26 gennaio 2026

BENVENUTI IN KOREA: I Coreani di Joseon

 

Dopo aver messo in fila date, guerre, trattati e rivolte nella timeline di Joseon, adesso è il momento di fare zoom sui volti. Perché una dinastia non è fatta solo di palazzi e confini che cambiano, ma di persone in carne e ossa che hanno preso decisioni, scritto libri, dipinto quadri, curato malati, sfidato potenze straniere o semplicemente provato a vivere secondo gli ideali del loro tempo.

Al centro di questo articolo c’è Sejong il Grande, il “re filosofo” che ha cambiato per sempre il modo di leggere, scrivere e pensare in Corea. Intorno a lui, però, si muove un piccolo “pantheon” di figure affascinanti: studiosi esiliati che continuano a scrivere, pittrici e poeti che lasciano il segno in un mondo dominato dagli uomini, scienziati che misurano il tempo e la pioggia, sovrani e sovrane che pagano a caro prezzo le loro scelte politiche.

Quello che segue non è un elenco scolastico di biografie, ma una piccola galleria di personaggi: un modo per dare nomi, volti e storie a quella dinastia Joseon che nei K-drama vediamo spesso solo come sfondo, tra hanbok perfetti e palazzi illuminati.

25 gennaio 2026

Il bullismo in Corea: Quando la violenza smette di essere un’eccezione

 


Scrivo questo articolo con un nodo allo stomaco. Perché ci sono temi che non si affrontano mai davvero con distacco, anche quando provi a essere lucida, ordinata, razionale. Il bullismo in Corea del Sud è uno di questi. Non perché sia un fenomeno sconosciuto – anzi, è fin troppo noto – ma perché per anni è stato normalizzato, minimizzato, ridotto a “fasi della crescita”, a dinamiche scolastiche dure ma inevitabili. E invece non lo è mai stato.

Oggi, guardando i numeri, guardando le percentuali, guardando le storie che emergono una dopo l’altra, diventa impossibile continuare a fingere che si tratti di episodi isolati. È un sistema. È una cultura della violenza che nasce presto, si consolida nel tempo e lascia cicatrici che spesso non si rimarginano.

In Corea del Sud, il bullismo scolastico non è un fenomeno marginale. Secondo i dati ufficiali, circa il 23% degli studenti delle scuole medie e superiori ha dichiarato di aver subito bullismo almeno una volta. Una percentuale che, da sola, dovrebbe bastare a farci fermare. Ma non è tutto. Il 17% degli studenti coinvolti ha riferito che gli episodi sono stati ripetuti e sistematici, non sporadici. Questo significa che per molti ragazzi la scuola non è un luogo di crescita, ma uno spazio di paura quotidiana.

La forma più comune di bullismo resta quella verbale e psicologica, che coinvolge oltre il 40% dei casi segnalati: insulti, umiliazioni, esclusione sociale, voci fatte circolare con precisione chirurgica per distruggere una reputazione. Seguono il bullismo fisico, che rappresenta circa il 16% dei casi, e il cyberbullismo, che continua a crescere e oggi riguarda più del 9% degli studenti, con una diffusione particolarmente alta tra le fasce più giovani.

C’è un dato che colpisce più di altri: oltre il 60% delle vittime dichiara di non aver mai parlato con un adulto di ciò che stava subendo. Non con gli insegnanti, non con la famiglia, non con le istituzioni. Il silenzio, ancora una volta, è parte integrante del problema. Si tace per vergogna, per paura di peggiorare la situazione, per la convinzione – profondamente radicata – che denunciare significhi attirare su di sé una colpa ulteriore.

E quando si parla delle conseguenze, i numeri diventano ancora più difficili da ignorare. Più del 30% delle vittime di bullismo sviluppa sintomi depressivi significativi, mentre circa il 20% manifesta livelli elevati di ansia cronica. In molti casi, questi effetti non si esauriscono con la fine del percorso scolastico. Restano. Si trascinano nell’età adulta. Modellano il modo in cui una persona percepisce se stessa e il mondo.

Non è un caso che in Corea del Sud il bullismo sia stato più volte collegato al tema, drammaticamente attuale, della salute mentale. Una percentuale significativa di giovani che hanno tentato il suicidio – superiore al 40% in alcuni studi – ha riportato esperienze pregresse di bullismo o violenza scolastica. Non si tratta di una correlazione astratta: sono storie che si sovrappongono, che si rincorrono, che si ripetono con una frequenza inquietante.

Negli ultimi anni, la discussione pubblica è esplosa anche grazie alla cultura popolare. Serie televisive e prodotti di intrattenimento hanno iniziato a raccontare il lato più oscuro della scuola coreana, mostrando una violenza che molti preferivano non vedere. E la reazione è stata forte, divisiva, a tratti difensiva. Perché quando una narrazione colpisce così vicino alla realtà, costringe a fare i conti con ciò che si è scelto di ignorare.

Una delle verità più scomode è che il bullismo, in Corea, è spesso legato alla gerarchia. Età, status sociale, rendimento scolastico, forza fisica: tutto diventa un criterio per stabilire chi può esercitare potere e chi deve subirlo. Circa il 70% dei casi di bullismo avviene all’interno della stessa classe, tra pari che si conoscono, che condividono lo stesso spazio ogni giorno. Non c’è fuga. Non c’è tregua.

E non possiamo ignorare il ruolo delle istituzioni. Per anni, le risposte sono state lente, frammentarie, spesso inefficaci. Anche oggi, meno del 50% delle segnalazioni di bullismo porta a un intervento ritenuto adeguato dalle vittime. Questo significa che, nella percezione di chi subisce violenza, il sistema continua a non essere un alleato affidabile.

Scrivere tutto questo non è facile. Perché significa ammettere che dietro l’immagine patinata, efficiente, competitiva della Corea del Sud, esiste una realtà molto più fragile e dolorosa. Una realtà fatta di ragazzi che imparano presto che sopravvivere conta più che stare bene, che resistere è più importante che chiedere aiuto.

Eppure, parlarne è necessario. Guardare le percentuali in faccia è necessario. Perché ogni numero rappresenta una persona, una storia, una ferita. E continuare a chiamare tutto questo “esagerazione” o “finzione narrativa” non protegge nessuno. Anzi, rende il silenzio ancora più pesante.

Io credo che raccontare queste storie, anche quando fanno male, sia un atto di rispetto. Verso chi non ha potuto parlare. Verso chi sta ancora cercando il coraggio di farlo. E verso chi merita, semplicemente, di crescere senza dover sopravvivere ogni giorno a un campo di battaglia invisibile.

24 gennaio 2026

Il crollo del centro commerciale Sampoong

Come promesso, ecco la continuazione della serie di post ispirati al documentario “The Echoes of Survivors: Inside Korea’s Tragedies”. In questa nuova, ed ultima, parte vi racconterò la storia degli episodi dedicati al crollo del centro commerciale Sampoong.

Ci sono parole che suonano quasi come una carezza, perché promettono stabilità. “Solido”, “robusto”, “sicuro”. E poi ci sono quelle frasi fatte che ci raccontiamo per non pensarci: sicuro come una casa. Perché, in fondo, cosa c’è di più rassicurante di quattro mura e un tetto? Viviamo dentro gli edifici come se fossero una parte neutra del paesaggio: casa, lavoro, svago, acquisti. Come se l’idea stessa di “costruzione” implicasse automaticamente durata, resistenza, protezione. E invece no. A volte non è vero per niente.

Se chiudo gli occhi e provo a immaginare la scena, mi viene in mente un colore prima ancora di un rumore: quel rosa acceso, quasi ostentato, di una struttura enorme, brillante, vistosa. Il Sampoong Department Store era questo: un gigante nel quartiere di Seocho, dentro Gangnam. Dagli anni Sessanta in poi la Corea del Sud era entrata in una fase di sviluppo rapidissimo. Tra il 1980 e il 1990 aveva registrato la crescita più veloce al mondo del PIL pro capite medio. E Seoul, in particolare, era stata travolta da un boom edilizio fortissimo in vista delle Olimpiadi del 1988. Era un periodo in cui tutto doveva essere “pronto”, “nuovo”, “grande”. E il Sampoong era figlio di quella mentalità.

La costruzione iniziò nel 1987 e fu completata nel 1989. Un complesso enorme, due edifici collegati, cinque piani fuori terra e quattro livelli sotterranei. Una superficie complessiva che arrivava a 73.877 metri quadrati. Un luogo che, una volta aperto, attirava numeri quasi irreali: circa 40.000 visitatori al giorno. Era diventato un punto di riferimento, un simbolo, un’abitudine.

E proprio perché era un’abitudine, quel giorno — quel giovedì di fine giugno 1995 — per tantissime persone iniziò come un giorno qualsiasi. Il caldo di Seoul, umido e appiccicoso, si stava facendo sentire. Eppure l’aria condizionata era stata spenta. Una scelta che, in un posto “prestigioso” come quello, suonava quasi offensiva. Una giovane dipendente ricordò clienti irritati, increduli: com’era possibile che un centro commerciale di quel livello non avesse l’aria condizionata funzionante? Sotto, nei reparti, nessuno aveva una risposta vera. Si lavorava lo stesso. Si comprava lo stesso.

Anche perché, a livello “visibile”, tutto sembrava ancora reggere. Sì, circolavano voci. Si sapeva che al quinto piano — quello con diversi ristoranti tradizionali coreani — qualcosa non andava. Si parlava di crepe. Si parlava di chiusure parziali: prima il quinto piano, poi anche il quarto. Eppure il resto dell’edificio restava aperto. Anzi, con la chiusura degli uffici cittadini, come sempre, arrivò la solita ondata di clienti che passavano a fare compere tornando a casa. La normalità che entra in scena proprio mentre, sopra la testa, la struttura sta cedendo.

C’è una testimonianza che mi rimane addosso perché è spaventosa nella sua semplicità: una sopravvissuta racconta che una collega, una persona allegra, scherzava davanti a quelle crepe, posando e ridendo come se fosse una gag. “Se lo scuotiamo forte magari crolla davvero.” E poi crollò. E quella collega — come tanti altri clienti e commessi — non uscì più.

Le crepe erano state notate in modo preciso: quinto piano dell’ala sud, proprio dove operavano i ristoranti. E non erano crepe minuscole, “da ignorare”: alcune vennero descritte come grandi quanto un pugno. In altri punti il pavimento appariva visibilmente sollevato, deformato. E prima di mezzogiorno, in cucina, qualcuno riferì addirittura di aver sentito suoni provenire dal soffitto. Un edificio che parla. Un edificio che avverte. E una dirigenza che decide che il rumore non vale quanto l’incasso.

Nel frattempo, sopra, sul tetto, c’era un altro peso. Letteralmente.

Tre torri di raffreddamento dell’aria condizionata: 36 tonnellate complessive, che con l’acqua arrivavano a 87 tonnellate. Inizialmente erano state installate sul lato est del tetto dell’ala sud. Poi arrivarono le lamentele dei residenti vicini: troppo rumore. La soluzione? Spostarle. Ma non con una gru, non come si farebbe con qualcosa di così pesante e delicato. Furono trascinate con la forza, danneggiando il tetto in modo significativo. E, cosa ancora più inquietante, chi gestiva il complesso sapeva che quelle torri generavano vibrazioni. Sapeva che quel peso, quel movimento, quelle scelte avevano lasciato cicatrici strutturali.

E non era solo una questione di “impianti”.

Quando si mise mano ai progetti e alle analisi, venne fuori una storia di trasformazioni e compromessi che suona quasi come una confessione involontaria: l’edificio non era nato per essere un grande magazzino di cinque piani. In origine era previsto come un palazzo residenziale di quattro piani. Durante i lavori, il gruppo decise di cambiare destinazione. I costruttori originari si opposero e furono allontanati; il lavoro venne completato da una società interna.

E poi arrivò il quinto piano. Per via di regolamenti che limitavano i piani commerciali, quel livello era stato pensato inizialmente come pista di pattinaggio. Ma anche quello cambiò: diventò area ristorazione. E qui il dettaglio è tutto fuorché marginale. Un ristorante tradizionale coreano implica clienti seduti a terra, riscaldamento a pavimento, tubazioni, spessori diversi, cemento più spesso. Implica attrezzature  pesanti, impianti, carichi. Il risultato fu brutale: quel quinto piano diventò tre volte più pesante rispetto a quanto previsto.

E un edificio a lastre di cemento sostenute da colonne che distribuiscono il carico non perdona queste cose. Funziona bene, sì, ma richiede precisione assoluta. In pratica: margine di errore quasi zero. Se aumenti il carico, devi aumentare la capacità di sostegno delle colonne. Devi rendere più forti le strutture portanti. Devi rispettare la logica stessa del sistema. Invece, lì accadde l’opposto.

