Il nostro viaggio benvenuti in Corea, come
promesso, continua. La Corea è una nazione profondamente artistica. L’intera
sua storia è costellata di dipinti, sculture e manufatti in ceramica, mentre
musica e danza sono state apprezzate tanto dalle classi più elevate quanto dal
popolo. Combinando arte indigena e influenze esterne, adattandole,
trasformandole e innovandole continuamente senza mai perdere di vista la
tradizione, l’arte coreana rappresenta un autentico tesoro. Non sorprende che
così tante opere—sia materiali che immateriali—siano riconosciute dall’UNESCO come patrimonio culturale di valore
inestimabile.
PITTURA - Le prime testimonianze
di arte pittorica in Corea risalgono al Regno di
Goguryeo, dove i murales delle tombe raffigurano scene di vita
quotidiana, abiti dell’epoca e persino creature mitologiche. Da allora, la
pittura è diventata un mezzo fondamentale di espressione artistica nel Paese,
raggiungendo il suo apice nel primo periodo della dinastia Joseon, talvolta definito anche come una sorta
di “Rinascimento coreano”.
ARTE DEL PAESAGGIO - Durante le
prime fasi della dinastia Joseon, il genere pittorico più diffuso era quello
del paesaggio, anche se non necessariamente realistico. Un artista in
particolare dominò e plasmò la pittura paesaggistica di questo periodo: An Gyeon (attivo intorno al 1440-1470). La sua
opera più celebre e influente, Dream Journey to
the Peach Blossom Land, raffigura il mondo fantastico visto in sogno dal
suo mecenate, il principe Anpyeong. Molti dei capolavori paesaggistici dei
secoli successivi seguirono lo stile di An Gyeon, che a sua volta si ispirava
alle influenze della pittura cinese della dinastia Song. Un secondo grande
sviluppo nella pittura di paesaggio durante il periodo Joseon fu introdotto da
un altro artista, Jeong Seon. La sua
innovazione fu il jingyeong (“paesaggio
reale”), ovvero rappresentazioni di luoghi realmente esistenti in Corea—anche
se talvolta idealizzati e arricchiti con elementi simbolici. Le sue
raffigurazioni, emotive ed evocative, del territorio coreano divennero
estremamente popolari e influenti per le generazioni successive di pittori
paesaggisti.
PITTURA DI GENERE - Nonostante
la popolarità della pittura di paesaggio, la storica dell’arte Eleanor Soo-ah
Hyun definisce la pittura di genere come una delle forme artistiche “più
coreane” in assoluto. Sebbene le scene di vita quotidiana risalgano già ai
murales tombali del Regno di Goguryeo, fu nel XVIII secolo che questo genere
conobbe la sua piena fioritura. In questo periodo si verificò un cambiamento
significativo: l’attenzione si spostò dalla rappresentazione della classe
aristocratica yangban alla vita quotidiana della gente comune. Uno degli
artisti più celebri e influenti di questo periodo fu Kim Hong-do, considerato
tra i principali promotori della pittura di genere. Le sue opere raffigurano
scene narrative vivaci, caratterizzate da grande dinamismo, e si distinguono
per essere tra le prime a introdurre in modo evidente l’espressione delle
emozioni nella rappresentazione della vita quotidiana.
MUNBANGDO - Accanto alla pittura di
paesaggio e a quella di genere, nel tardo periodo della dinastia Joseon emerse
un genere particolarmente originale: il munbangdo, ovvero la “pittura
dello studio dello studioso”. Queste opere alludevano direttamente allo status
della classe yangban, riflettendo gli ideali del Neo-Confucianesimo, che
attribuivano grande importanza all’istruzione e alla cultura letteraria. Nei
dipinti munbangdo compaiono spesso libri, ma anche oggetti simbolici
della vita intellettuale, come calamai, carta e raffinati oggetti da collezione
tipici delle élite della società Joseon.
CERAMICA - Tra le forme artistiche più prestigiose della
Corea spicca senza dubbio la ceramica. Le prime produzioni di grande rilievo
risalgono alla dinastia Goryeo, con la celebre ceramica cheongja
(celadon verde-blu). Durante la successiva dinastia Joseon, la tradizione
ceramica si arricchì ulteriormente con lo sviluppo di due stili distintivi: buncheong
e baekja.
