"We Are All Trying Here" (titolo
originale: Moduga Jasinuui
Mugachihamgwa Ssaugo Itda, ovvero "Tutti combattono la propria
inutilità") esplora il tema dell'invidia, del senso di inadeguatezza e
della ricerca della pace interiore in un mondo che sembra premiare solo il
successo.
Il protagonista è Hwang
Dong-man (Koo Kyo-hwan), un aspirante regista che da vent'anni insegue il
debutto. Mentre i suoi amici del "Club degli Otto" sono diventati
figure di spicco dell'industria, lui si sente l'unico fallito del gruppo. Per
nascondere l'ansia e il senso di inferiorità, Dong-man parla ininterrottamente,
cercando disperatamente di riempire i silenzi che lo spaventano.
Quello che trovo magnetico in lui è come il suo rapporto
con il mondo esterno sia lo specchio del suo caos interno. Quando parla del
tempo, non sta descrivendo il cielo, ma la propria capacità di sentirsi vivo:
se si spegne la luce interiore, svanisce anche la realtà circostante. È come se
il mondo smettesse di esistere nel momento in cui lui perde la forza di
guardarlo.
Proprio per questo, dopo qualche anno, sento la
necessità di riaprire una delle rubriche che amavo di più: il format "diary". Questa
volta, oltre alle citazioni degli episodi, inserirò riflessioni personali.
Perché rispolverare questo format proprio ora? Per i dialoghi lucidi, taglienti
e malinconici di questa serie, che si prospetta già un gioiello introspettivo.
In un solo episodio emerge tutta la profondità di un
protagonista che vede il parlare non solo come comunicazione, ma come un modo
per "proiettare se stesso" e sentirsi vivo. La serie descrive la
precarietà non solo come mancanza di mezzi, ma come uno stato mentale che
affina i sensi e costringe a "leggere l'umore degli altri" per
sopravvivere. È un racconto che fa sorridere per le situazioni assurde in cui
Dong-man si caccia, ma colpisce duro quando analizza il dolore di confrontare
la propria vita con quella degli altri.
Persino la scelta di "trying"
nel titolo è emblematica. In inglese, la parola ha una doppia valenza: è lo
sforzo di chi ce la mette tutta nonostante le difficoltà, ma è anche l'essere
messi alla prova dai cosiddetti "trying
times". Siamo tutti lì che ci proviamo, mentre veniamo messi alla
prova dalla vita stessa. È il marchio di fabbrica di Park Hae-young: trasformare la fatica del quotidiano
in qualcosa di poetico, universale e profondamente condiviso.
La povertà è qualcosa di impresso in ogni singola cellula del tuo corpo. Non è qualcosa che si può imparare. La perseveranza che nasce dalla povertà ti rende molto perspicace. Esaminiamo ogni singola scarpa all'ingresso. L'istinto di sopravvivenza ci costringe a notare [tutto]. Leggiamo anche l'umore delle persone solo per tirare avanti.Parlare mi dà energia. Mi sento sveglio quando la mia voce risuona attraverso il mio corpo. È come se la vibrazione della mia stessa voce mi svegliasse o qualcosa del genere. Quando parlo per un'ora senza essere interrotto, mi sento completamente ricaricato. Se non ho nessuno con cui parlare, vado sul tetto e grido il mio nome [...]. Tutto ciò che la mia voce raggiunge è mio. Quell'albero è mio. Il masso è mio. Sto proiettando me stesso. Una volta che la mia voce raggiunge qualcosa, non mi sembra più completamente estranea.
Come si fa a capire se il mondo è finito o no? Dipende dal tempo atmosferico. Finché ci sono nuvole in cielo, vento nell'aria e foglie che si muovono nella brezza... Finché esiste il tempo atmosferico, il mondo non è finito.
Se non posso dimostrare il mio valore avendo successo, lo dimostrerò andando in pezzi!Da cosa capisci che è la fine del mondo? È una questione di meteo. Quando ero schiacciato sotto il peso della depressione e incapace di alzarmi, l’unica cosa che volevo era del bel tempo. Se potesse cambiare… se ci fossero macchinari in grado di cambiare il clima, mi chiedo che tipo di tempo vorrei creare.La gente ha sete di potere. Questo vale per ognuno di noi. Per questo cerchiamo protagonisti che sopravvivono a qualsiasi sfida, le affrontano con fiducia e alla fine prevalgono come se fosse scontato. Cerchiamo quel momento epico, esplosivo. Il suo protagonista? Nulla di tutto ciò. Avrebbe dovuto essere un personaggio potente. Perché non è così? Perché chi l’ha scritto… di potere non ne ha. […] Perché facciamo film? Perché vogliamo vedere gente di potere. E perché lo vogliamo? Perché noi di potere non ne abbiamo! È impossibile creare da nulla qualcosa che non si ha.
Se non dicesse nulla, si sentirebbe come se non esistesse. Come può non parlare?Invece di aggrapparti a ciò che non funzionerà... e diventare geloso del successo degli altri, inizia a vivere in modo più costruttivo... e produttivo da ora in poi. Va bene? - Perché diavolo la mia vita deve compiacere lei, signore?
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