Le colonne avrebbero dovuto essere di 80 cm di diametro con 16 barre di rinforzo. E invece risultarono ridotte a 60 cm e con sole 8 barre. E ancora: le colonne erano state distanziate più del necessario per massimizzare lo spazio commerciale. Più superficie di vendita, meno sostegno. Un compromesso che, a posteriori, sembra quasi indecente. 

Come se non bastasse, persino una misura pensata per aumentare la sicurezza — gli scudi antincendio intorno alle scale mobili, progettati per bloccare fumo e fiamme tra i piani — finì per indebolire ulteriormente la struttura, perché l’installazione comportò tagli nelle colonne vicine alle scale mobili, riducendone il supporto fino al 25%.

E così si arriva a quella domanda che, inevitabilmente, mi fa sempre venire i brividi quando si parla di disastri: perché proprio quel giorno? Perché un edificio può essere “destinato” a crollare per design e costruzione, ma spesso resta in piedi finché non supera un punto critico. E quel punto critico, a volte, lo supera con una sola goccia. La goccia finale. Quella goccia, in questa storia, ha un nome quasi clinico: colonna 5E.

La mattina del crollo, il responsabile delle strutture fu chiamato perché c’erano crepe intorno a una colonna al quinto piano. Crepe enormi. Pavimenti deformati. Rumori di spaccature. Nel pomeriggio venne chiamato un ingegnere strutturale, che fotografò crepe e rigonfiamenti. Su cosa disse esattamente, le ricostruzioni non sono tutte uguali: c’è chi sostiene che rassicurò, chi dice che consigliò l’evacuazione e fu ignorato. Ma su un punto, la storia è fin troppo coerente: mentre ai piani bassi si continuava a lavorare e a vendere, alcuni dirigenti lasciarono l’edificio.

Ci fu perfino un’ispezione d’emergenza e una riunione del consiglio d’amministrazione verso le 15:00, tre ore prima del crollo. Alcuni membri suggerirono l’evacuazione, ma il presidente della società di costruzioni e ingegneria del gruppo, Lee Joon, si oppose. La motivazione? Le perdite economiche: il negozio era pieno di centinaia di clienti.

Intanto l’aria condizionata veniva spenta intorno a mezzogiorno, per drenare l’acqua dalle torri. E questo paradossalmente spinse alcune persone ad andarsene, perché dentro faceva troppo caldo. Una scelta fatta per motivi strutturali e gestionali, non per proteggere i presenti. Non un’evacuazione vera, non un ordine chiaro, solo un “effetto collaterale” che salvò qualcuno per caso. Poi il tempo iniziò a stringersi.

Verso le 17:00 anche il soffitto del quarto piano cominciò ad abbassarsi. Si decise di bloccare l’accesso, ma ancora niente evacuazione. Alle 17:50, quando fu evidente che stava per succedere qualcosa di serio, partirono gli allarmi e i dipendenti iniziarono a far uscire i clienti. Due minuti dopo, il tetto e il quinto piano dell’ala sud cedettero. E da lì, l’effetto domino: un collasso che arrivò fino ai sotterranei.

C’è chi descrive quei momenti con suoni che sembrano impossibili da associare a un edificio: un boato, poi un altro ancora più forte; un rumore simile a un treno della metropolitana che entra in stazione; poi il panico, la corsa, il caos. E il corpo che capisce prima della mente.

L’ala nord non crollò. E chi era lì, incluso chi stava tenendo la riunione d’emergenza, sopravvisse.

Quando la polvere si posò, quello che rimase fu un paesaggio di detriti e un silenzio che non era silenzio: era shock. Perché la scena era mostruosa. Un edificio enorme sparito in un attimo. Una tragedia “in tempo di pace” che superò ogni precedente nella storia moderna del paese.

Il bilancio fu netto e crudele: 502 morti e 937 feriti. E, dettaglio che mi spezza ogni volta, più della metà delle vittime — 302 — erano dipendenti. Persone che non erano lì “per scelta”, ma perché stavano lavorando. Gli altri erano clienti, molti dei quali donne che stavano facendo la spesa per la cena. La normalità che finisce sotto le macerie.

E poi arrivò l’altra parte della storia: quella in cui la tragedia non è più l’evento, ma la sua durata. I soccorsi partirono subito, ma si scontrarono con qualcosa per cui il paese non era preparato. Le attrezzature — sensori di calore, sensori sonici, dispositivi capaci di rilevare anche il respiro umano, cani da ricerca — risultarono spesso inefficaci. Troppo caos. Troppa profondità. Troppo rumore. Troppi corpi. Perfino i cani non riuscivano a distinguere. E ogni sollevamento di una lastra comportava un rischio: se sotto c’era qualcuno vivo, potevi ucciderlo tu.

Sul sito c’erano anche fumo e fiamme. Il parcheggio sotterraneo e le auto schiacciate erano considerate una possibile fonte di combustibile. Le squadre decisero di spruzzare acqua per contenere il fuoco e impedirne l’espansione. E qui c’è un paradosso che fa male, perché è la fotografia perfetta di una catastrofe: per alcuni sopravvissuti quell’acqua fu una salvezza — contro ustioni e disidratazione — ma per altri, intrappolati dove l’acqua si accumulò, diventò la causa della morte. Acqua come vita e acqua come condanna, nello stesso identico luogo.

Tra le macerie, chi era vicino alla superficie veniva trascinato fuori. Più giù, era un’altra realtà: buio, spazio che si restringe, soffitti che scendono, ferite che non puoi vedere ma che senti. Un dipendente raccontò di percepire un foro nella testa così grande da poterci infilare un dito. Un taglio sulla schiena con qualcosa di “viscido”, come l’intestino. Il pensiero fisso: non voglio morire. E poi la terribile idea di essere l’unico rimasto, perché chiami e non risponde nessuno.

In mezzo a tutto questo, i soccorritori erano esseri umani contro un inferno di cemento.  Dopo 52 ore vennero tirate fuori vive 24 persone: erano addetti alle pulizie, e si erano salvati perché un camerino sotterraneo era rimasto intatto. Avevano pochissima aria, niente cibo né acqua; alcuni bevvero la propria urina per resistere. Per liberarli ci vollero oltre tredici ore e quando finalmente si arrivò a loro, vennero letteralmente unti con olio vegetale e sapone liquido per poterli estrarre.

E poi ci furono i salvataggi che sembrano impossibili perfino da raccontare senza sentirsi in colpa verso chi non ce l’ha fatta. Un dipendente fu trovato vivo dieci giorni dopo: disse di essere sopravvissuto bevendo acqua piovana e mantenendosi lucido giocando con un giocattolo per bambini. Disse anche che all’inizio c’erano altre persone vive vicino a lui, ma morirono, e pensò che potessero essere annegate nell’acqua, la stessa acqua che, per lui, fu sopravvivenza.

Una giovane dipendente rimase intrappolata per dodici giorni in uno spazio minuscolo, lungo circa un metro e mezzo e largo meno di mezzo metro. Quando sentì una voce chiedere se ci fosse qualcuno, descrisse la sensazione come una felicità che la faceva “volare”, come se la sola consapevolezza di essere finalmente riconosciuta e “vista” fosse già una liberazione, anche prima dell’uscita.

E poi c’è l’ultima. La più famosa, la più incredibile. Diciassette giorni dopo quando era quasi impossibile credere che ci fosse ancora qualcuno vivo, un vigile del fuoco disse che non poteva permettersi di convincersi del contrario. Sollevò un pezzo di cemento, sentì un rumore, una risposta. Entrò in un buco e illuminando con la torcia si ritrovò faccia a faccia con lei: Park Seung-Hyun, una dipendente diciannovenne. I colleghi si misero a scavare anche a mani nude. Lei disse solo una cosa, che è umanissima e terribile insieme: “Non ho vestiti.” E loro: non importa. La tirarono fuori e la avvolsero in una coperta. 

Dal punto di vista umano è un miracolo. Dal punto di vista fisico è quasi un enigma: puoi sopravvivere settimane senza cibo, ma senza acqua parliamo di pochissimi giorni. Nel suo caso si ipotizza che l'acqua filtrata dalle piogge e dai getti dei soccorritori sia arrivata fino a quello spazio caldo e umido, tenendola in vita. Dopo di lei, non ci furono più vivi. Solo resti.

Molti familiari non riuscivano a mollare. Sei mesi dopo, alcuni campeggiavano ancora vicino al sito, incapaci di tornare davvero a casa. Una madre che aveva perso la figlia diciannovenne disse che a casa si sentiva inquieta, non sapeva cosa fare; ma tornando lì, in quel luogo, riusciva a calmarsi. Perché il dolore, a volte, ha bisogno di un punto fisico per non disperdersi.

A quel punto la domanda non era più “quanti” ma “come”. Come poteva essere successo? E come poteva essere passato, fino a quel momento, come un edificio “normale”, sottoposto a ispezioni regolari?

Le indagini fecero quello che si fa sempre: escludere ipotesi. All’inizio si pensò a una fuga di gas, anche perché qualcuno aveva detto di averne sentito l'odore nei giorni precedenti. Ma gli incendi non erano compatibili con un’esplosione di gas. Si valutò persino l’ipotesi di un attentato: Seoul è a circa 56 km dal confine nordcoreano, e i rapporti erano tesi da decenni; nel 1987 c’era stato il caso di un volo Korean Air fatto esplodere da agenti nordcoreani con 115 morti. Un grande magazzino di lusso sarebbe stato un simbolo perfetto da colpire. Ma anche questa pista cadde: la dinamica del crollo non mostrava segni di esplosione verso l’esterno. L’edificio era sceso giù, dritto, come una pila che si sgonfia su se stessa.

Si controllarono le fondamenta, anche perché il terreno era stato in passato una discarica riempita ma le analisi riferivano che le fondamenta erano intatte. Quindi no: non era il terreno. Si testò anche il cemento: il rapporto tra cemento, acqua e aggregati deve essere preciso, altrimenti la resistenza crolla. I campioni sottoposti a pressione risultarono adeguati: il materiale, in sé, era abbastanza forte.

E allora rimase ciò che spesso è la verità più scomoda: il modo in cui era stato progettato e realizzato il sistema nel suo insieme. Design, colonne, modifiche, scelte, corruzione, incuria. Un edificio che, a un certo punto, era “destinato” a crollare. E la goccia finale fu proprio quella colonna indebolita dal trascinamento delle torri sul tetto e dalle vibrazioni ripetute per due anni, ogni volta che l’impianto veniva acceso. Il giorno del crollo l’aria condizionata era stata spenta proprio perché si sapeva delle vibrazioni. Ma era troppo tardi. La colonna 5E non riuscì più a sostenere il carico. Cedette. Il peso passò alle altre colonne. E, una dopo l’altra, cedettero anche loro. Un fallimento progressivo, rapidissimo, verticale.

Il dettaglio che mi ossessiona, però, è questo: quel crollo iniziò molto prima dell’apertura. In un certo senso iniziò prima ancora che il primo cliente entrasse, perché le scelte che lo resero possibile furono fatte quando ancora tutto era “progetto”, quando ancora si poteva fermarsi, correggere, dire no.

E qui arriva l’altra parte della ferita: la responsabilità.

Ci furono condanne. Lee Joon venne riconosciuto colpevole e ricevette una pena che in appello si ridusse a sette anni e mezzo. Morì nel 2003, poco dopo il rilascio. Il figlio, Lee Han-sang, venne condannato a sua volta a sette anni per omicidio colposo e corruzione. Anche funzionari pubblici coinvolti tramite tangenti finirono in carcere e vennero multati. L’ex capo del distretto di Seocho ricevette dieci anni per una tangente da dodici milioni di won. In totale, venticinque persone tra condanne e multe.

Eppure, anche questo non bastava a chi aveva perso qualcuno. Perché quando un edificio “passa ispezioni regolari” e poi si schiaccia su se stesso con 502 morti, capisci che il problema non è solo un gruppo, ma un sistema.

Infatti dopo il disastro si diffuse una paura concreta: se una società aveva potuto ottenere risultati così scadenti attraverso mazzette e complicità, cosa impediva ad altri di fare lo stesso? La risposta fu terrificante: niente.

Un’ispezione approfondita sugli edifici alti di Seoul mostrò un quadro che sembra quasi irreale: solo uno su cinquanta poteva essere definito sicuro. Quattro su cinque avevano bisogno di riparazioni importanti. Uno su sette doveva essere ricostruito.

E come se la tragedia non avesse già detto abbastanza, lasciò anche un’altra lezione: l’emergenza.

