10 dicembre 2025

Sangue, linee di sangue e destino: come la Corea legge identità e personalità


Se c’è un filo rosso che attraversa la storia e la cultura coreana, è proprio il sangue. Non solo in senso biologico, ma come simbolo di appartenenza, identità, destino e persino personalità.

Da una parte ci sono le linee di sangue, con genealogie che risalgono indietro di secoli e un’idea di popolo unito da radici comuni. Dall’altra, in un registro molto più quotidiano e pop, c’è la convinzione che il gruppo sanguigno dica qualcosa sul carattere di una persona, sulle sue compatibilità e sul tipo di relazione che potresti avere con lei. In Corea, il sangue è tutto tranne che un semplice dettaglio medico.


La Corea e il mito delle “linee di sangue pure”

Per capire quanto il sangue conti davvero nella mentalità coreana, bisogna partire da un dato molto semplice: non è raro che le famiglie conservino registri genealogici che risalgono fino a 500 anni fa. Le linee di sangue sono considerate importantissime, e molte persone sono profondamente orgogliose di appartenere a una discendenza percepita come “pura” e omogenea. Questa idea di purezza, però, non nasce dal nulla, né è sempre esistita. È l’esito di una storia lunga e stratificata.

Gli studi suggeriscono che i primi abitanti della penisola coreana potrebbero essere arrivati fino a 500.000 anni fa. Molto più tardi, nel corso dei millenni, ci sono state ondate migratorie provenienti dalle pianure siberiane, dalla Mongolia e dalla regione manciuriana della Cina orientale.

Ancora oggi, il corpo conserva tracce di questa mescolanza: la tipica voglia blu sulla parte bassa della schiena dei neonati, per esempio, viene chiamata mongol-cheom (몽골점, “marchio mongolo”). Le analisi del DNA mostrano anche una forte somiglianza tra molte caratteristiche fisiche dei coreani del Sud e dei giapponesi. Insomma: se si guarda alla storia biologica, l’idea di una “razza pura” traballa subito. Eppure questo mito ha avuto e ha ancora una forza enorme.


Minjok, resistenza e propaganda: da strumento di lotta a ideologia tenace

Per capire davvero da dove nasca il mito della “linea pura”, bisogna guardare al XX secolo. All’inizio del Novecento, uno storico parlò di minjok (민족), cioè il popolo, la nazione, il gruppo etnico coreano, descrivendolo come un gruppo di guerrieri che, nel corso dei secoli, aveva respinto invasori e preservato la propria identità etnica.

In un periodo segnato dalla colonizzazione giapponese, questa idea fu una vera e propria arma simbolica: la narrazione di un popolo unito da una linea di sangue comune serviva a rafforzare lo spirito nazionale, resistere all’assimilazione e trovare un motivo di orgoglio in mezzo alla subordinazione politica.

Col tempo, però, quello che era nato come un discorso di resistenza è diventato anche una ideologia tenace. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, mentre la fede nella “razza pura” declinava in altre parti del mondo, anche per il trauma lasciato dalle ideologie razziali di Germania e Giappone, la Corea, sia del Nord che del Sud, continuò a coltivare attivamente questa visione.

La Corea del Sud vide l’uso del mito della purezza etnica come strumento politico: gli ex presidenti Syngman Rhee e Park Chung-hee lo utilizzarono per rafforzare l’obbedienza dei cittadini e sostenere una forte agenda anticomunista. Nel frattempo, la propaganda nordcoreana arrivava a dichiarare i coreani come “la razza più pura”, facendo della linea di sangue una vera e propria bandiera identitaria.

Ancora oggi, la convinzione in una linea di sangue comune continua a influenzare la politica, le relazioni internazionali e il modo in cui molti coreani percepiscono se stessi come popolo. Da un lato, alimenta il senso di orgoglio nazionale. Dall’altro, nutre la speranza di una Corea riunificata, immaginata come il ricongiungimento di un’unica grande famiglia separata solo da eventi storici.


Un Paese sempre più multiculturale: quando la realtà bussa alla porta del mito

L’idea di una Corea a “sangue unico”, però, oggi si scontra con un dato di fatto: il Paese sta diventando sempre più multiculturale. Sempre più lavoratori stranieri chiamano la Corea “casa”. I matrimoni internazionali sono in aumento e le famiglie con genitori di nazionalità diverse sono ormai parte integrante del paesaggio sociale.

Una figura chiave che ha reso il tema visibile a livello nazionale è stata Hines Ward, giocatore di football americano e MVP del Super Bowl: padre afroamericano e madre coreana.  Quando visitò la Corea, si impegnò apertamente per promuovere l’accettazione dei bambini multirazziali e donò un milione di dollari per creare la Helping Hands Foundation, con l’obiettivo di sostenere i figli di origine mista in Corea.