CELADON GORYEO (CHEONGJA) - Il cheongja
si distingue per il suo caratteristico colore verde-blu, ispirato alle
ceramiche della dinastia Song cinese e ottenuto grazie a una precisa
combinazione di materiali e temperature di cottura. Molti pezzi erano privi di
decorazioni, valorizzati esclusivamente dalla bellezza del loro colore, mentre
altri venivano ornati attraverso una tecnica tipicamente coreana chiamata sanggam,
sviluppata nel XII secolo. Questa tecnica prevedeva l’incisione di motivi
sull’argilla, successivamente riempiti con impasti bianchi o neri e sigillati
con una smaltatura trasparente. I motivi decorativi includevano spesso animali
simbolici come gru e tigri, oppure fiori come peonie e loto. Le ceramiche cheongja
con decorazioni sanggam divennero estremamente popolari tra le classi
più elevate e furono utilizzate come vasellame di corte per circa due secoli.
CERAMICA JOSEON (BUNCHEONG) - Il
successore delle celebri ceramiche celadon della dinastia Goryeo fu il buncheong,
prodotto nei primi due secoli della dinastia Joseon. Il buncheong
riprendeva la tecnica dell’intarsio sanggam, adattandola per creare
manufatti rivestiti da uno strato di ingobbio bianco sotto una smaltatura
trasparente o leggermente verdastra. Spesso, però, le decorazioni venivano
realizzate tramite incisioni a mano libera o motivi stampati, conferendo a ogni
pezzo un carattere più spontaneo. Pur essendo considerato meno raffinato e più
sperimentale rispetto al cheongja, il buncheong conquistò
un’ampia popolarità proprio grazie al suo fascino più libero e meno rigido.
Inoltre, questa tradizione si sviluppò in stili regionali ben riconoscibili:
alcune aree producevano ceramiche con motivi molto precisi e regolari, mentre
altre privilegiavano forme più originali e artigianali. In particolare, la
provincia di Chungcheong sviluppò una tecnica distintiva basata su pigmenti di
ferro, capace di creare un vivace colore arancione in contrasto con il bianco
puro della superficie.
PORCELLANA JOSEON (BAEKJA) - La ceramica
dominante della dinastia Joseon fu però la porcellana bianca, conosciuta come baekja.
Adottata dalla corte nel XV secolo—seguendo una tendenza già presente nella
Cina della dinastia Ming—la porcellana bianca divenne rapidamente molto
ricercata. Le sue superfici candide e luminose si accompagnavano a forme
semplici ed eleganti, perfettamente in linea con gli ideali del Neo-Confucianesimo,
che valorizzavano un’estetica minimalista e pura. Nella fase più tarda della
dinastia, iniziò a diffondersi anche l’uso del colore, enfatizzato dal
contrasto con il fondo bianco brillante. Particolarmente apprezzate erano le
decorazioni in blu cobalto, intense e raffinate, e il più raro rosso ottenuto con
pigmenti a base di rame, che conferiva ai manufatti un’eleganza ancora più
distintiva.
DANSAEKHWA
- L’arte coreana non si è fermata con la fine della dinastia Joseon. Gli artisti coreani hanno continuato a
innovare anche in uno dei periodi più difficili della loro storia, segnato
dall’occupazione coloniale giapponese, dalla divisione della penisola e dalla
guerra. Una nuova generazione di
artisti, cresciuta in questo contesto traumatico, iniziò tra gli anni ’50, ’60
e ’70 a creare opere che riflettevano la ricerca di un’identità nazionale. Da
questa esigenza nacque il movimento noto come Dansaekhwa
(o Tansaekhwa), ovvero la pittura
monocromatica coreana. Si tratta di uno stile modernista e astratto,
caratterizzato dall’assenza di colore e da un forte focus sulla materia e sul
gesto artistico. Artisti come Lee Ufan, Park Seo-bo, Chun
Sang-hwa e Ha Chong-hyun—insieme ad
altri come Jin Ok-sun—hanno espresso, attraverso le loro opere, le ferite
lasciate dall’occupazione e dalla guerra. Le loro creazioni si distinguono per
l’uso di pattern ripetitivi, per la forte dimensione tattile dei materiali e
per un approccio in cui la distruzione stessa diventa parte del processo
creativo. In questo modo, il dolore collettivo e la memoria storica vengono
trasformati in un linguaggio artistico essenziale, profondo e fortemente
identitario.
Arti performative - La
performance scorre nel sangue della Corea. Prima ancora della parola scritta,
teatro e opera erano strumenti di espressione e di trasmissione delle storie, e
la loro forza continua ancora oggi. Mentre tutti sembrano inseguire le ultime
tendenze coreane, il mondo delle arti performative lavora silenziosamente per
mantenere vive tradizioni e racconti antichi. Dai drammi danzati con maschere,
spesso comici, alle intense esibizioni di pansori
(narrazione cantata), la scena performativa è profondamente affascinante.