Le squadre mediche si trovarono davanti un compito gigantesco senza protocolli adeguati: morti e feriti vennero portati negli ospedali vicini senza un progetto preciso di smistamento. Ma proprio da quel caos nacque un cambiamento: quel disastro diventò una lezione durissima che contribuì a far avanzare in modo significativo la medicina d’emergenza e la gestione dei disastri nel paese.

Oggi, quando si parla di “memoria”, il punto non è solo ricordare il crollo. È ricordare cosa ha rappresentato.

Sampoong fu un trauma collettivo. E arrivò a pochi mesi da un’altra tragedia — il crollo del ponte di Seongsu, con 32 morti e 17 feriti — come se il paese stesse ricevendo una sveglia amara, una di quelle che non puoi ignorare. Un invito brutale a guardarsi allo specchio: la cultura della corsa, l’ossessione per l’efficienza, la fame di risultati rapidi che aveva aiutato la Corea del Sud a uscire dalla povertà del dopoguerra… ma che, quando diventa cieca, pretende il prezzo più alto.

E poi c’è la parte che mi fa più rabbia, forse perché è la più “umana”, nel senso peggiore del termine: cosa resta sul luogo.

Perché oggi lì, dove quel gigante rosa è collassato, non c’è nulla che lo dica. Nessuna traccia. Nessun segno. Niente. Il terreno è stato venduto a un privato. Al suo posto ci sono appartamenti di lusso: vita quotidiana che scorre sopra il punto esatto in cui più di cinquecento persone morirono.

Le famiglie avevano chiesto un memoriale lì. Non è stato fatto. L’idea venne bloccata perché “il terreno valeva troppo”. Troppo prezioso per ricordare. Troppo prezioso per rallentare la narrativa del lusso con una targa che dicesse: qui è successo questo. Qualcuno chiamò quella zona “la York di Gangnam”, come a sottolineare che il valore immobiliare aveva vinto anche sulla memoria.

Il memoriale, invece, è altrove: nello Yangjae Citizens’ Forest, a circa mezz’ora di auto dal luogo della tragedia. Lì, ogni anno, le famiglie continuano ad andare. C’è chi asciuga l’acqua piovana dalle incisioni, come se anche quel gesto fosse un modo per non far scolorire le persone insieme alla pietra.  Sampoong non è solo un disastro. È una ferita nazionale. Una di quelle che si richiudono in superficie, ma sotto continuano a pulsare.

Forse è per questo che la sua eredità vive anche nell’arte. Musicisti, scrittori, registi hanno usato quella tragedia come spazio di riflessione e ricerca interiore. chi incolpare? siamo tutti complici. E non è un modo per assolvere i colpevoli — no. È un modo per dire che le grandi tragedie non nascono mai da un solo gesto. Nascono da una somma di tolleranze, di scorciatoie, di silenzi, di “non è niente”, di “andrà bene”, di “non fermiamo le vendite”.

Se si costruisse con lo spirito di chi sta costruendo la propria casa, forse non ci sarebbero disastri come Sampoong. Credo che questa sia la domanda che resta sospesa, anche oggi, mentre in quel punto di Gangnam la vita continua, elegante e lucida, come se niente fosse mai accaduto:

quante cose consideriamo “sicure come case”… finché non lo sono più?

23 gennaio 2026

Jeonse: quando la casa diventa un deposito di fiducia (e di rischio)

Ispirata dal drama Cashero e ricercando sul rapporto che i coreani hanno con il denaro mi sono imbattuta in un argomento di cui non avevo ancora mai parlato sul blog e che approfitto per discuterne oggi: i Jeonse.

Quando si parla di Corea del Sud, il tema della casa è inevitabilmente intrecciato a quello del denaro, della sicurezza economica e del futuro. Il sistema abitativo coreano è profondamente diverso da quello a cui siamo abituati in Europa, e il jeonse ne è forse l’esempio più emblematico, ma anche più controverso.

Il jeonse è una forma di affitto unica nel suo genere. Non prevede il pagamento di un canone mensile, ma richiede invece il versamento di una somma di denaro molto elevata, una sorta di deposito cauzionale che può arrivare anche al 50–80% del valore dell’immobile. Questa somma viene consegnata al proprietario all’inizio del contratto e restituita integralmente alla fine del periodo di locazione, che di solito dura due anni.

In teoria, l’inquilino vive in casa “gratis”. In pratica, immobilizza una quantità enorme di capitale. Il proprietario, dal canto suo, utilizza quel denaro per investimenti, acquisti o per coprire altri mutui, senza dover pagare interessi. Il sistema si fonda su un presupposto fondamentale: la fiducia. Fiducia nel fatto che, allo scadere del contratto, il proprietario sarà in grado di restituire l’intera somma.

Per decenni, il jeonse ha funzionato. In un contesto di crescita economica costante e di prezzi immobiliari in continuo aumento, il denaro depositato non solo sembrava al sicuro, ma appariva quasi come una scelta razionale. Il proprietario poteva contare sull’aumento di valore dell’immobile, mentre l’inquilino evitava l’erosione mensile del reddito e sperava, un giorno, di accumulare abbastanza capitale per acquistare una casa propria.

Ma questo equilibrio era fragile. E col tempo, ha iniziato a incrinarsi.

Il sistema abitativo coreano non si limita al jeonse. Esistono anche formule ibride, come il wolse, che combina un deposito iniziale più basso con un affitto mensile. Negli ultimi anni, proprio il passaggio dal jeonse al wolse è diventato sempre più comune, segno evidente di un cambiamento strutturale. I proprietari, messi sotto pressione da tassi di interesse in aumento e da un mercato immobiliare meno prevedibile, preferiscono oggi entrate mensili sicure piuttosto che basarsi su grandi somme da gestire e restituire.

Il problema è che il jeonse non è solo un contratto abitativo: è un sistema finanziario parallelo. I proprietari spesso reinvestono il deposito ricevuto per acquistare altri immobili, creando una catena in cui il rimborso di un inquilino dipende dall’ingresso di quello successivo. Finché il mercato cresce, il meccanismo regge. Quando rallenta, il rischio esplode.

Negli ultimi anni, sempre più inquilini si sono trovati di fronte a una realtà drammatica: la fine del contratto arriva, ma il denaro non torna indietro. Proprietari insolventi, immobili ipotecati, fallimenti a catena. Il deposito, che doveva essere una garanzia, si trasforma in una trappola.

Questo ha colpito in modo particolare i giovani e le famiglie con meno risorse. Accedere a un jeonse richiede spesso prestiti consistenti, concessi con l’idea che il deposito sia “sicuro”. Ma quando il sistema fallisce, il debito resta, mentre il capitale svanisce. Il sogno di una casa stabile si trasforma in precarietà economica.

Il governo ha tentato di intervenire, introducendo assicurazioni sul deposito e meccanismi di tutela, ma la complessità del sistema rende difficile una soluzione rapida. Il jeonse è così radicato nella struttura economica e culturale del Paese che eliminarlo di colpo sarebbe impensabile. Eppure, continuare a sostenerlo senza una strategia di uscita controllata rischia di amplificare le crisi future.

Oggi il jeonse non è più solo una tradizione abitativa: è diventato il simbolo di un rapporto ambiguo con il denaro. Da un lato, l’idea di immobilizzare enormi somme per “non pagare affitto” riflette una mentalità orientata al sacrificio e all’accumulo. Dall’altro, mostra quanto la sicurezza economica possa essere illusoria quando viene affidata a meccanismi sistemici fragili.

Nel contesto raccontato da Cashero, dove il denaro diventa misura di valore, potere e sopravvivenza, il jeonse appare quasi come una metafora reale. Una società in cui il denaro non è solo mezzo, ma condizione di accesso alla stabilità, all’abitare, al futuro. Dove non pagare ogni mese non significa essere liberi, ma vincolati a un rischio silenzioso e costante.

Il jeonse nasceva come un patto di fiducia. Oggi, sempre più spesso, si rivela un patto sbilanciato. E forse il vero nodo non è solo abitativo o finanziario, ma culturale: fino a che punto una società può continuare a basare la propria sicurezza su un sistema che presuppone crescita infinita, stabilità assoluta e fiducia cieca nel mercato?

Parlarne oggi significa interrogarsi non solo su come si vive in Corea, ma su come il denaro modella le nostre scelte, le nostre paure e la nostra idea di casa.

22 gennaio 2026

La Corea che non sa chiedere aiuto


Ci sono lati della Corea di cui si parla poco. Non perché non esistano, ma perché fanno male. Perché incrinano l’immagine luminosa, colorata e apparentemente instancabile che siamo abituati a vedere attraverso i drama, la musica, l’energia contagiosa della cultura pop. Eppure questa è una realtà che esiste, che pesa, che morde in silenzio, e che chiede di essere guardata senza filtri.

La Corea del Sud è uno dei paesi con il più alto tasso di suicidi al mondo. Non solo in termini assoluti, ma soprattutto se si guarda ai paesi sviluppati, quelli che immaginiamo come modelli di progresso, modernità, successo. È una contraddizione che spiazza: una nazione che produce cultura globale, che innova, che affascina milioni di persone, e che allo stesso tempo perde i suoi cittadini in un silenzio assordante.

Il dato più devastante non è solo la posizione nelle classifiche mondiali, ma chi muore. Il suicidio è la principale causa di morte tra gli adolescenti. È la principale causa di morte tra i giovani adulti. È la principale causa di morte tra le persone nei loro venti e trent’anni. E quando si arriva ai quarant’anni, anche lì il suicidio resta in cima, superando perfino il cancro. In alcune fasce d’età, più della metà dei decessi è legata a questo gesto estremo. Non è un’emergenza isolata. È una ferita strutturale.

C’è un ponte a Seoul che attraversa il fiume Han, uno dei tanti, eppure diverso da tutti gli altri. Un ponte che collega quartieri, vite, routine quotidiane. Un ponte che per molti è stato un punto di non ritorno. È conosciuto come il ponte della morte, tanto che la città ha provato a cambiarne il nome, chiamandolo ponte della vita, riempiendolo di messaggi rassicuranti. È un luogo che racchiude un simbolo potente: la bellezza di una città che scorre accanto a un dolore invisibile. Per chi lo attraversa ogni giorno, è solo una strada. Per altri, è stato l’ultimo confine.

La domanda che inevitabilmente nasce è sempre la stessa: perché?

Gli anziani spesso scelgono di morire perché non vogliono essere un peso economico per i figli. In una società in cui il sistema di welfare è fragile e il sostegno agli anziani è insufficiente, la povertà nella terza età è altissima, la più elevata tra i paesi industrializzati. La tradizione secondo cui i figli si prendevano cura dei genitori è lentamente svanita, lasciando molte persone sole, senza reddito, senza scopo, senza reti di protezione. Nelle aree rurali, tutto questo è amplificato da discriminazione legata all’età e isolamento sociale.

I più giovani, invece, crescono sotto una pressione costante. La competizione inizia presto e non concede tregua. La scuola non è solo un luogo di apprendimento, ma un campo di battaglia. Le giornate possono durare sedici ore, tra lezioni, studio, corsi privati, aspettative. Esistono decine di migliaia di accademie private, un’industria multimiliardaria costruita sulla paura di restare indietro. L’accesso a una buona università diventa una questione di valore personale. Fallire non è contemplato. E quando la fatica diventa insostenibile, il corpo e la mente cedono.

Molti studenti soffrono di depressione legata allo stress accademico. Le idee suicidarie non sono un’eccezione, ma una conseguenza diretta di un sistema che chiede sempre di più senza lasciare spazio al respiro. Ci sono stati casi di adolescenti che, in pochi giorni, si sono tolti la vita nello stesso quartiere, in zone note per le scuole d’élite e i costi proibitivi dell’istruzione.

E poi ci sono i giovani adulti. Quelli che sentono di aver già perso. Che guardano il futuro come una competizione truccata, in cui il posto è già stato assegnato ad altri. Lavoro instabile, precarietà economica, aspettative sociali altissime. La sensazione di non essere abbastanza, di non riuscire a stare al passo, di essere già fuori gioco a venti o trent’anni.

In tutto questo, la salute mentale resta un tabù profondo. Parlare di depressione è difficile. Cercare aiuto lo è ancora di più. La stragrande maggioranza delle persone che muoiono per suicidio soffriva di un disturbo mentale diagnosticabile, eppure solo una minima parte aveva ricevuto un trattamento adeguato. I farmaci sono fortemente regolamentati. Le terapie richiedono tempo, continuità, fiducia. Ma il sistema spesso non sostiene davvero chi chiede aiuto. Le famiglie, a volte, scoraggiano il trattamento per paura dello stigma. Così i sintomi restano invisibili fino a diventare irreversibili.