Nonostante questi progressi, però, non tutti hanno accolto con entusiasmo la nuova realtà. Molti lavoratori migranti e immigrati continuano ad affrontare discriminazione e pregiudizi.

Quando voci esterne, incluse quelle provenienti da organi internazionali, mettono in discussione l’idea di “razza pura”, emergono spesso reazioni xenofobe. C’è chi teme che criticare questo nazionalismo etnico significhi indebolire l’orgoglio nazionale o minacciare l’idea di una futura riunificazione.

Nel frattempo, i numeri raccontano una storia diversa: già nel 2017, il 5,2% dei bambini nati in Corea proveniva da matrimoni misti. E il fenomeno è in continua crescita, man mano che sempre più coreani costruiscono una famiglia con partner stranieri, e sempre più persone si trasferiscono in Corea per viverci in modo stabile.

In questo contesto, il futuro sembra giocarsi su una domanda cruciale: la Corea sarà in grado di trasformare l’amore e l’accettazione verso i non-coreani che vivono nel Paese in una realtà quotidiana, normalizzata, capace di rafforzare la nazione agli occhi dei suoi cittadini e del resto del mondo, invece di indebolirla?


Dal sangue genealogico al sangue in provetta: quando il gruppo sanguigno diventa personalità

Il rapporto speciale tra Corea e sangue non si ferma alla storia, alle invasioni e alle ideologie del Novecento. Scende anche a un livello molto più leggero e quotidiano: quello delle conversazioni tra amici, degli appuntamenti al buio e delle chiacchiere da pausa caffè.

Se in molti Paesi, all’inizio di un’uscita, la domanda classica è:

“Di che segno sei?”

in Corea, una delle domande più frequenti è:

“Che gruppo sanguigno hai?”

Che tu sia coreano o appena arrivato in Corea, è molto probabile che prima o poi qualcuno ti chieda questa cosa, con la stessa naturalezza con cui ti chiede quanti anni hai. Non è una curiosità medica: è un modo rapido per farsi un’idea del tuo temperamento e, soprattutto, della tua compatibilità con gli altri.

Molti coreani rimangono davvero sorpresi nello scoprire che buona parte degli stranieri non conosce neppure il proprio gruppo sanguigno. Per loro è una delle informazioni base su se stessi, quasi come il compleanno.


Gruppo sanguigno come oroscopo: un profilo psicologico in una lettera

L’idea che il gruppo sanguigno influenzi la personalità non nasce in Corea, ma è stata accolta con entusiasmo in un Paese già storicamente affascinato dalla divinazione in molte forme: zodiaco orientale, fortune-telling, astrologia, oroscopi vari.

Questa credenza ricorda da vicino la logica dell’oroscopo occidentale:
  • i segni zodiacali vengono associati a tratti di personalità, compatibilità, fortuna/sfortuna, ecc.
  • una piccola minoranza prende decisioni basandosi seriamente sulle previsioni
  • la maggior parte delle persone lo vive in modo leggero, come spunto di conversazione

Allo stesso modo, in Corea il gruppo sanguigno viene spesso usato come una specie di “profilo psicologico abbreviato”: un modo per farsi un’idea immediata di chi hai davanti, soprattutto in un appuntamento al buio o quando conosci qualcuno di nuovo.


Da dove nasce questa teoria?

La teoria moderna della personalità legata al gruppo sanguigno viene illustrata da un giapponese, Masahiko Nomi, laureato all’Università di Tokyo. Nato come giornalista, Nomi pubblicò negli anni ’70 un libro intitolato “Understanding Affinity by Blood Type”, che divenne un vero bestseller.

Da lì, l’idea tornò a diffondersi in Giappone e in altri Paesi asiatici, come Corea del Sud e Taiwan, fino a diventare quasi un codice culturale condiviso. In alcuni momenti, questa teoria è stata presa così sul serio che certe aziende arrivarono addirittura a raggruppare i lavoratori per tipo di sangue, pensando che persone con lo stesso gruppo sarebbero state più affiatate e produttive insieme.

Oggi questa estrema applicazione pratica è molto meno diffusa, ma il collegamento tra gruppo sanguigno e personalità continua a vivere forte nell’immaginario popolare. Anche se è stato ampiamente smentito dalla scienza, il mito rimane un ottimo rompighiaccio: quando la conversazione si spegne, chiedere “Che gruppo sanguigno hai?” può riaccendere il discorso in un secondo.