23 gennaio 2026

Jeonse: quando la casa diventa un deposito di fiducia (e di rischio)

Ispirata dal drama Cashero e ricercando sul rapporto che i coreani hanno con il denaro mi sono imbattuta in un argomento di cui non avevo ancora mai parlato sul blog e che approfitto per discuterne oggi: i Jeonse.

Quando si parla di Corea del Sud, il tema della casa è inevitabilmente intrecciato a quello del denaro, della sicurezza economica e del futuro. Il sistema abitativo coreano è profondamente diverso da quello a cui siamo abituati in Europa, e il jeonse ne è forse l’esempio più emblematico, ma anche più controverso.

Il jeonse è una forma di affitto unica nel suo genere. Non prevede il pagamento di un canone mensile, ma richiede invece il versamento di una somma di denaro molto elevata, una sorta di deposito cauzionale che può arrivare anche al 50–80% del valore dell’immobile. Questa somma viene consegnata al proprietario all’inizio del contratto e restituita integralmente alla fine del periodo di locazione, che di solito dura due anni.

In teoria, l’inquilino vive in casa “gratis”. In pratica, immobilizza una quantità enorme di capitale. Il proprietario, dal canto suo, utilizza quel denaro per investimenti, acquisti o per coprire altri mutui, senza dover pagare interessi. Il sistema si fonda su un presupposto fondamentale: la fiducia. Fiducia nel fatto che, allo scadere del contratto, il proprietario sarà in grado di restituire l’intera somma.

Per decenni, il jeonse ha funzionato. In un contesto di crescita economica costante e di prezzi immobiliari in continuo aumento, il denaro depositato non solo sembrava al sicuro, ma appariva quasi come una scelta razionale. Il proprietario poteva contare sull’aumento di valore dell’immobile, mentre l’inquilino evitava l’erosione mensile del reddito e sperava, un giorno, di accumulare abbastanza capitale per acquistare una casa propria.

Ma questo equilibrio era fragile. E col tempo, ha iniziato a incrinarsi.

Il sistema abitativo coreano non si limita al jeonse. Esistono anche formule ibride, come il wolse, che combina un deposito iniziale più basso con un affitto mensile. Negli ultimi anni, proprio il passaggio dal jeonse al wolse è diventato sempre più comune, segno evidente di un cambiamento strutturale. I proprietari, messi sotto pressione da tassi di interesse in aumento e da un mercato immobiliare meno prevedibile, preferiscono oggi entrate mensili sicure piuttosto che basarsi su grandi somme da gestire e restituire.

Il problema è che il jeonse non è solo un contratto abitativo: è un sistema finanziario parallelo. I proprietari spesso reinvestono il deposito ricevuto per acquistare altri immobili, creando una catena in cui il rimborso di un inquilino dipende dall’ingresso di quello successivo. Finché il mercato cresce, il meccanismo regge. Quando rallenta, il rischio esplode.

Negli ultimi anni, sempre più inquilini si sono trovati di fronte a una realtà drammatica: la fine del contratto arriva, ma il denaro non torna indietro. Proprietari insolventi, immobili ipotecati, fallimenti a catena. Il deposito, che doveva essere una garanzia, si trasforma in una trappola.

Questo ha colpito in modo particolare i giovani e le famiglie con meno risorse. Accedere a un jeonse richiede spesso prestiti consistenti, concessi con l’idea che il deposito sia “sicuro”. Ma quando il sistema fallisce, il debito resta, mentre il capitale svanisce. Il sogno di una casa stabile si trasforma in precarietà economica.

Il governo ha tentato di intervenire, introducendo assicurazioni sul deposito e meccanismi di tutela, ma la complessità del sistema rende difficile una soluzione rapida. Il jeonse è così radicato nella struttura economica e culturale del Paese che eliminarlo di colpo sarebbe impensabile. Eppure, continuare a sostenerlo senza una strategia di uscita controllata rischia di amplificare le crisi future.

Oggi il jeonse non è più solo una tradizione abitativa: è diventato il simbolo di un rapporto ambiguo con il denaro. Da un lato, l’idea di immobilizzare enormi somme per “non pagare affitto” riflette una mentalità orientata al sacrificio e all’accumulo. Dall’altro, mostra quanto la sicurezza economica possa essere illusoria quando viene affidata a meccanismi sistemici fragili.

Nel contesto raccontato da Cashero, dove il denaro diventa misura di valore, potere e sopravvivenza, il jeonse appare quasi come una metafora reale. Una società in cui il denaro non è solo mezzo, ma condizione di accesso alla stabilità, all’abitare, al futuro. Dove non pagare ogni mese non significa essere liberi, ma vincolati a un rischio silenzioso e costante.

Il jeonse nasceva come un patto di fiducia. Oggi, sempre più spesso, si rivela un patto sbilanciato. E forse il vero nodo non è solo abitativo o finanziario, ma culturale: fino a che punto una società può continuare a basare la propria sicurezza su un sistema che presuppone crescita infinita, stabilità assoluta e fiducia cieca nel mercato?

Parlarne oggi significa interrogarsi non solo su come si vive in Corea, ma su come il denaro modella le nostre scelte, le nostre paure e la nostra idea di casa.