Anche l’alcol entra in questo quadro come forma di auto-medicazione. Molti tentativi di suicidio avvengono in stato di ebbrezza, quando il controllo si abbassa e l’impulso prende il sopravvento.

Il modo in cui si muore dice molto anche di ciò che manca. In un paese dove le armi da fuoco sono quasi inesistenti, i metodi più comuni diventano l’avvelenamento, l’impiccagione, l’inalazione di monossido di carbonio, il salto dai ponti o dagli edifici. Alcuni metodi si diffondono perché percepiti come più accessibili, meno dolorosi, quasi normalizzati. Il gesto individuale si inserisce in un contesto collettivo che lo rende possibile.

I media hanno un ruolo delicatissimo. La morte di personaggi famosi ha spesso innescato ondate di emulazione. Quando una tragedia viene raccontata in modo massiccio, il numero di suicidi aumenta per settimane. Non solo aumenta il numero, ma cambiano anche i metodi, replicando quelli visti nei racconti mediatici. È l’effetto domino di un dolore che si propaga.

Negli ultimi anni, il governo ha cercato di intervenire. Sono nati centri di prevenzione, linee telefoniche dedicate, programmi educativi, strategie per limitare l’accesso ai mezzi più letali. In alcuni periodi, i tassi sono effettivamente diminuiti. Ma le risorse restano insufficienti. Chi lavora sul territorio racconta di mancanza di fondi, di dati incompleti, di ostacoli che impediscono interventi mirati. Come se la reputazione contasse più delle vite.

Il suicidio in Corea non è solo una questione individuale. È il risultato di pressioni sociali, economiche, culturali. È la somma di silenzi, aspettative, vergogne, paure. È il prezzo pagato da chi non riesce più a reggere il peso di un ideale di successo che non ammette fragilità.

Guardare questa realtà non significa tradire l’amore per la Corea. Al contrario. Significa prenderla sul serio. Significa riconoscere che dietro l’efficienza, la bellezza, la creatività, c’è un essere umano che può spezzarsi. E che chiedere aiuto non dovrebbe mai essere un fallimento.

21 gennaio 2026

Molka: Quando la violenza diventa infrastruttura

 


Ci sono fenomeni che vengono raccontati come emergenze improvvise, deviazioni isolate, anomalie di un sistema che, in fondo, vorremmo continuare a credere sano. Ma ci sono anche realtà che resistono nel tempo, cambiano forma, si adattano alle tecnologie disponibili e si insinuano nella quotidianità fino a diventare parte del paesaggio. La violenza sessuale digitale in Corea del Sud appartiene a questa seconda categoria. Non è un errore di percorso. È una struttura.

Il termine molka nasce come abbreviazione di mollae-kamera, “telecamera furtiva”, e porta con sé fin dall’origine una doppia natura: quella dello scherzo e quella dello spionaggio. Un’ambiguità che non è solo linguistica, ma culturale. Oggi molka indica sia le microcamere nascoste e installate illegalmente, sia i video e le immagini che da quelle riprese derivano, caricati, archiviati, scambiati e monetizzati online. Non si tratta di episodi marginali. Nel tempo, queste pratiche sono diventate uno dei punti centrali delle proteste femministe e del movimento #MeToo in Corea del Sud, tanto da essere riconosciute come una delle forme più diffuse di crimine sessuale digitale.

La portata del fenomeno è tale che il paese è stato indicato come uno dei contesti in cui l’uso di spycams per crimini sessuali digitali è particolarmente diffuso. E non si parla solo di violazioni evidenti della privacy in spazi intimi, ma anche di una concezione molto più ampia di ciò che può costituire violenza sessuale attraverso l’immagine.

In Corea del Sud, infatti, la soglia di punibilità è più estesa rispetto a molti altri paesi. Riprendere una persona in costume da bagno in un luogo pubblico, o filmare il corpo di una donna completamente vestita per strada senza consenso, può essere considerato un reato, soprattutto quando l’inquadratura insiste sul corpo e lo trasforma in oggetto sessualizzato. È un dettaglio fondamentale, perché rivela quanto il problema non sia solo dove avviene la ripresa, ma come e perché.

Una storia di tecnologia, abitudine e indifferenza

Le prime forme di molka erano legate all’uso dei telefoni cellulari: uomini che filmavano donne sulle scale, nei sottopassaggi, nella metropolitana. Una pratica talmente diffusa da portare all’introduzione obbligatoria del suono dello scatto nelle fotocamere dei telefoni prodotti in Corea del Sud. Con il tempo, però, il fenomeno si è evoluto. Le microcamere fisse hanno iniziato a comparire in bagni pubblici, spogliatoi, uffici, scuole, motel. Già alla fine degli anni Novanta, furono scoperte telecamere installate nel bagno delle donne di un grande magazzino a Sinchon, ufficialmente giustificate come misura di sicurezza. La reazione pubblica fu di indignazione, ma non di sorpresa.

La diffusione degli smartphone, l’accesso rapido a internet e la miniaturizzazione delle tecnologie hanno fatto il resto. Oggi le telecamere possono essere nascoste in asciugacapelli, prese elettriche, rilevatori di fumo. E spesso vengono installate per periodi brevissimi, anche solo quindici minuti, rendendo inefficaci persino le ispezioni quotidiane. Non a caso, molte donne raccontano di controllare personalmente bagni pubblici, coprendo fessure con carta igienica o rompendo dispositivi sospetti con una penna. La paura è diventata una routine.

Quando la tecnologia non è neutra

Le piattaforme digitali non sono semplici contenitori. Sono infrastrutture che modellano i comportamenti. La crittografia garantisce anonimato e continuità. I servizi cloud permettono di archiviare enormi quantità di materiale. I siti pornografici creano categorie che normalizzano e monetizzano immagini non consensuali. Le funzioni di caricamento rapido, la moderazione minima, l’assenza di attriti rendono tutto più semplice.

Nel caso del molka, i file vengono spesso organizzati in cartelle ordinate per età, corporatura, relazione con il perpetratore. I canali funzionano come archivi consultabili, con linguaggi in codice pensati per eludere i controlli. È un ecosistema che si autoalimenta: più il contenuto è invasivo, più aumenta lo status di chi lo produce; più il canale è chiuso, minore è il rischio percepito. La tecnologia non si limita a facilitare l’abuso: lo rende scalabile, redditizio, persistente. Trasforma la sofferenza in contenuto e la vulnerabilità in valuta.

L’ideologia che tiene tutto insieme

Non serve un manifesto per parlare di ideologia. Basta osservare le pratiche. Nel molka, l’atto stesso di filmare di nascosto comunica un messaggio preciso: il corpo femminile è sorvegliabile, appropriabile, punibile. Nei circuiti di ricatto, il linguaggio diventa esplicito: le vittime vengono chiamate “schiave”, l’umiliazione condivisa come intrattenimento.

Si tratta di una radicalizzazione lenta e quotidiana. Si entra come spettatori, si resta come commentatori, si avanza come produttori. Le piattaforme facilitano ruoli, gerarchie, economie informali. Nascono comunità chiuse, con regole proprie, che legittimano il risentimento e celebrano la trasgressione. La misoginia diventa il collante.

E questa logica non si ferma ai confini nazionali. Le stesse architetture sono state replicate altrove. I modelli si esportano facilmente perché sono modulari, adattabili, integrati nella vita digitale di tutti i giorni.

L’era dei deepfake: quando il gioco diventa massa

Negli ultimi anni, a questo scenario si è aggiunta una nuova frontiera: la pornografia creata con tecnologia deepfake. Attraverso l’intelligenza artificiale, è possibile generare immagini e video realistici a partire da una semplice fotografia. In Corea del Sud, è emerso che centinaia di migliaia di utenti, in gran parte adolescenti, partecipavano a gruppi su Telegram dedicati proprio a questo scopo.

Il funzionamento è semplice e inquietante. In alcuni gruppi, un chatbot chiede di caricare la foto di una donna “preferita”. In pochi minuti, l’immagine viene trasformata in contenuto pornografico. In altri gruppi, si condividono link a stanze organizzate per area geografica, scuola, contesto sociale. Esistono persino spazi dedicati a familiari o a donne in specifiche professioni. Infine, ci sono i gruppi in cui il materiale viene diffuso, accompagnato da commenti e umiliazioni.

Secondo chi ha indagato questi ambienti, molti adolescenti non percepiscono ciò che fanno come un crimine. Lo vivono come un gioco, normalizzato da una cultura che sessualizza e oggettifica le donne fin dall’età più giovane. L’accesso facile, l’assenza di barriere e la mancanza di conseguenze rafforzano questa percezione.

Leggi deboli, risposte insufficienti

Dal punto di vista legale, il quadro resta fragile. Esistono norme che puniscono la produzione e la distribuzione di materiale sessuale non consensuale, con pene che possono arrivare a diversi anni di carcere o a multe elevate. Ma nella pratica, la maggior parte delle sanzioni è minima. Le condanne detentive sono rare. E nel caso dei deepfake, la legge richiede di dimostrare l’intento di distribuire il materiale, un ostacolo enorme in fase processuale. Non sorprende che, nonostante l’esplosione del fenomeno, solo pochissimi casi siano arrivati a una condanna.

Le proteste non sono mancate. Decine di migliaia di donne sono scese in piazza con uno slogan diventato simbolo: My life is not your porn. Eppure, dopo Burning Sun, dopo Nth Room, dopo le riforme promesse, i numeri non sono diminuiti. Le task force vengono sciolte, l’urgenza si affievolisce, e il sistema continua a funzionare.

Un fattore strutturale pesa più di altri: le istituzioni incaricate di giudicare e legiferare sono in larga maggioranza maschili. Questo incide sulla percezione della gravità dei reati e sulla volontà di intervenire in modo deciso. La violenza digitale resta spesso trattata come un problema secondario, non come una minaccia sistemica.

Riconoscere l’estremismo quotidiano

Chiamare queste pratiche con il loro nome è il primo passo. Non sono semplici deviazioni morali né incidenti tecnologici. Sono forme di estremismo di genere integrate nelle infrastrutture digitali. Per contrastarle, non basta rimuovere contenuti o arrestare singoli individui. Serve ripensare le piattaforme, introdurre sistemi di prevenzione strutturali, riconoscere che certe funzionalità non sono neutre.

La Corea del Sud mostra sia quanto sia possibile intervenire, sia quanto sia facile fallire se ci si limita a risposte frammentarie. La violenza è ovunque e contemporaneamente. La risposta deve essere altrettanto integrata, globale, consapevole della dimensione ideologica del problema. Gli strumenti esistono. Resta da capire se esiste la volontà di usarli davvero.

20 gennaio 2026

La terra delle quotes - 208

  1. “Solo perché ho fallito non significa che non mi sia impegnato/a. Non essere riuscito/a ad avere successo non vuol dire che non fossi disperato/a.” - Oh My Ghost Clients (2025)
  2. “Quel giorno sei stata più di una semplice amica. Mi hai dato un mondo in cui mi era permesso esistere.” – You And Everything Else (2025)
  3. “Per quella che è la mia esperienza, sono i tipi strani a cambiare il mondo.” – Genie, Make A Wish (2025)
  4. “Adesso, proprio come questo tunnel, la vita può sembrarti interminabile, soffocante e buia, ma dicono che il tunnel sia la scorciatoia più veloce per arrivare alla prossima fermata. Se non attraversi questo lungo tunnel oscuro, dovrai fare tutto il giro della montagna.” - Oh My Ghost Clients (2025)
  5. “Finora ho avuto tre relazioni. Ogni volta che una storia finisce, impari più cose su te stesso che sull’altra persona. Sui tuoi difetti e sulle tue mancanze.” – You And Everything Else (2025)
  6. “Non esiste il desiderio giusto. Per ottenere qualcosa, qualcos’altro deve andare perso. Perché qualcuno viva, un altro deve morire.” – Genie, Make A Wish (2025)
  7. “Il sole sta sorgendo. È come un fiore rosso che sboccia nel buio. Anche se il mio mondo crolla, il sole continua a sorgere e il mattino arriva comunque. Una via d’uscita c’è sempre, giusto?” – Would You Marry Me? (2025)
  8. “Provare antipatia per qualcuno è facile, perché ti capita raramente di pensarci. Ma odiare qualcuno significa che quella persona ti resta addosso.” – You And Everything Else (2025)
  9. “Gli esseri umani si ammalano e alla fine muoiono, ma è proprio questo che li fa brillare così intensamente mentre vivono.” – Genie, Make A Wish (2025)
  10. “Le parole di conforto non richieste sono solo arroganza.” – Would You Marry Me? (2025)
  11. “Ho letto che solo pochi arrivano davvero fino in fondo quando si trovano davanti al momento della verità. Per alcuni andarsene è sorprendentemente facile. Altri si fermano a metà e continuano a vivere per settimane, perfino mesi. Alcuni vanno avanti per anni. Quelle persone scoprono nuovi modi di guardare al proprio dolore, che permettono loro di affrontarlo. Sapere che esiste una via d’uscita può alleggerire la pressione di dover mettere fine alla propria sofferenza.” – You And Everything Else (2025)
  12. “Voglio stare con qualcuno che sia al mio fianco quando sto male. Non con qualcuno che mi vuole solo quando ha bisogno di me.” – Would You Marry Me? (2025)
  13. “Per natura, gli eroi non cadono dal cielo sopra di noi. I veri eroi si alzano da soli, con i piedi ben piantati a terra.” – The Murky Stream (2025)
  14. “Ma l’hai detto tu stesso: chiunque può sbagliare. Quello che conta è avere il cuore e la volontà di rimettere a posto le cose.” – Would You Marry Me? (2025)
  15. “Incontri una tigre nel bosco. Se provi a combattere, morirai. Se provi a scappare, non andrai lontano. Allora che fai? Le sali sulla schiena e ti ci aggrappi. Non scendere. Non scendere mai dalla sua schiena. Vivi dando tutto quello che hai.” – The Murky Stream (2025)

19 gennaio 2026

BENVENUTI IN KOREA: Timeline storica


Dopo aver guardato ai Tre Regni di Corea, è arrivato il momento di entrare in una delle epoche più lunghe, complesse e affascinanti della storia coreana: la dinastia Joseon e il passaggio verso il Grande Impero di Corea.