Dietro la maschera - Il teatro
coreano affonda le sue radici nel talchum,
ovvero i drammi danzati con maschere, in cui gli artisti raccontano storie
attraverso il movimento piuttosto che con le parole. L’attenzione è posta su
danza, canto, mimica e acrobazie che, insieme ai costumi spettacolari, portano
avanti la narrazione. Questa forma nacque come rituale sciamanico, con la
funzione di allontanare spiriti maligni e sventure, ma con lo sviluppo della
società si evolse anche il talchum.
Durante il periodo Joseon, le maschere persero il loro significato sacro per
diventare strumenti di espressione e intrattenimento. I Namsadang—compagnie itineranti composte da uomini delle
classi più basse—giravano di villaggio in villaggio esibendosi all’aperto per
il popolo, soprattutto durante feste e ricorrenze nazionali. Oltre ai costumi
suggestivi e alle danze coinvolgenti, il talchum
conquistava il pubblico perché spesso prendeva in giro le classi privilegiate,
riuscendo a farlo grazie alla comicità e alla protezione offerta dalla
maschera. Pur variando da regione a regione e da interprete a interprete,
questi spettacoli condividono elementi comuni: oscenità, satira e derisione. Le
maschere, volutamente esagerate, rappresentano diversi personaggi—divinità,
sciamani, nobili corrotti e animali—e diventano strumenti per esprimere
critiche politiche, mentre l’umorismo permette di alleggerire temi anche molto
seri. Spesso nel mirino ci sono mariti patriarcali e monaci decaduti: un tema
ricorrente racconta di un monaco sedotto da una giovane donna che dimentica i
propri doveri, per poi essere rimproverato dall’amante della donna, che
denuncia la sua corruzione e lo mette in fuga.
Tendenze operistiche - Se il talchum tende al comico, il pansori è invece più drammatico, spesso persino tragico.
Simile all’opera occidentale, il pansori è
eseguito da un cantante solista (spesso una donna) accompagnato da un
percussionista (spesso un uomo), e mette in risalto la bellezza della lingua
coreana attraverso tecniche vocali complesse e testi intensi. Si ritiene che
questa forma abbia avuto origine nel XVII secolo, durante la dinastia Joseon,
quando veniva probabilmente eseguita per le classi popolari da sciamani e
artisti di strada. Verso la metà del XVIII secolo, anche le classi alte e la
famiglia reale iniziarono ad apprezzarla, rendendola progressivamente più
elitista. Pur entrando negli ambienti di corte come forma di intrattenimento,
il pansori non smise di raccontare le
difficoltà delle classi lavoratrici, dando voce a chi altrimenti non sarebbe
stato ascoltato dai nobili. Cinque racconti di pansori
sono ancora oggi ampiamente rappresentati: Chunhyangga,
Simcheongga, Heungbuga, Sugungga e
Jeokbyeokga. Tra questi, Chunhyangga—una toccante storia d’amore—è
probabilmente il più memorabile. È un racconto che ha attraversato i secoli,
reinterpretato e adattato da numerose compagnie; la compagnia di balletto
coreana Universal Ballet mette in scena The Love of Chunhyang dal 2007.
Una prova di resistenza - La
longevità del pansori e del talchum testimonia la forza delle storie che
raccontano. Entrambe le forme sono oggi inserite nella lista del patrimonio
culturale immateriale dell’UNESCO e
continuano a vivere anche attraverso nuove interpretazioni: dal rinnovamento
del pansori—come nelle reinterpretazioni
pop della band fusion Leenalchi—alla
nascita di una scena teatrale d’avanguardia. Alla loro essenza, pansori e talchum
sono nati per intrattenere—una qualità che continuerà senza dubbio a garantirne
il successo anche nei secoli a venire.
Nel corso dei secoli, la Corea ha sviluppato
stili distintivi che combinano abiti tradizionali, strumenti tipici e tematiche
culturali profonde. In questa sezione ci concentriamo su tre pilastri delle
arti performative coreane: gugak (musica tradizionale), arirang
(canto popolare) e le danze folkloristiche.
Gugak - Il termine Gugak non indica
un’unica forma artistica, ma un vero e proprio “ombrello” che racchiude
l’intero universo della musica tradizionale coreana. Letteralmente significa
“musica nazionale” e comprende canti, danze, movimenti cerimoniali e una vasta
gamma di strumenti. La lunga tradizione musicale coreana, insieme alle riforme
introdotte nel XV secolo dal re Sejong il Grande, ha portato alla nascita di un
sistema estremamente ricco e articolato. Il gugak viene generalmente
suddiviso in cinque grandi categorie:
- Jeongak (o Jeongga): musica
di corte, riservata al re e all’aristocrazia della dinastia Joseon
- Musica popolare: include
forme come Pansori, sanjo e japga, apprezzate dal popolo
- Jeongjae: musica
e danza eseguite per il re durante eventi ufficiali
- Musica buddhista e sciamanica: con
performance come salpuri, seungmu e beompae
- Forme poetiche aristocratiche: come gagok
e sijo, amate dalla classe yangban
Con oltre 15 strumenti tradizionali utilizzati
nei vari generi, il gugak rappresenta un universo musicale vasto,
complesso e profondamente radicato nella storia culturale della Corea.
