Dobbiamo assolutamente parlare di Boyfriend on Demand, ma non perché sia un drama memorabile o perché abbia rivoluzionato il genere. Come spesso succede quando mi fermo a scrivere di qualcosa, lo faccio perché i temi che affronta mi hanno in qualche modo colpita e hanno aperto una piccola crepa nei miei pensieri. E B.O.D., nella sua semplicità, non è stato da meno.
Innanzitutto, se ancora non lo avete visto, di cosa parla esattamente il drama? La protagonista della storia è Seo Mi-rae, una giovane produttrice di webtoon completamente esausta dal lavoro e dalla pressione quotidiana, che decide di provare un servizio di dating virtuale in realtà immersiva chiamato Boyfriend on Demand. Attraverso questa applicazione può vivere appuntamenti romantici con partner perfetti, progettati per rispondere esattamente ai suoi gusti e ai suoi bisogni emotivi. Tuttavia, proprio attraverso queste esperienze apparentemente artificiali, Mi-rae inizia lentamente a capire qualcosa di molto più profondo su sé stessa, sulle relazioni e su cosa significhi davvero amare qualcuno nel mondo reale.
Devo ammettere che la trama mi aveva incuriosita fin dal momento in cui ho letto la sinossi. Probabilmente perché sono sempre stata una grande sostenitrice della tecnologia e ho sempre trovato affascinante il modo in cui l’innovazione si intreccia con la vita umana. L’idea di un drama che mettesse insieme intelligenza artificiale ed emozioni umane mi sembrava estremamente interessante. E poi, andando avanti con gli episodi, abbiamo scoperto davvero cosa proponeva questo servizio di dating virtuale chiamato appunto Boyfriend on Demand.
E vi dirò la verità: per una persona come me, profondamente diffidente, emotivamente molto chiusa e capace di aprirsi davvero solo dopo mesi di conoscenza, un servizio del genere avrebbe probabilmente risolto molti problemi: Appuntamenti perfetti, nessuna pressione, nessun giudizio, nessuna paura di essere lasciati o feriti. Un partner programmato per capirti, ascoltarti, farti sentire speciale. Sempre. Probabilmente, se un servizio del genere esistesse davvero, sarei una delle clienti più appassionate. E proprio questo pensiero mi ha fatto riflettere.
Perché, a un certo punto, mi sono fermata e mi sono chiesta qualcosa di molto semplice ma anche molto inquietante: come siamo arrivati fin qui? Come siamo arrivati al punto in cui incontrare qualcuno di nuovo può sembrare così difficile da preferire restare soli, oppure parlare con un chatbot? Quando è diventato più rassicurante un algoritmo che una persona reale? Forse la risposta non è così difficile da intuire.
Quando si entra davvero in relazione con qualcuno — che sia in amore o in amicizia — non ci si presenta mai a mani vuote. Ci portiamo sempre dietro un bagaglio di esperienze che abbiamo accumulato nel tempo. Dentro quel bagaglio possono esserci cicatrici, delusioni, insicurezze silenziose, paure che non sappiamo nemmeno spiegare bene. Ma possono esserci anche ricordi felici, momenti di connessione autentica, emozioni che ci hanno fatto sentire vivi. Il problema è che quel bagaglio, con il tempo, può diventare pesante. E quando diventa troppo pesante inizia lentamente a plasmare il modo in cui ci comportiamo, il modo in cui guardiamo gli altri e perfino il coraggio con cui osiamo immaginare di poterci aprire di nuovo. A volte non è la mancanza di desiderio di amare a fermarci. È la paura di rivivere ciò che abbiamo già vissuto.
Ed è qui che qualcosa come Boyfriend on Demand diventa improvvisamente comprensibile. Perché una relazione programmata, controllata, priva di rischio, elimina proprio l’elemento che più ci spaventa: l’imprevedibilità dell’altro essere umano. Un algoritmo non può tradirti, fraintenderti, allontanarsi. Un algoritmo non porta con sé traumi, umori, paure, insicurezze. Ma proprio per questo, forse, non può nemmeno essere davvero amato.
Ho ammirato molto il drama per essere riuscito, in modo quasi chirurgico, a rappresentare questa tensione interiore. La paura della protagonista di ricominciare da capo, di riaprire il proprio cuore, di tornare a esporsi a qualcosa che non può essere controllato. Mi-rae si sente più al sicuro dentro un sistema programmato, qualcosa di distante e perfettamente orchestrato, piuttosto che nell’imprevedibilità di un affetto autentico. E credo che questa sia una delle intuizioni più intelligenti del drama. Perché Boyfriend on Demand, sotto la superficie romantica e fantascientifica, in realtà parla di temi estremamente reali: la solitudine, le aspettative romantiche, la paura dell’intimità, il bisogno di connessione.
E forse proprio per questo, pur non cercando di dare risposte definitive, il drama riesce comunque a suggerire alcune riflessioni molto interessanti. Nel mondo virtuale dell’app, ad esempio, i partner sono costruiti per essere ideali: belli, attenti, romantici, sempre pronti a dire la cosa giusta. Non sbagliano mai il momento, non fraintendono le emozioni, non creano conflitti. Ma proprio questa perfezione rivela il suo limite. Perché le relazioni vere sono fatte anche di imperfezioni, incomprensioni e momenti difficili. E sono proprio queste crepe a renderle autentiche. L’amore reale non è perfetto, ma proprio per questo è più vivo di qualsiasi fantasia.
Allo stesso tempo il drama mostra anche qualcosa di molto umano: rifugiarsi nella fantasia, a volte, può essere utile. Mi-rae usa l’app come un luogo sicuro dove elaborare le proprie emozioni e dove sentirsi, almeno per un momento, meno sola. In questo senso il mondo virtuale diventa quasi uno spazio di pausa, una parentesi in cui respirare. Ma la fuga ha sempre dei limiti. Perché, anche se puoi scappare tutte le volte che vuoi, alla fine è sempre nella realtà che devi tornare a vivere.
Un’altra cosa interessante è il modo in cui il drama mette in discussione l’idea stessa di romanticismo. I “fidanzati virtuali” incarnano stereotipi molto precisi: il principe perfetto, il chaebol elegante, l’eroe protettivo. Sono figure costruite per soddisfare aspettative romantiche quasi cinematografiche. Eppure, proprio osservandoli, diventa evidente una verità semplice: l’amore non è una performance. Non è una scena perfetta da rom-com. Non è qualcosa che funziona sempre nel modo giusto. Amare qualcuno significa anche accettare la possibilità di essere feriti. Significa esporsi, mostrarsi vulnerabili. Ed è forse proprio questo il passaggio più difficile per Mi-rae.
Le relazioni virtuali le permettono di sperimentare emozioni senza il rischio del rifiuto. Ma, lentamente, capisce che nessun legame programmato potrà mai sostituire l’imprevedibilità di un incontro reale. Perché le persone vere non sono programmabili. Sono contraddittorie, imperfette, a volte incomprensibili. Ma è proprio lì, dentro quell’imperfezione, che nasce la connessione autentica.
Alla fine il viaggio della protagonista non riguarda solo il trovare qualcuno da amare, ma qualcosa di ancora più importante: capire cosa vuole davvero da sé stessa e dalla propria vita. Perché forse è proprio questo il punto di partenza di ogni relazione. Prima di cercare l’amore negli altri, bisogna imparare a capire chi siamo davvero.


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