In questo articolo ho deciso di raccogliere tutto in una timeline, una linea del tempo che metta in ordine palazzi, re, invasioni, rivolte e trattati che spesso sentiamo nominare nei K-drama storici, ma che raramente riusciamo a collegare tra loro.

Dal completamento di Gyeongbokgung alla nascita dell’hangul, dalle invasioni giapponesi e mancesi alle pressioni di Cina, Francia, Stati Uniti e Giappone, fino alla proclamazione del Grande Impero di Corea: ogni tappa di questa cronologia è un pezzo di puzzle che ci aiuta a capire come un regno confuciano, isolazionista e profondamente tradizionale si sia trovato, passo dopo passo, al centro di una rete di poteri stranieri e di tensioni interne.

Questa non è una lezione di storia accademica, ma una mappa di orientamento dentro i secoli di Joseon: un riassunto ordinato e leggibile che ci servirà come base per i prossimi articoli della serie “LA GUIDA DEFINITIVA: BENVENUTI IN KOREA”, dove andremo ad approfondire personaggi, eventi e luoghi che qui vediamo solo di passaggio.

18 gennaio 2026

L’infedeltà coreana con gli occhi dei drama: quando tra marito e moglie si insinua l’amante – la cultura dei tradimenti in Corea

Scrivo questo articolo con una sensazione difficile da definire, una di quelle che nasce quando un tema ti accompagna da anni senza che tu te ne renda conto. Perché il tradimento, nei drama coreani, non è mai stato solo un espediente narrativo. È sempre stato qualcosa di più profondo, più radicato, più disturbante. Una ferita che non riguarda soltanto l’amore, ma il matrimonio, la reputazione, l’onore, la famiglia, il ruolo sociale. Una frattura che, una volta aperta, non resta mai confinata tra due persone.

Nei drama siamo abituati a vedere l’infedeltà raccontata come un’intrusione silenziosa: un’amante che si insinua lentamente tra marito e moglie, una presenza che non urla, non chiede spazio, ma finisce per occupare tutto. Spesso non c’è passione travolgente, non c’è romanticizzazione estrema. C’è piuttosto una normalizzazione inquietante. Come se il tradimento fosse una conseguenza quasi inevitabile di un matrimonio logoro, freddo, costruito più sul dovere che sull’intimità.

Ed è proprio qui che i drama diventano uno specchio potente di una realtà sociale più complessa.

In Corea, il matrimonio è storicamente legato a un’idea di stabilità e responsabilità sociale più che di realizzazione emotiva. È un’unione che coinvolge famiglie, status, aspettative collettive. All’interno di questo schema, l’amore romantico spesso arriva dopo, o non arriva affatto. E quando manca, il vuoto che si crea non sempre viene affrontato apertamente. A volte viene riempito di nascosto.

Nei drama l’amante non è quasi mai una figura puramente malvagia. Spesso è una donna che conosce bene il proprio ruolo marginale, che accetta di vivere nell’ombra, che ama senza poter reclamare nulla. È la “seconda”, quella che non ha diritto a una famiglia ufficiale, ma che esiste comunque, silenziosamente. Una presenza tollerata più di quanto si voglia ammettere.

Questo tipo di narrazione non nasce dal nulla. Riflette una società in cui, per lungo tempo, l’infedeltà maschile è stata vista come un peccato minore, soprattutto se mantenuta discreta. Finché non rompe l’ordine esterno, finché non diventa scandalo pubblico, il tradimento può essere ignorato, nascosto, assorbito.

Ma quando emerge, le conseguenze sono tutt’altro che lievi.

Nella realtà coreana, l’adulterio non è solo una questione privata. È stato per anni anche una questione legale, morale, sociale. Anche dopo la depenalizzazione, il tradimento continua ad avere un peso enorme nelle dinamiche familiari e giudiziarie. Non è semplicemente “una relazione extraconiugale”: è una violazione che può portare a cause civili, risarcimenti economici, esposizione pubblica, perdita di reputazione.

Esistono procedimenti specifici che permettono al coniuge tradito di citare in giudizio non solo il partner, ma anche l’amante. Non per vendetta romantica, ma per danno concreto. Perché il tradimento, in questo contesto, è considerato una violazione della stabilità familiare, un atto che ha conseguenze tangibili sulla vita della persona tradita.

Questo spiega perché, nei drama, la rivelazione dell’amante è spesso trattata come una bomba. Non è mai solo dolore emotivo. È rovina sociale. È umiliazione pubblica. È la paura di perdere tutto: figli, casa, lavoro, rispetto.

Il cinema coreano ha esplorato questo lato oscuro con ancora maggiore crudezza. Qui il tradimento non è romantico, non è giustificato. È ossessione, potere, controllo, distruzione. Le relazioni extraconiugali diventano strumenti di manipolazione, catene che legano le persone a situazioni sempre più tossiche. L’amante non è solo una figura marginale: è spesso intrappolata quanto la moglie, quanto il marito.

Ne emerge un quadro inquietante: l’infedeltà non libera nessuno. Non porta felicità. Non è una via di fuga. È una spirale che trascina tutti verso il basso.

E allora i drama fanno qualcosa di interessante. Prendono questo tema e lo portano all’estremo emotivo. Mostrano mogli che si trasformano, che smettono di essere silenziose, che reclamano dignità. Mostrano amanti che si rendono conto di essere state usate, mai scelte davvero. Mostrano mariti incapaci di affrontare le conseguenze delle proprie azioni, intrappolati in un sistema che loro stessi hanno contribuito a mantenere.

Non è un caso se molte storie di tradimento nei drama sono raccontate dal punto di vista femminile. Perché sono le donne a pagare il prezzo più alto. Sempre. La moglie tradita viene giudicata per non essere stata “abbastanza”. L’amante viene condannata per aver osato esistere. Anche quando l’uomo è il centro della frattura, la responsabilità sembra scivolargli addosso.

Guardando questi drama, mi sono spesso chiesta perché questo tema ritorni così ossessivamente. La risposta, col tempo, è diventata chiara: perché il tradimento è uno dei pochi spazi narrativi in cui la rigidità sociale coreana si incrina. È il punto in cui il dovere entra in collisione con il desiderio. Dove l’immagine pubblica non riesce più a contenere la realtà privata.

E forse è per questo che, nonostante il dolore che raccontano, queste storie continuano ad affascinare. Perché parlano di ciò che non si può dire apertamente. Di ciò che viene vissuto in silenzio. Di ciò che la società preferirebbe non vedere.

I drama non giustificano il tradimento. Lo espongono. Lo sezionano. Lo mostrano per quello che è: una ferita che nasce da un sistema che non lascia spazio all’autenticità emotiva. Un sintomo, più che una causa.

E guardandoli, episodio dopo episodio, non possiamo fare altro che confrontarci con una verità scomoda: quando tra marito e moglie si insinua l’amante, non è mai solo una storia d’amore sbagliata. È il riflesso di una cultura che ha insegnato per troppo tempo a salvare le apparenze, anche a costo di distruggere le persone.

17 gennaio 2026

Il gat: il cappello che racconta la Corea, tra eleganza, regole e artigianato impossibile

 


Tenere in piedi un blog come questo significa avere la testa sempre accesa. Significa cercare, leggere, guardare, ascoltare, imparare. A volte sembra quasi un mestiere parallelo: non quello che ti paga, ma quello che ti nutre. E io non mi lamento, perché — diciamolo — per me è anche divertente. Dove altro mi verrebbe in mente di andare a cercare come si costruisce un 갓, un gat, quel cappello che in certi drama sembra quasi un’estensione naturale del corpo e che invece, nella vita reale, oggi non vedresti mai addosso a un uomo coreano “in pieno possesso delle sue facoltà”… a meno che non sia in giro per Gyeongbokgung con l’hanbok a noleggio, o magari stia facendo una foto per i social.

Il punto è che il gat ha avuto, di recente, un ritorno che nessuno si aspettava davvero. Quando Kingdom — serie Netflix ambientata durante la dinastia Joseon, con dentro zombie e tensione, ma anche un’estetica storica potentissima — è esplosa a livello globale, ha trascinato con sé una fissazione curiosa: quel cappello. Strano, trasparente, solenne, indossato persino in casa dalla nobiltà. Un oggetto che a molti spettatori non coreani è sembrato quasi irreale, perché non avevano mai visto nulla di simile. E infatti è successo quello che succede sempre quando qualcosa ti colpisce per la prima volta: l’attenzione è diventata mania. I contenuti legati al gat hanno iniziato a macinare visualizzazioni, i forum hanno iniziato a parlarne, i social a riproporlo, e a cascata sono aumentate le vendite online, con siti che spedivano in tutto il mondo e negozi di souvenir nelle zone tradizionali che vedevano richieste come mai prima.

Molti coreani hanno guardato quella scena con un misto di divertimento e sorpresa. Divertimento, perché vedere gli stranieri innamorarsi di un simbolo storico così rigido fa sempre un certo effetto. Sorpresa, perché in fondo anche loro si sono resi conto di conoscere quel cappello soprattutto come immagine: lo riconosci da un drama, lo colleghi a un film storico, lo vedi in una scena iconica… ma non è qualcosa che tocchi, provi, incontri nella quotidianità. È un oggetto che la modernizzazione, rapidissima e travolgente, ha spinto ai margini: nei musei, nelle esposizioni, nelle ricostruzioni sceniche. E proprio per questo, quando riemerge, sembra quasi un fantasma elegante che torna a farsi vedere.

Il gat, però, non è solo “un cappello”. È un codice. Un linguaggio. Un modo in cui una società ha scritto regole sulla testa delle persone.

È un termine ombrello che indica un copricapo composto da due elementi principali: la parte superiore che copre il capo — la 모자 (moja) — e la tesa, la 양태 (yangtae). In alcuni casi si parla anche della struttura specifica del forip, un tipo di gat in cui la parte superiore (chongmoja) è realizzata in crine di cavallo e la tesa è fatta di bambù, poi rivestita con stoffa di seta. Un oggetto, insomma, che ha un’anima doppia: materiale e simbolica.

La sua storia è lunghissima, e questa è una delle cose che mi ha colpito di più.  Se guardiamo indietro, troviamo tracce in un’opera come il Samguk yusa, che raccoglie memorie e racconti dei Tre Regni, e lo ritroviamo anche nei murales dell’epoca Goguryeo.  Il punto non è solo “da quanto esiste”, ma il fatto che non è nato come un oggetto fisso e immutabile: ha cambiato forme, materiali, significati.

E infatti una delle forme più antiche che emergono è il 패랭이 (paeraengi), un cappello più semplice, spesso associato ai ceti popolari, sviluppato a partire da un copricapo conico realizzato con bambù, canne o arrowroot. Era un cappello diverso, più “da vita reale”, più legato alla necessità che al decoro. E questo è uno snodo importante: perché, col tempo, il gat diventa un marcatore di status.