Arirang - Tra le
espressioni più iconiche delle arti performative coreane troviamo Arirang, un
canto popolare antico che, pur essendo una singola canzone, esiste in una
straordinaria varietà di versioni. Si stima che esistano oltre 3.600 variazioni
appartenenti a circa 60 versioni diverse. Tra le più celebri troviamo:
- Jeongseon Arirang (la
versione più famosa)
- Jindo Arirang
- Miryang Arirang
Nonostante le differenze nei testi—che possono
parlare di amore, speranza, lavoro o desiderio di pace—tutte le versioni
condividono il celebre ritornello “arirang” o “arariyo” e una struttura
melodica riconoscibile.
Oggi Arirang viene cantata in numerose
occasioni, inclusi eventi sportivi nazionali, e continua a trasmettere un forte
senso di comunità, identità e unità ovunque venga eseguita.
Danza tradizionale - Accanto
alla musica, la Corea vanta un patrimonio ricchissimo di danze tradizionali,
uniche per stile, significato e bellezza. Tra le più rappresentative troviamo gutchum,
una danza rituale sciamanica; salpurichum, legata alla purificazione
spirituale; e geommu, la celebre danza delle spade. Altre forme, come Talchum
(danza con maschere) e pungmul nori, erano particolarmente note per la
loro funzione satirica: attraverso musica e performance prendevano di mira la
corruzione dei funzionari della dinastia Joseon, mantenendo al tempo stesso un
forte legame con le comunità rurali. Tra tutte, una delle danze più iconiche è Seungmu,
conosciuta anche come “danza del monaco”. Si tratta di una performance elegante
e complessa, eseguita indossando lunghi abiti bianchi tipici dei monaci e
accompagnata dal suono dei tamburi. È considerata una delle espressioni più
affascinanti della tradizione coreana. Un’altra danza particolarmente
suggestiva dal punto di vista visivo è Buchaechum, la “danza dei ventagli”. In
questa coreografia, le danzatrici, vestite con colorati Hanbok, utilizzano
ventagli per creare figure spettacolari, come farfalle e peonie—simboli di buon
auspicio nella cultura coreana. Ancora oggi, il buchaechum continua a
essere eseguito, rappresentando uno degli esempi più vivi e affascinanti del
patrimonio artistico coreano: una tradizione che non appartiene solo al
passato, ma continua a reinventarsi nel presente.
Lo sapevi? Il Changgeuk
è un’opera tradizionale coreana rappresentata come uno spettacolo teatrale con
un ampio cast, a differenza del pansori,
che è eseguito da pochi interpreti.
Racconti popolari di pansori
Chunhyangga - La storia d’amore tra
Chunhyang, figlia di una gisaeng
(intrattenitrice), e Mong-ryong, figlio di un nobile, è spesso considerata il
miglior pansori.
Simcheongga - Un pansori tragico che racconta le difficoltà di una donna nel
tentativo di restituire la vista al padre cieco.
Heungbuga - Un racconto popolare dal tono
umoristico che si concentra sul conflitto tra un fratello buono e uno malvagio.
Sugungga - Una satira diretta che analizza
il rapporto tra sudditi e re attraverso la figura allegorica di una lepre in un
regno marino.
Jeokbyeokga -
Una rielaborazione della leggendaria Battaglia delle Scogliere Rosse (208–209
d.C.) in Cina, considerato il pansori più
difficile da eseguire dal punto di vista vocale.
E mentre ogni pennellata, ogni gesto e ogni nota sembrano raccontare una storia che attraversa i secoli, è proprio qui che il nostro viaggio si ferma… almeno per ora. Abbiamo esplorato un volto della Corea profondamente radicato nella tradizione, fatto di arte, memoria e identità—ma non è certo l’unico. Nella prossima sezione di Benvenuti in Korea cambieremo prospettiva: ci immergeremo in un argomento totalmente nuovo, inaspettato e lontano da tutto ciò di cui abbiamo parlato finora. Cosa bolle in pentola? Beh… questa volta niente spoiler. Ti toccherà aspettare il prossimo post per scoprire quale nuovo volto della Corea esploreremo insieme. Il viaggio continua!

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