon Arirang (la versione più famosa)
  • Jindo Arirang
  • Miryang Arirang

Nonostante le differenze nei testi—che possono parlare di amore, speranza, lavoro o desiderio di pace—tutte le versioni condividono il celebre ritornello “arirang” o “arariyo” e una struttura melodica riconoscibile.

Oggi Arirang viene cantata in numerose occasioni, inclusi eventi sportivi nazionali, e continua a trasmettere un forte senso di comunità, identità e unità ovunque venga eseguita.

Danza tradizionale - Accanto alla musica, la Corea vanta un patrimonio ricchissimo di danze tradizionali, uniche per stile, significato e bellezza. Tra le più rappresentative troviamo gutchum, una danza rituale sciamanica; salpurichum, legata alla purificazione spirituale; e geommu, la celebre danza delle spade. Altre forme, come Talchum (danza con maschere) e pungmul nori, erano particolarmente note per la loro funzione satirica: attraverso musica e performance prendevano di mira la corruzione dei funzionari della dinastia Joseon, mantenendo al tempo stesso un forte legame con le comunità rurali. Tra tutte, una delle danze più iconiche è Seungmu, conosciuta anche come “danza del monaco”. Si tratta di una performance elegante e complessa, eseguita indossando lunghi abiti bianchi tipici dei monaci e accompagnata dal suono dei tamburi. È considerata una delle espressioni più affascinanti della tradizione coreana. Un’altra danza particolarmente suggestiva dal punto di vista visivo è Buchaechum, la “danza dei ventagli”. In questa coreografia, le danzatrici, vestite con colorati Hanbok, utilizzano ventagli per creare figure spettacolari, come farfalle e peonie—simboli di buon auspicio nella cultura coreana. Ancora oggi, il buchaechum continua a essere eseguito, rappresentando uno degli esempi più vivi e affascinanti del patrimonio artistico coreano: una tradizione che non appartiene solo al passato, ma continua a reinventarsi nel presente.

Lo sapevi? Il Changgeuk è un’opera tradizionale coreana rappresentata come uno spettacolo teatrale con un ampio cast, a differenza del pansori, che è eseguito da pochi interpreti.

Racconti popolari di pansori

Chunhyangga - La storia d’amore tra Chunhyang, figlia di una gisaeng (intrattenitrice), e Mong-ryong, figlio di un nobile, è spesso considerata il miglior pansori.

Simcheongga - Un pansori tragico che racconta le difficoltà di una donna nel tentativo di restituire la vista al padre cieco.

Heungbuga - Un racconto popolare dal tono umoristico che si concentra sul conflitto tra un fratello buono e uno malvagio.

Sugungga - Una satira diretta che analizza il rapporto tra sudditi e re attraverso la figura allegorica di una lepre in un regno marino.

Jeokbyeokga - Una rielaborazione della leggendaria Battaglia delle Scogliere Rosse (208–209 d.C.) in Cina, considerato il pansori più difficile da eseguire dal punto di vista vocale.

E mentre ogni pennellata, ogni gesto e ogni nota sembrano raccontare una storia che attraversa i secoli, è proprio qui che il nostro viaggio si ferma… almeno per ora. Abbiamo esplorato un volto della Corea profondamente radicato nella tradizione, fatto di arte, memoria e identità—ma non è certo l’unico. Nella prossima sezione di Benvenuti in Korea cambieremo prospettiva: ci immergeremo in un argomento totalmente nuovo, inaspettato e lontano da tutto ciò di cui abbiamo parlato finora. Cosa bolle in pentola? Beh… questa volta niente spoiler. Ti toccherà aspettare il prossimo post per scoprire quale nuovo volto della Corea esploreremo insieme. Il viaggio continua!

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