Durante la dinastia Goryeo, alcuni stili iniziano a rappresentare chiaramente la posizione sociale, anche perché certi copricapi vengono assegnati ai funzionari governativi. Negli ultimi anni di Goryeo compare una versione più raffinata del paeraengi: l’흑립 (heungnip), il “cappello nero laccato”, realizzato con sottili listelli di bambù o crine di cavallo. È probabilmente la forma più nota: simile a un cilindro, ma traslucida, con tesa dritta. Non era solo bello: era un segnale. I funzionari lo indossavano e lo decoravano con pietre preziose diverse per indicare il rango. Poi, nel passaggio verso l'era di Joseon, quell’oggetto si stabilizza sempre di più e diventa parte della vita quotidiana dell’élite.



Ed è nell'era di Joseon che il gat si trasforma in un simbolo quasi totale, soprattutto perché la società confuciana prende l’abito e la presentazione di sé come una cosa seria, pesantissima, quasi morale. Per gli 양반 (yangban), l’aristocrazia e classe dominante, l’abbigliamento non era un dettaglio: era integrità. Era la dimostrazione visibile di un ordine interno. E infatti gli uomini yangban indossavano il gat dal momento in cui si svegliavano fino a quando andavano a dormire. Non era “metterlo e toglierlo”: era un’estensione della rispettabilità.

E proprio perché era così carico di significato, il gat non era unico. Esistevano tipi diversi legati a ruoli, occasioni e contesti: il 사모 (samo), una specie di copricapo a ditale usato dai funzionari governativi fuori casa; lo 정자관 (jeongjagwan), più angolato, indossato dagli yangban in casa e dai maestri; il 준립 (junlip), in un materiale simile al feltro, usato da ufficiali militari e soldati; il paeraengi, più popolare, in bambù. E mentre l’uso variava in base al rango, c’è un punto che resta fermo: fino alla fine dell’Ottocento, l’idea stessa del gat è legata all’alta classe.

Questo rende ancora più interessante un passaggio storico preciso: fino al 1895 l’uso rimane esclusivo dell’élite. Poi, in un periodo in cui arrivano trasformazioni radicali — un decreto nazionale impone i capelli corti (in un mondo dove gli uomini portavano capelli lunghi), e intanto iniziano a diffondersi cappelli occidentali come le bombette — si arriva anche a consentire ai comuni cittadini di indossare il gat. Non è solo un dettaglio estetico. È un gesto che viene letto come democratizzante, anche perché ha a che fare con l’idea di uniformare l’aspetto e la presentazione del popolo: standardizzare l’outfit, mantenere un senso di decoro “corretto”, ma ampliando l’accesso a un simbolo che prima era proibito.

E qui il gat rivela la sua doppia faccia: è estetica, sì, ma anche disciplina sociale.

Ed è per questo che, quando lo guardi davvero, ti accorgi che non è nemmeno “solo tradizione”: è anche moda. Nel senso più concreto possibile. Un oggetto funzionale — perché fa ombra, davanti e dietro — e insieme fashion, perché la forma cambia in base alle tendenze, ai personaggi influenti, a ciò che “va” in quel periodo. E infatti, dentro i secoli Joseon, la sagoma del gat si muove come si muovono i trend: nei primi cento anni circa la cupola è più rotonda, quasi a cupola, fino al regno di Seongjong (attorno al 1490). Poi, nei decenni successivi, con Jungjong (attorno al 1540), la tesa si restringe e la parte superiore diventa più alta e piatta. Più avanti, circa un secolo dopo, ai tempi di Injo, la tesa si allarga molto e la cupola si restringe al punto che spesso non “calza” davvero sulla testa: non viene infilato, viene appoggiato e poi legato sotto il viso. La forma più riconoscibile, quella che ormai associamo immediatamente al gat, si afferma tra fine XVIII e inizio XIX secolo.

E sì: a guardarlo così, quello più tardo sembra quasi “perfetto”, bilanciato. Tanto che viene naturale pensare a proporzioni precise, a rapporti armonici, come se qualcuno avesse misurato altezza e ampiezza per farlo cadere nella zona delle geometrie che l’occhio ama. Non so se qualcuno abbia mai fatto davvero un’analisi matematica, ma l’impressione resta: alcune forme sembrano fatte per “stare bene” nella storia.

Poi però torni al presente, e ti ricordi un altro dettaglio: il gat oggi non lo vedi per strada. Lo vedi nei palazzi, nei tour, negli eventi, nelle foto.Eppure, nonostante la sua “assenza” dalla vita quotidiana, il gat è rimasto vivo in un altro modo: nella manifattura, nelle mani di chi sa farlo davvero.

La Corea riconosce ufficialmente alcuni saperi come patrimonio culturale, soprattutto quando si tratta di competenze rare, processi complessi, tecniche che rischiano di sparire. Ci sono categorie diverse, ma quella che ci interessa qui è l’“Intangible Cultural Heritage”: un’eredità intangibile, fatta di abilità, processi, persone. In questo spazio ci stanno, per esempio, specialisti del pansori, maestri del ferro, artigiani della ceramica tradizionale, perfino la produzione del kimchi come procedimento culturale. E la costruzione del gat — il gannil — è dentro lo stesso universo: una competenza preziosa, lunga, sfiancante, così minuziosa che capisci subito perché in passato un gat ben fatto potesse costare quanto una casa.

Il processo artigianale parte da cose che sembrano semplici, ma non lo sono. Per la tesa in bambù si usano canne giovani, di due o tre anni: vengono spaccate, rifinite, private delle parti più tenere. In pratica si prendono listelli di bambù secco, li si taglia in strisce sottilissime e li si fa bollire in acqua calda per 24 ore, finché la resina non viene estratta. Poi si asciuga e si inizia a raschiare, fino a lasciare solo lo strato esterno più sottile. A quel punto arriva una tecnica che sembra quasi impossibile: si separa la pelle del bambù in fibre sottili come capelli umani, ma più resistenti, con una tenacia tale da non spezzarsi facilmente anche se tirate alle estremità.

Queste fibre vengono poi intrecciate a mano, a incrocio, su uno stampo di legno già predisposto. Ed è una fase che da sola può richiedere fino a un mese. Quando la struttura circolare della tesa è pronta, viene trasferita su una piattaforma di legno con una curvatura convessa delicata, e viene modellata usando un ferro caldo chiamato 인두 (indoo). Questo passaggio viene descritto come il più difficile di tutti, perché tutto dipende da una sensibilità perfetta: se il ferro è troppo caldo brucia la tesa, se è troppo freddo non la modella. Ed è curioso come questo stesso strumento compaia spesso nei drama storici in contesti di tortura: un oggetto che nella realtà, invece, è legato alla precisione e alla forma.

La parte superiore del gat, la corona, viene realizzata con crine di cavallo — o, in altri casi, con sottilissimi fili di bambù — con la stessa logica laboriosa e ripetitiva, e solo dopo si passa all’assemblaggio. Il gannil, infatti, si struttura in tre fasi principali: la creazione della parte superiore (chongmojail), la creazione della tesa (yangtaeil), e poi l’unione delle due parti e la laccatura (ipjail). Ogni fase è eseguita da un maestro diverso, un jang specializzato: c’è chi è riconosciuto come chongmoja-jang, chi come yangtae-jang, chi come ipja-jang. E qui emerge un dettaglio significativo: oggi esistono maestri riconosciuti in queste categorie, e in totale vengono indicati quindici maestri legati alla creazione del gat; allo stesso tempo, c’è anche chi sottolinea quanto siano pochissimi, parlando di quattro grandi maestri “gat makers” nel paese. In ogni caso, il senso è lo stesso: non è un mestiere diffuso. È una rarità.

Dopo l’intreccio e la modellatura, arriva la finitura: le parti vengono dipinte di nero e trattate con una lacca. È questa applicazione che indurisce la superficie e rende il cappello resistente all’acqua. E quando sommi tutto — i tempi, la lentezza, la mano, l’attenzione alla temperatura, alla fibra, al trattamento dei materiali — capisci perché si dica che possono servire tre o quattro mesi per realizzare un solo gat. E capisci anche perché un gat realmente artigianale, fatto con il metodo tradizionale, possa arrivare oggi a costare l’equivalente di 30.000 dollari.

E qui arriva una cosa che secondo me taglia come una lama: esiste un mondo di gat “venduti”, riprodotti, commerciali… che non raccontano davvero la qualità e la finezza del lavoro originale. Ci sono esposizioni che hanno messo fianco a fianco opere di assemblatori riconosciuti e imitazioni, proprio per far vedere la differenza: la precisione, l’eleganza delle curve, la pulizia delle linee. Il gat, infatti, non è solo “cappello”: è una scultura leggera. È l’arte di far esistere una forma che sembra fragile e invece è tenace.

E persino il colore, che spesso diamo per scontato, non è un dettaglio. L’immaginario comune ci ha abituati al gat nero, ma esistono anche gat rossi e bianchi, e il bianco in particolare aveva un significato preciso: veniva indossato dai comuni cittadini durante i periodi di lutto nazionale. Tanto che, quando moriva l’imperatore, il prezzo di mercato di un gat bianco poteva salire fino a dieci volte.

È incredibile quante cose possa contenere un oggetto solo. Un cappello che ti racconta storia antica e dinastie, ma anche gerarchie, etica confuciana, regole di decoro, moda, economia, e perfino la globalizzazione culturale. Perché il gat oggi si muove su un paradosso: non è più un accessorio vivo nella strada, ma è vivo nell’immaginario. E l’immaginario, grazie all’Hallyu, è un palco enorme. La stessa onda globale che ha portato i drama ovunque può diventare lo spazio in cui oggetti come questo tornano a essere guardati, compresi, desiderati — non come costume di Halloween, non come stravaganza da passerella occidentale, ma come ciò che sono: una forma di bellezza costruita con regole severe, e un patrimonio fatto di mani, tempo e disciplina.

E forse è proprio questo che mi resta addosso: l’idea che anche una descrizione dettagliata non riesca davvero a rendere giustizia a certi oggetti. Che tu possa raccontare tutto — la storia, i nomi, i materiali, i mesi di lavoro — eppure resti sempre qualcosa che appartiene allo sguardo. Alla presenza. Alla sensazione netta di avere davanti un pezzo di Corea che non è “folklore”, ma identità.

16 gennaio 2026

Gli omicidi della banda Chijon

Come promesso, ecco la continuazione della serie di post ispirati al documentario “The Echoes of Survivors: Inside Korea’s Tragedies”. In questo nuovo capitolo vi racconterò l’atroce storia raccontata negli episodi dedicati agli omicidi della banda chijon.

E prima di cominciare devo dirvelo subito, in modo onesto, come faccio sempre qui sul KDG: questa è una storia che graffia. È dura, cupa, e più si va avanti più si ha la sensazione di guardare qualcosa che non dovrebbe esistere nel mondo reale. Non parliamo “solo” di violenza. Parliamo di un gruppo di ragazzi che si è costruito addosso un’ideologia di odio, l’ha trasformata in rituale, e poi l’ha usata come scusa per superare ogni limite umano. E parliamo anche di una donna che si è ritrovata dentro quell’inferno e ne è uscita… contro ogni logica, contro ogni previsione, contro tutto.

La cosa che mi colpisce ogni volta, quando una storia del genere riemerge, è che non si presenta mai con un cartello luminoso. Arriva sempre come qualcosa di “normale”. Una chiamata. Un incidente. Un fascicolo chiuso in fretta. Un’ipotesi facile. E invece, dietro, c’è una voragine.

È l’11 settembre 1994 quando una volante raggiunge la scena di un presunto incidente nel sud-ovest della Corea. In fondo a una scarpata breve ma ripida c’è una Hyundai Grandeur: davanti e ai lati è schiacciata, il parabrezza è una ragnatela di crepe. Basta poco per pensare che l’auto sia precipitata di muso, forse nei giorni precedenti. Uno degli agenti sale fino al bordo e trova segni di pneumatici che portano dritti oltre l’orlo, esattamente sopra dove la macchina si è fermata. L’altro rimane giù, a guardare quell’abitacolo devastato, e attraverso le crepe vede una sagoma curva sul volante. C’è qualcuno lì dentro. E bisogna capire chi è, e perché è finito di sotto.

Quando aprono la portiera, il primo colpo è l’odore: alcool, un odore così forte da sembrare già una risposta. L’uomo ha un documento addosso: si chiama Lee Jong-won, ha 36 anni, è un musicista, viene da fuori Seoul, a oltre quattro ore di distanza. Per un momento, nella testa di chi guarda, tutto si sistema in modo fin troppo semplice: alcol, guida, errore, scarpata. Caso chiuso.

Solo che la realtà non ha mai rispetto per le soluzioni facili.

