19 febbraio 2026

Spring Fever: possiamo imparare anche dalle storie che non vogliono insegnare?

 


Oggi ho finito di vedere Spring Fever e, appena è terminato l’ultimo episodio, non mi è rimasta addosso una scena eclatante o un colpo di scena memorabile. Mi è rimasta una domanda. Il drama segue le vicende di Yun Bom, che dopo un periodo di profondo turbamento emotivo a Seoul si trasferisce nella piccola cittadina di Sinsu per ricominciare come insegnante in scambio, e di Seon Jae Gyu, CEO di JK Power Energy e zio di uno studente della Sinsu High. Una storia semplice, ambientazione provinciale, dinamiche già viste. E infatti Spring Fever non ha grandi premesse né grandi pretese. Non promette di rivoluzionare il genere, non vuole scioccarti, non cerca di essere “il drama dell’anno”. Fa esattamente quello che promette: intrattenere in modo leggero. È un prodotto per la media, nella media. Eppure, proprio per questo, mi ha fatto riflettere. 

Può qualcosa nato come leggero, a tratti banale, simile a mille altre cose già viste, riuscire comunque a insegnarti qualcosa anche quando non aveva questo obiettivo? Mi sono resa conto che molto spesso, come spettatori, siamo alla costante ricerca dello straordinario. Vogliamo la trama mai vista prima, il personaggio scritto in modo rivoluzionario, la fotografia ricercata, il simbolismo nascosto. Cerchiamo l’opera che “spacca”, che lascia il segno, che ci faccia dire: questo sì che è diverso. Ma nel farlo, quante volte togliamo dignità alle cose semplici? Spring Fever non è un capolavoro, ma è onesto. Non si finge qualcosa che non è. Non forza drammi inutili, non cerca di impressionare a tutti i costi. È come una conversazione tranquilla in un pomeriggio di primavera: non ti cambia la vita, ma ti tiene compagnia. Abbiamo davvero bisogno che ogni storia sia straordinaria? O abbiamo disimparato a riconoscere il valore delle cose semplici? Perché anche ciò che è “normale” può avere una funzione. Può ricordarci parti della nostra vita che non sono epiche, ma sono vere. Piacevoli anche se non memorabili. Significative anche se non eccezionali. In un’epoca in cui tutto deve essere “il migliore”, “il più intenso”, “il più originale”, forse c’è qualcosa di profondamente rassicurante in una storia che non pretende nulla. 

Mi sono rivista in Yun Bom quando reprime le sue emozioni per sopravvivere. Mi sono rivista in Seon Jae Gyu quando il suo cuore era puro ma le sue azioni venivano fraintese. Mi sono rivista in Choi I Jun quando credere nelle bugie era l’unico modo per non affrontare una verità che faceva troppo male. Mi sono sentita Choi Se Jin quando volevo arrivare prima ma restavo sempre l’eterna seconda. Nessuno di questi personaggi è costruito per diventare iconico, eppure nel loro essere umani mi hanno dato motivo di riconoscermi nelle loro emozioni. 

Il drama, nella sua apparente semplicità, ha comunque lanciato dei messaggi. Yun Bom calcola ogni silenzio. Non vuole più provare gioia. Il suo passato la trattiene. Quando Seon Jae Gyu entra nella sua vita non è lì per salvarla con il suo amore. È lì per restare. Per farle capire che, quando ne avrà bisogno, potrà contare su qualcuno. La guarigione è un processo personale: nessuno può farlo al posto nostro. Ma condividere le proprie battaglie le rende più attraversabili. Jae Gyu, invece, è il personaggio più caratterizzato del drama. Una ventata d’aria fresca che rielabora il classico CEO in modo umano e imperfetto. Ma l’aspetto più interessante è il suo essere costantemente frainteso. È caotico, rumoroso, fisicamente imponente. Eppure, è puro, trasparente, capace di amare con una sincerità quasi disarmante. Il famoso “guanto” di tatuaggi finti non era probabilmente pensato come simbolo profondo, ma lo è diventato. Nasconde una cicatrice di cui lui stesso si vergogna. È una corazza costruita sopra una vulnerabilità. Ci ricorda che la complessità sta sotto la superficie, che possiamo essere giudicati per come appariamo senza che questo definisca chi siamo davvero.  

E queste sono solo alcune delle lezioni che porto con me dalla visione di questo drama.  Non so se sarete d’accordo con me. Probabilmente guardando il drama penserete che non è niente di speciale e avrete ragione. L’ho pensato anch’io. Ma ultimamente, forse per via di un mondo che sembra sempre più instabile e incerto, sto iniziando a trovare nelle storie semplici un conforto inaspettato. Un luogo tranquillo in cui rintanarmi. Un posto che non pretende di stupirmi, ma solo di accompagnarmi. Un posto da chiamare casa.