28 gennaio 2026

Cyberbullismo in Corea del Sud: quando la violenza digitale diventa sistema

 

Scrivo questo articolo con una sensazione difficile da ignorare, quella che arriva quando ti rendi conto che la violenza non ha più bisogno di urlare per essere devastante. Basta uno schermo. Basta una connessione. Basta una folla invisibile che si muove compatta, spesso convinta di stare facendo la cosa giusta.

Il cyberbullismo in Corea del Sud non è un fenomeno marginale, né un problema confinato a episodi isolati. È qualcosa di strutturale, radicato nelle dinamiche sociali, culturali e digitali del Paese. Non coincide con il bullismo tradizionale, non ne è una semplice estensione online. È un’altra cosa. Funziona in modo diverso, colpisce in modo diverso e, soprattutto, lascia ferite diverse.

A differenza del bullismo “classico”, che presuppone un contatto diretto e uno spazio fisico condiviso, il cyberbullismo agisce in modo continuo, pervasivo, senza limiti temporali. Non si esaurisce con la fine della giornata o con il rientro a casa. Entra nelle stanze private, nei telefoni, nei momenti di solitudine. È persistente, replicabile, amplificato. Un commento può essere condiviso migliaia di volte. Un insulto può diventare una narrazione. Una persona può essere ridotta a un bersaglio collettivo nel giro di poche ore.

In Corea del Sud, questo meccanismo è ulteriormente intensificato da una cultura digitale estremamente attiva, da un altissimo utilizzo dei social media e da una forte pressione sociale legata all’immagine pubblica, alla reputazione e alla conformità. L’errore, reale o presunto, non viene dimenticato. Viene archiviato, rilanciato, utilizzato come prova definitiva di colpevolezza.

Uno degli aspetti più inquietanti è il coinvolgimento dei giovanissimi. Una percentuale significativa di adolescenti coreani ha dichiarato di aver sperimentato forme di cyberbullismo: insulti online, diffusione di voci, esclusione deliberata dai gruppi digitali, minacce, umiliazioni pubbliche. Le piattaforme più utilizzate sono le stesse che fanno parte della loro quotidianità: social network, app di messaggistica, spazi virtuali in cui l’identità è costantemente esposta al giudizio altrui.

Ma il fenomeno non si ferma ai giovani. Anzi, assume contorni ancora più violenti quando colpisce le donne e le figure pubbliche. Il cyberbullismo contro le donne in Corea del Sud si intreccia spesso con molestie sessuali, linguaggio misogino, minacce di stupro, revenge porn, doxxing. Non si tratta solo di odio generico, ma di una violenza mirata, che sfrutta il corpo, la reputazione e la vulnerabilità sociale come armi.

Molte donne subiscono campagne di odio coordinate, spesso portate avanti da gruppi organizzati che utilizzano l’anonimato per colpire senza conseguenze immediate. Commenti degradanti, messaggi privati offensivi, fotomontaggi, accuse infondate: tutto contribuisce a creare un clima di terrore psicologico che spinge molte vittime a ritirarsi dalla vita pubblica, a chiudere i propri account o a vivere in uno stato di costante allerta.

Nel mondo dell’intrattenimento, il cyberbullismo raggiunge livelli estremi. Celebrità sudcoreane, in particolare idol e attori, diventano bersagli di un controllo ossessivo da parte del pubblico. Ogni comportamento viene analizzato, giudicato, distorto. Una relazione sentimentale, una frase mal interpretata, un’espressione fuori posto possono scatenare ondate di odio digitale.

In questi casi, il cyberbullismo assume la forma di una punizione collettiva. I fan, o presunti tali, si trasformano in giudici morali. L’aggressione viene giustificata come “critica”, “delusione”, “richiesta di responsabilità”. Ma ciò che emerge è un meccanismo di disumanizzazione, in cui la persona scompare e resta solo un’immagine da distruggere.

La pressione psicologica esercitata da questo tipo di violenza è devastante. Molte vittime raccontano di ansia cronica, depressione, disturbi del sonno, attacchi di panico. Nei casi più gravi, il cyberbullismo è stato collegato a gesti estremi, segnando in modo indelebile il dibattito pubblico coreano sulla salute mentale.

Un altro elemento cruciale è la difficoltà di ottenere giustizia. Sebbene esistano leggi contro la diffamazione e le molestie online, il percorso legale è spesso lungo, complesso e scoraggiante. L’anonimato rende difficile identificare i responsabili, e le vittime si trovano frequentemente sole ad affrontare un sistema che fatica a stare al passo con la velocità della violenza digitale.

Nel frattempo, la società continua a oscillare tra condanna formale e tacita accettazione. Da un lato, cresce la consapevolezza del problema e la richiesta di interventi più efficaci. Dall’altro, persiste una cultura che normalizza l’odio online, lo giustifica come “libertà di espressione” o lo minimizza come inevitabile effetto collaterale della vita digitale.

Il cyberbullismo in Corea del Sud non è solo un problema tecnologico. È uno specchio che riflette dinamiche profonde: la pressione alla perfezione, la paura dello stigma, la violenza di genere, il peso del giudizio collettivo. È un fenomeno che costringe a interrogarsi non solo su come vengono usati i social media, ma su che tipo di società li abita.

Scrivere di tutto questo non è semplice. Perché dietro ogni dato, ogni percentuale, ogni caso citato, ci sono persone reali. Vite che vengono spezzate lentamente, commento dopo commento, notifica dopo notifica. E ignorare tutto questo, voltarsi dall’altra parte, significa permettere al silenzio di diventare complice.