Perché quando il corpo viene spostato per osservarlo meglio, la scena cambia forma. E diventa qualcos’altro. Lee Jong-won è coperto di ferite da coltello. Pugnalate nette, coerenti con colpi inferti con una lama. Non possono essere state causate dall’incidente. E in quell’istante, anche senza sapere ancora niente, la domanda diventa una sola: che diavolo è successo qui?

Quasi nello stesso momento, altrove, un’altra chiamata arriva alla polizia. È la famiglia di una donna: Ms. Lee, 27 anni, legata a Lee Jong-won come amante segreta. Da due giorni non risponde, non si fa sentire, non torna. È scomparsa. E per chi guarda l’orologio e mette insieme le ore, il nodo si stringe: il tempo stimato dell’incidente coincide con il momento in cui Ms. Lee smette di contattare la famiglia.

Ma qui si apre un dettaglio che pesa come un macigno, e che racconta il clima di quel periodo: nella Corea del Sud degli anni ’90 non esisteva l’immaginario di “unità speciali” come lo intendiamo oggi. C’erano poliziotti. E, a sentire chi ha vissuto quegli anni, c’erano anche poche risorse. Poca tecnologia. Pochi fondi. E un’abitudine quasi obbligata a pensare in modo lineare: se senti zoccoli, devi immaginare un cavallo. Non puoi permetterti di cercare zebre.

Eppure, questa volta, la zebra è lì. È nel sangue. È nelle coltellate. È nel vuoto lasciato da una ragazza che non si trova.

Perché mentre quell’auto viene osservata, mentre i dettagli iniziano a non combaciare, Ms. Lee è viva. E sta vivendo due giorni che non assomigliano a niente di reale. È chiusa in un ambiente di cemento sporco che i suoi rapitori chiamano senza vergogna “la Murder House”. Un recinto grigio che sembra costruito apposta per spezzare la mente prima ancora del corpo. È sorvegliata continuamente da cinque ragazzi, tutti nei primi vent’anni, e da una ragazza dall’aria annoiata che lei capisce essere la fidanzata di uno di loro.

E Ms. Lee si chiede se uscirà mai. Se la polizia troverà il corpo del suo compagno e capirà che non è un incidente. Ma soprattutto si chiede una cosa che fa paura anche solo a scriverla: chi mi crederebbe? Perché quello che ha visto, quello che ha subito, quello che sta ancora per subire, è talmente assurdo da sembrare inventato.

Tutto era iniziato alle 3 del mattino dell’8 settembre 1994. Una strada di campagna buia fuori Seoul. Ms. Lee e Lee Jong-won tornano da un motel, ognuno verso la propria vita — e sì, è una relazione clandestina, di quelle che esistono e bruciano in silenzio. Mentre guidano, nello specchietto compaiono due coppie di fari: un’auto piccola e un camion cargo. Stanno dietro. Troppo vicini. Troppo a lungo. Non cambiano velocità, non sorpassano, non spariscono. Rimangono incollati come un’ombra aggressiva.

Lee Jong-won prova a tranquillizzarla: esce dalla superstrada per farli passare. Ma appena mette la freccia, il camion ruggisce e accelera. Lo supera, gli si piazza davanti, frena di colpo e lo costringe a fermarsi. Lee Jong-won tenta di fare retromarcia, ma l’auto piccola si è già incastrata dietro. Sono bloccati, schiacciati tra due veicoli.

E poi arriva il silenzio, quel silenzio terribile che precede il disastro.

La portiera del camion si apre. Scendono alcuni giovani. Circondano l’auto. Uno si avvicina al finestrino, tira fuori un’arma e spara dentro. Le portiere vengono spalancate, mani che afferrano, corpi trascinati. Ms. Lee viene picchiata. Compare un coltello: Lee Jong-won viene pugnalato mentre cerca di difenderla. È ferito ma vivo. In meno di due minuti, la loro vita è stata ribaltata: occhi e bocca coperti con nastro, mani e piedi legati, caricati sul camion e portati via.

Quando Ms. Lee torna a vedere, è dentro una casa. Cemento. Luci bianche e fredde dall’alto. Una sorta di cella improvvisata. In un angolo, qualcosa che sembra un incrocio tra un barbecue e un inceneritore. L’insieme ha quell’estetica da incubo che ti fa pensare a un film dell’orrore — solo che qui non c’è nessuna scritta “fine riprese”.

E i rapitori… sono la parte più disturbante. Perché la violenza dell’operazione sembra troppo “professionale” per i volti che ha davanti. Ragazzi non più grandi di 22 anni, tagli di capelli sbagliati, acne, nervosismo addosso come un tic. Camminano avanti e indietro come se nemmeno loro sapessero come si fa a essere arrivati fin lì. Come se avessero seguito un copione imparato male.

Uno di loro parla. Dice che si chiamano Chijon family. Dice che sanno che la coppia è ricca e che devono pagare. Ms. Lee e Lee Jong-won si guardano: ricchi? Lei è una cameriera, lui un musicista. Non hanno soldi. Quando chiedono come gli sia venuto in mente, ricevono una risposta che è quasi ridicola, se non fosse tragica: la Hyundai Grandeur era un’auto tipica di dirigenti e politici all’epoca. Quindi, per loro, auto “da ricchi” uguale persone ricche.

Quell’errore li irrita. Perché se non possono pagare, la logica della banda si restringe fino a diventare una sola parola: morire.

C’è un momento, all’apparenza piccolo, ma rivelatore. Portano a Ms. Lee pane e latte. Cibo triste, grigio. Lei lo guarda e dice che non ha fame. E il ragazzo che glielo ha dato esplode: chi è povero davvero non rifiuta mai cibo, nemmeno gli avanzi. Quindi per lui quella frase diventa una prova: “Ecco, lo vedi? È ricca!”. È questo il livello. È questa la mentalità: un’idea distorta della povertà e della ricchezza, trasformata in pretesto per decidere chi merita di vivere.

Da lì, la decisione: li tirano fuori dalla cella. E impongono a Ms. Lee una cosa che non dovrebbe mai essere imposta a un essere umano: partecipare.

Li fanno bere alcool in grandi quantità. Scelgono di uccidere Lee Jong-won strangolandolo, perché è così che hanno visto fare in passato. E costringono Ms. Lee a mettere le mani sul collo del suo compagno insieme a loro. Poi prendono il corpo, prendono l’auto, salgono su una scarpata. Tracciano segni di frenata. Spingono giù la macchina. Vogliono un incidente. Vogliono un cavallo, non una zebra.

E per un attimo, sembra funzionare.

Ma rimane lei. E lì, in mezzo alle loro regole assurde, emerge una spaccatura: uno dice “uccidiamola, non ci si fida delle donne”. Un altro, Hyun Yang, 21 anni, che diventa il leader di fatto, dice di no: teniamola in vita. Ms. Lee nota che lui la guarda in modo diverso, quasi con qualcosa che assomiglia all’ammirazione. Non significa bontà. Non significa salvezza. Significa solo che, per ragioni confuse e sbagliate, lei resta viva.

Questo però non vuol dire essere trattata bene. Anzi. La brutalità continua. Solo che, finché respiri, esiste una fessura in cui può infilarsi la fuga. E Ms. Lee si aggrappa a quella fessura con la forza di chi non ha più niente da perdere.

In quei giorni, le danno anche dei libri. Le dicono che se vuole far parte della “famiglia” deve leggerli. Noir, storie criminali, ossessioni del loro capo. È come se tutto quello che sanno sul crimine venisse da romanzi e film. Come se volessero diventare “gangster” senza capire che, nel frattempo, stanno diventando solo carnefici ridicoli e spaventosi.

Ed è qui che bisogna fare un passo indietro, perché questa banda non nasce dal nulla nel 1994. La scia comincia a luglio 1993. Un gruppo di uomini che si conosce tramite gioco d’azzardo si unisce attorno a un leader: Kim Gi-hwan (o Kim Ki-huan), un ragazzo ossessionato da film noir e storie di criminalità. Il soprannome che si porta dietro è “Jijon”, “Supreme”, “supremamente nobile” — un’ironia tremenda, se pensiamo a quello che faranno.

La loro “identità” si nutre di rancore. Sono ragazzi cresciuti in povertà, con poca istruzione formale, e trasformano quel fallimento sociale in odio verso la società, soprattutto verso l’élite ricca. Si danno slogan come “Curse the rich” e si fissano un obiettivo delirante: “Extort 1 billion won”, circa 1 milione di dollari (o, in un’altra stima moderna, circa 1,76 milioni di dollari). Si allenano come in un culto: addestramenti duri, simulazioni di omicidi, rituali di gruppo. Leggono romanzi yakuza giapponesi. Si alimentano a vicenda con la convinzione che, per diventare “forti”, debbano smettere di essere umani.

E la prima vittima, ironicamente, non è nemmeno ricca.

Il 18 luglio 1993, verso le 23:00, cercano “target” a Daejeon. Trovano una ragazza, Choi, poco più che ventenne, figlia di contadini, povera. Non c’entra niente con la loro ideologia. Eppure la rapiscono, la portano in un’area isolata a circa 12 km e Kim Gi-hwan la uccide strangolandola, urlando al gruppo: “Ecco come si uccide una persona”. Testimonianze diranno che sembrava goffo, impacciato, come uno che non sa nemmeno se il gesto funzionerà. La seppelliscono in montagna.

Dopo quell’omicidio, Kim Gi-hwan vuole una cosa: che tutti siano implicati. Perché quando tutti hanno le mani sporche, nessuno può scappare. È una strategia di controllo, di ricatto morale, di “fratellanza” tossica.

E infatti, quando il più giovane, Song Bong Eun, diciottenne e “tesoriere”, va in panico e scappa portandosi via alcuni milioni di won, diventa subito un bersaglio. Ha infranto la regola: chi tradisce deve morire. Lo trovano, lo portano su un’altra montagna e lo uccidono a turni colpendolo alla testa con un piccone.

E lì accade una cosa che sembra piccola solo se non capisci quanto sia simbolica: uccidono un cane e lo mangiano. Un atto che criminologi coreani considereranno uno spartiacque: il momento in cui attraversano una linea di depravazione irreversibile. Come se si fossero costretti a guardarsi allo specchio e dirsi: “Adesso possiamo fare qualsiasi cosa”.

Passano mesi. Poi, la primavera successiva, investono su una base. Comprano una casa in un’area tranquilla nel sud-ovest, a Bulgap-myeon, un posto con appena 19 case. La casa è dipinta di azzurro e rosa, attira attenzione, ma a loro interessa il seminterrato, tutto in cemento e diviso in tre stanze. Lì costruiscono il loro “centro di detenzione” e un inceneritore. Il piano è semplice e mostruoso: rapire, rinchiudere, estorcere, uccidere, bruciare.

E quando tutto sembra “pronto”, il loro leader finisce in prigione per un altro crimine: un attacco a una ragazzina delle medie. A quel punto la banda perde la mente che li guidava. Rimangono ragazzi violenti e confusi, senza direzione, ma con una casa-cella già pronta e con l’idea fissa che l’unico modo per esistere sia continuare.

Nel frattempo entrano altri membri: Kang Dong-eun, Moon Sang Rok, Baek Byung Ok, Moon Seob, e Hyun Yang; e infine arriva anche la fidanzata, Lee Kyung-sook, che viene coinvolta a ridosso dell’arresto. Il paradosso è già scritto: avevano una regola che diceva di non fidarsi delle donne — “neanche di tua madre” — eppure la prima cosa che infrangono è proprio quella. Perché le regole, per loro, non sono mai state principi: sono state solo frasi da urlare per sentirsi qualcuno.

Quando la “Chijon family” uccide Lee Jong-won e inscena l’incidente, pensa di essersela cavata. Ma due giorni dopo, cercano nuove vittime. E qui entra una seconda coppia: So Yun-oh, 42 anni, e sua moglie Park Mija, 35 anni. Li rapiscono mentre sono al Dong Seoul Park Cemetery, durante il  Chuseok, quando la gente va a sistemare le tombe di famiglia. Sono circa le 17:00 e, in quel momento, nel cimitero ci sono solo loro due. Vengono trascinati via e portati nella murder house.

Lì chiedono 100 milioni di won. So Yun-oh non è un ricco, e questo dettaglio dovrebbe bastare a fermarli. Ma non basta. Lui dice di poter arrivare forse a 80 milioni, quelli che ha per pagare i dipendenti della sua fabbrica. Chiama l’uomo che gestisce la fabbrica, inventa una scusa: un incidente in stato di ebbrezza. Gli dà un luogo d’incontro improbabile, il terminal bus di Gwangju, vicino al rifugio della banda. È lontanissimo dal contesto della fabbrica. Il dipendente si insospettisce. Ma va.

