Ho finito questa sera la visione di The Art of Sarah e sentivo il bisogno di
condividere con voi qualche riflessione. A mio avviso il drama supera molto
presto la semplice domanda su “chi è il colpevole” e si sposta verso
interrogativi più profondi: il desiderio, il vero e il falso, l’illusione e
l’apparenza. Il tutto con un livello di immersione altissimo.
Perché parlo di colpevole? Perché la storia si
apre con un cadavere ritrovato nelle fogne, il volto brutalmente sfigurato. Il
detective Mu-gyeong, grazie a un tatuaggio sulla caviglia e a una borsa
lasciata sulla scena, scopre che la vittima è Sara Kim, direttrice della
filiale asiatica del brand di lusso Boudoir.
mEppure, man mano che le indagini avanzano, nulla coincide davvero: nome, età,
provenienza, studi. Chi è davvero Sara Kim? E perché doveva morire? Più si
scava, più le domande si moltiplicano.
L’aspetto più
interessante è che fin dall’inizio il confine tra vero e falso, tra sostanza e
apparenza, tra desiderio e vanità diventa estremamente labile. Difficile da
tracciare. Alcune battute ritornano come un’eco durante tutta la narrazione: “Se
non si può distinguere dal vero, si può davvero considerare falso?” “Quando i
dettagli si accumulano diventano credibilità, la credibilità si trasforma in
fiducia, e quando la fiducia cresce diventa fede.” Credo siano il cuore
pulsante dell’intero racconto.
Più che un drama catartico, The Art of Sarah è un’opera che prende di mira con
precisione chirurgica la psicologia della vanità umana. E la cosa più
inquietante è che questa dinamica non è affatto nuova. Vent’anni fa, nel 2006,
la Corea del Sud fu sconvolta dal caso “Vincent & Co.”.
Un presunto marchio svizzero di orologi di lusso, pubblicizzato come fornitore
delle famiglie reali europee, arrivò in Corea con un marketing impeccabile:
eventi esclusivi, celebrità, copertura mediatica. I modelli più costosi
arrivavano a 100 milioni di won. E la gente li comprava.
Poi la verità emerse: componenti cinesi,
assemblaggio in Corea, una lieve lavorazione in Svizzera solo per ottenere il
marchio “Made in Switzerland”. Il brand, di fatto, non esisteva. Eppure,
funzionò. Perché? Perché, proprio come afferma Sara Kim, i dettagli costruiti
con precisione e la rarità artificiale diventarono credibilità. E quella
credibilità si trasformò in fede. Una fede che nessuno osava mettere in
discussione.
Nel drama, i falsari realizzano copie che,
ironicamente, superano per finiture l’originale. Ed è lì che arriva la
provocazione: “Un falso altamente sviluppato finisce per superare l’originale.
Perché l’obiettivo dell’originale non è la perfezione.”
Questa frase mette a nudo la struttura del potere
nella nostra società. Il “vero” — l’élite, il marchio affermato, l’autorità
consolidata — non ha bisogno di essere perfetto. Il suo potere è già una
garanzia.
Al contrario, il
“falso” non ha diritto all’errore. Basta un filo fuori posto per essere
smascherato, delegittimato, escluso. Chi non appartiene al centro del potere
deve dimostrare una perfezione quasi disperata per sopravvivere.
Ed è qui che il
drama diventa scomodo. “Se non si può distinguere dal vero, si può davvero
chiamare falso?” Se ciò che abbiamo venerato fosse un falso sofisticato, ma
quel falso ci avesse dato soddisfazione, status, sicurezza… potremmo davvero
condannarlo?
The Art of Sarah
indossa la pelle di un thriller sul lusso contraffatto, ma in
realtà ci costringe a chiederci su cosa si fonda la verità in cui crediamo. Forse
non desideriamo l’oggetto in sé, ma l’illusione che quell’oggetto possa
renderci speciali.
Cosa distingue davvero il vero dal falso? Una
banconota esiste perché uno Stato garantisce fiducia.
Un’opera d’arte vale perché la storia e la collettività la riconoscono come
tale. Una persona diventa “numero uno” non solo per talento, ma per il
patrimonio di fiducia costruito nel tempo.
In un’epoca in cui l’intelligenza artificiale tenta di imitare perfettamente l’essere umano, ciò che continuiamo a venerare — nei prodotti di lusso come nelle persone — è l’imperfezione. Forse anche le incoerenze narrative del drama possono essere lette così: come un riflesso dell’imprecisione umana. In fondo, siamo esseri imperfetti. Ed è proprio questa imperfezione a renderci autentici. E questo viene espresso con forza nel finale, quando Sara Kim sceglie di proteggere l’illusione di Boudoir piuttosto che la propria salvezza.


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