Deokhye: L'Ultima Principessa e il Sogno Infranto di un Imperatore

Mentre mi documentavo sul palazzo Deoksugung, mi sono imbattuta in una storia nostalgica. Una storia che potete rivivere anche grazie al film The Last Princess (2016). All’interno di quel palazzo è custodito il ricordo di Deokhye, l'ultima principessa dell'Impero Coreano, la bambina che un padre disperato cercò di proteggere dal mondo intero.

Quando Deokhye nacque nel 1912, l'Impero Coreano era già un ricordo. Suo padre, l'Imperatore Gojong, aveva già perso il trono e la sovranità del Paese era nelle mani dell'occupazione giapponese. Per anni, la piccola non ebbe nemmeno un nome ufficiale: i giapponesi la consideravano solo "la figlia di Gojong", negandole un'identità formale fino al 1921, quando fu finalmente registrata come Deokhye per poter frequentare la scuola a Seul.

Gojong aveva 60 anni e Deokhye divenne la sua unica ragione di vita. Per lui, quella bambina non era solo una principessa, ma una luce in un periodo oscurissimo. L'immagine di lui che trasforma la Sala Junmyeongdang in un asilo nido è incredibile: fece installare delle ringhiere dorate sulle verande per evitare che la piccola cadesse mentre giocava, e fece persino abbassare i davanzali delle finestre, aggiungendo piccoli gradini in pietra affinché le sue gambe corte di bambina potessero scavalcarli facilmente per uscire a giocare. Invitava altri bambini della nobiltà a palazzo perché lei non si sentisse sola. In un mondo di protocolli rigidi, vedere un Imperatore che si preoccupa della sicurezza di una bambina piccola che corre tra le sale imperiali è un'immagine cinematografica potentissima.

La quotidianità della principessa era però segnata dal terrore. Gojong, sospettando che sua moglie (l'Imperatrice Myeongseong) fosse stata assassinata, viveva con l'incubo che Deokhye potesse subire la stessa sorte. Si racconta che la principessa portasse sempre con sé un thermos d'acqua personale: non beveva nulla che non venisse da casa per paura del veleno. Un'infanzia passata a guardarsi le spalle, tra lo sfarzo delle sete e l'ombra del pericolo. Suo padre cercò persino di organizzarle un fidanzamento segreto per tenerla in Corea, ma dopo la morte improvvisa di Gojong (avvenuta proprio al Deoksugung nel 1919), la protezione della principessa svanì.

Nel 1925, a soli 13 anni, fu costretta a trasferirsi a Tokyo. Nelle foto dell'epoca appare spesso come una "principessa in rosa", con lo sguardo perso nel vuoto; mentre le sue compagne vestivano divise moderne, lei restava chiusa nel suo silenzio, un rifiuto invisibile ma netto verso quel mondo che la teneva prigioniera. Nel 1931, il governo giapponese orchestrò il suo matrimonio con il conte Sō Takeyuki. Sebbene fosse un'unione forzata, Takeyuki era un uomo colto, un poeta e artista che cercò sinceramente di prendersi cura di lei, dedicandole versi e dipingendo i suoi ritratti nel tentativo di catturare la bellezza che la malattia le stava portando via. Ma nemmeno l'arte e la dedizione del marito poterono curare una ferita politica così profonda.

Dopo la nascita della figlia Masa, Deokhye sprofondò nella schizofrenia. Seguirono anni durissimi: il divorzio nel 1953, la perdita della figlia nel 1956 e l'oblio degli ospedali psichiatrici. Solo nel 1962 riuscì a tornare a Seul. Al suo arrivo, accadde un episodio commovente: le anziane dame di corte, ormai in un'epoca repubblicana, si inginocchiarono a terra chiamandola "Agissu" (giovane principessa), accogliendola come se il tempo non fosse mai passato.

Trascorse i suoi ultimi anni nel Padiglione Nakseonjae del Palazzo Changdeok. Morì nel 1989, lasciando un biglietto che oggi suona come un testamento spirituale: "Mi è mancata la mia patria anche quando ero nel mio Paese." Oggi riposa a Namyangju, finalmente accanto a suo padre, l'unico uomo che l'aveva fatta sentire al sicuro.

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