So viene portato al terminale. La moglie resta ostaggio sul camion. Il patto è chiaro: consegni il denaro, vi liberiamo. Il dipendente arriva con una borsa. Scambia il denaro con So, ma capisce che qualcosa non torna: dov’è l’auto dell’incidente? perché So non sembra ferito? E soprattutto: perché sta andando verso una macchina che aspetta nell’ombra?

So consegna i soldi. Chiede di essere liberato. E la banda fa quello che ha sempre fatto: rompe le promesse. Lo afferrano, lo ricaricano, lo trascinano di nuovo nella casa, insieme alla moglie.

Il dipendente denuncia subito ciò che ha visto: per lui è un rapimento. Chiama la polizia a Ulsan, dove si trova la fabbrica. Gli rispondono che non possono fare nulla perché è un’altra giurisdizione, deve chiamare Gwangju. Quando chiama Gwangju, accade l’assurdo: invece di controllare il luogo del rapimento, mandano tre agenti a Ulsan a investigare la fabbrica e i dirigenti, e concludono in fretta che si tratta di una fuga con un’altra donna o di un gioco finanziario. Non un rapimento. Non qualcosa di urgente.

E mentre la burocrazia costruisce scuse per non vedere, nel seminterrato di cemento la banda decide di uccidere comunque la coppia, nonostante il pagamento. Anzi: proprio perché il pagamento è avvenuto, si inventano un’idea quasi “pietosa” nella loro mente malata: ucciderli senza dolore.

E qui, di nuovo, entra Ms. Lee. La costringono a essere parte del delitto. Le mettono in mano un’arma — un fucile ad aria compressa — e la obbligano a sparare a So Yun-oh al petto a bruciapelo. Park Mija viene attaccata con coltelli e un’ascia. La sua morte non è “pietosa” per niente.

Poi arrivano i corpi. E arriva l’inceneritore. Li bruciano. Ma il fumo li spaventa. Temono che qualcuno noti qualcosa. E così fanno una cosa surreale e grottesca: organizzano un barbecue e invitano i vicini, in modo che l’inceneritore sembri parte della festa.

E dentro questo delirio, superano un altro limite: mangiano parti dei corpi. Si dice che Hyun Yang abbia mangiato una parte del polpaccio di Park Mija e che un pezzo di fegato sia stato fatto mangiare a forza a Ms. Lee. E se c’è una frase che mi resta attaccata come un chiodo arrugginito è quella attribuita a uno dei membri dopo l’arresto, Kim Hyun-yang: mangiare carne umana era “per abbandonare la nostra umanità e diventare più forti”. 

Capite? È un’ideologia che si autoalimenta. Non basta uccidere. Devi “dimostrare” a te stesso di essere oltre l’umano, perché così puoi continuare senza crollare.

Ed è qui che, per paradosso, la loro stupidità li tradisce. Perché il giorno dopo, li troviamo ubriachi, di nuovo, a giocare con la dinamite come bambini scemi. Hyun Yang si ferisce gravemente alla mano. E in quel momento, proprio nel sangue e nel panico, nasce l’unica occasione reale di fuga: un ospedale.

Ms. Lee capisce che lui non può andarci da solo. Gli propone di guidare. Lui accetta. In macchina, lui è pallido e sudato, in shock. Quando arrivano, lei entra con lui. Aspettano. E poi succede un gesto incredibile: Hyun Yang le mette in mano i suoi effetti personali per “tenerli un attimo”. Tra questi ci sono un telefono cellulare e circa 500 dollari (ma lui tiene le chiavi della macchina). Lei li guarda e sente che quello è tutto ciò che serve.

Quando Hyun Yang viene chiamato dal medico e la porta si chiude, Ms. Lee resta sola con soldi e telefono. Si chiede per un secondo se sia un test. Se lui la stia osservando. Se voglia verificare la sua “lealtà”. Ma la verità è semplice: nessun essere umano dovrebbe essere costretto a dimostrare lealtà al proprio rapitore.

Lei scatta. Corre fuori. Prende un taxi. Chiede di andare a Seoul, quattro ore. Il tassista protesta, lei dice che ha i soldi. Partono. L’ansia le esplode addosso. Il tassista cerca di scherzare: “Non preoccuparti, conosco tutte le gang della zona”. Per lei è una frase terrorizzante. Nella testa le suona come “conosco anche loro”. Si fa fermare vicino a una fattoria, scappa, convince qualcuno a chiamarle un altro taxi e riparte verso Seoul.

E quando finalmente arriva in una stazione di polizia — alle 3 del mattino del 16 settembre 1994, in uno stato confuso, instabile, quasi dissociato — racconta tutto.

Il problema è che la verità, detta così, sembra follia. Quando lei parla di corpi fatti a pezzi e carne umana, la prima reazione di chi la ascolta è che sia sotto effetto di droga. Un detective, Ko Byung-cheon, che guiderà poi l’arresto, arriva persino a controllarle i polsi, come se la storia fosse il delirio di una tossicodipendente. È una reazione umana, in un certo senso: non vuoi credere che esista una cosa del genere.

Ma Ms. Lee sa cose che non dovrebbe sapere se mentisse. Sa del caso della coppia scomparsa, So Yun-oh e Park Mija, che risultano effettivamente dispersi. Sa che Lee Jong-won non è morto in un incidente. E ci sono dati concreti: la polizia riesce a rintracciare il telefono di Mr. So, e il segnale punta proprio dove lei dice, vicino alla murder house. E il telefono che lei ha con sé risulta registrato a Kang.

A quel punto, non si può più far finta di niente.

All’alba, una squadra parte verso il sud-ovest. Un team di nove agenti, con solo quattro pistole in dotazione. Controllano la scena dell’“incidente” del musicista e ogni dettaglio combacia con il racconto di Ms. Lee. Individuano la casa, preparano un appostamento. Sono circa le 5 del mattino quando iniziano a osservare. E la cosa più assurda è che la banda è ancora lì, tutta dentro. Come se davvero credessero che Ms. Lee sarebbe tornata. 

Verso le 7:30, Kang esce e sale sul camion per comprare generi alimentari. Si accorge della polizia e tenta di seminarli. Non ci riesce: lo buttano fuori strada e lo arrestano dopo una colluttazione. Ora sanno che dentro ci sono ancora altri membri, armi e persino esplosivi. Devono farli uscire senza trasformare la casa in un disastro.

E allora usano la trappola che sembra quasi teatrale: chiamano la casa e dicono che Kang ha avuto un brutto incidente e che devono venire in ospedale a recuperare denaro e oggetti.

Si presentano Moon Sang Rok, Hyun Yang e Lee Kyung-sook. Appena Moon Sang Rok scende, viene arrestato. Hyun Yang e la fidanzata scappano in macchina, dopo un inseguimento di 20 km, finiscono per schiantarsi contro una residenza privata e vengono presi.

Restano solo in due: Moon Seob e Baek Byung Ok. A quel punto arrivano i rinforzi. Un’unità di 20 agenti entra nella casa e arresta Moon Seob. Baek tenta di fuggire da una finestra e corre in una foresta di bambù, ma viene raggiunto e catturato.

È finita.

E qui arriva la parte che mette i brividi in un modo diverso: in tribunale, non mostrano rimorso. Dicono frasi che scioccano un paese intero, del tipo “ci dispiace non aver ucciso di più”. Uno arriva persino a dire che si pente di non aver potuto uccidere sua madre. È come se avessero deciso di essere mostri e di non voler più tornare indietro, perché tornare indietro significherebbe guardare in faccia quello che sono davvero.

Durante il processo emerge anche un dettaglio che fa capire quanto fosse reale il loro progetto: avevano la lista VIP dei clienti del Hyundai Department Store di Gangnam, il grande simbolo del consumo di élite. Più di 1300 nomi, e circa 70 evidenziati come obiettivi. Quando viene chiesto cosa avrebbero fatto con quella lista, rispondono che avrebbero iniziato il loro “vero lavoro” dopo la festa — la settimana successiva. È un momento terribile perché ti costringe a pensare a quante persone sarebbero potute finire dentro quel seminterrato se Ms. Lee non fosse scappata.

E poi arrivano le condanne.

Dopo l’arresto, Ko Byung-cheon guida l’operazione investigativa che li inchioda. È lui a dare al gruppo il nome con cui resterà nella memoria collettiva: Jijon gang, un termine che in origine significa “supremamente nobile”. Un nome che si ispira anche al titolo coreano del film hongkonghese del 1989 “Casino Raiders”, amato dal leader, e che loro stessi trasformavano in simbolo, persino indossando fasce con la scritta “Jijon” durante gli allenamenti.

La sentenza è spietata e rapida: nel giro di poche settimane (si parla di 25 giorni per arrivare alla decisione), la maggior parte dei membri riceve la pena di morte. Sei di loro verranno effettivamente giustiziati nel novembre 1995. L’unica risparmiata è Lee Kyung-sook, non coinvolta direttamente negli omicidi: riceve tre anni, con pena sospesa per quattro.

E il dettaglio più straniante, se ci pensate, è quasi “poetico” in senso tragico: tra chi esce vivo da questa storia, ci sono proprio le due donne che la banda aveva deciso di non eliminare subito. Ms. Lee, sopravvissuta perché un uomo del gruppo si è invaghito di lei e poi perché Hyun Yang l’ha tenuta in vita. E Lee Kyung-sook, la fidanzata. È come se la loro stessa regola marcia sul non fidarsi delle donne si fosse ribaltata contro di loro e li avesse traditi nel modo più netto possibile.

Ma io non riesco a chiudere questa storia solo così, con la cronaca nuda. Perché c’è anche un dopo, e quel dopo porta un nome: Ko Byung-cheon.

Ko nasce nel 1949 a Jeonju, nella provincia di North Jeolla, entra in polizia nel 1976, e diventa un volto nazionale proprio grazie a questo caso, nel 1994. Dopo quell’inferno, continua la sua carriera fino al pensionamento nel 2009. Ma non lascia davvero quella storia: la studia, la analizza, la porta addosso come una cicatrice che non si chiude. Nel 2015 consegue persino un dottorato alla Kwangwoon University, con una tesi dedicata alla banda Jijon. Nel 2021 pubblica una web novel di non-fiction che contiene il suo nome nel titolo.

E c’è una cosa che mi ha colpita più di tutte: durante il processo, alcuni membri arrivano a scrivergli lettere per ringraziarlo di averli trattati con dignità. Ko, in un’intervista successiva, dice una frase che è difficile da digerire ma importante: i loro crimini non sono scusabili, ma lui non li vede come psicopatici “nati”. Li vede come persone cresciute in una miseria assoluta, fino a odiare il mondo.

Racconta un episodio che, in mezzo a tutto il sangue, sembra quasi insignificante… e invece spacca il cuore: durante l’indagine, una volta diedero loro del riso fritto “stile cinese”. E loro si illuminarono. Dissero che era la prima volta che assaggiavano qualcosa del genere. Pulirono i piatti e ripetevano che non sapevano nemmeno che un cibo così potesse esistere.

Non è una giustificazione. Non lo sarà mai. Ma è un dettaglio che ti costringe a guardare la ferita sociale dietro il mostro. Perché, alla fine, la banda chijon nasce da un rancore che si è fatto culto. Dal desiderio di “punire i ricchi” che si è trasformato nell’atto più assurdo possibile: non hanno ucciso un solo vero ricco. Hanno distrutto persone comuni. Hanno trasformato la povertà in alibi e l’alibi in rituale.

E se questa storia ci resta addosso è perché ci ricorda una cosa che fa paura: quando la società abbandona qualcuno abbastanza a lungo, quel qualcuno può crescere con l’idea che il mondo meriti di bruciare. E quando quell’idea si incontra con la violenza, con l’ignoranza, con il bisogno disperato di sentirsi “qualcuno”… il risultato non è un’ideologia. È una strage.

Eppure, in mezzo a tutto questo, c’è una sopravvissuta. Ms. Lee. Una donna che ha corso quando avrebbe potuto arrendersi. Che ha capito la finestra di fuga quando tutto le urlava di restare immobile. Che è entrata in una stazione di polizia alle tre di notte, tremante e distrutta, e ha detto la verità anche sapendo che l’avrebbero chiamata pazza.

Ed è lì che io, da spettatrice e da persona, mi fermo sempre un secondo. Perché non so se sarei stata capace. Non so se avrei trovato la stessa lucidità dentro il terrore. Ma so che, se oggi questa storia viene raccontata come “il caso della banda chijon”, è perché una donna ha deciso di vivere. E nel farlo, ha impedito che quella lista VIP diventasse un cimitero.