Ci sono lati della Corea di cui si parla poco. Non perché non esistano, ma perché fanno male. Perché incrinano l’immagine luminosa, colorata e apparentemente instancabile che siamo abituati a vedere attraverso i drama, la musica, l’energia contagiosa della cultura pop. Eppure questa è una realtà che esiste, che pesa, che morde in silenzio, e che chiede di essere guardata senza filtri.
La Corea del Sud è uno dei paesi con il più alto tasso di suicidi al mondo. Non solo in termini assoluti, ma soprattutto se si guarda ai paesi sviluppati, quelli che immaginiamo come modelli di progresso, modernità, successo. È una contraddizione che spiazza: una nazione che produce cultura globale, che innova, che affascina milioni di persone, e che allo stesso tempo perde i suoi cittadini in un silenzio assordante.
Il dato più devastante non è solo la posizione nelle classifiche mondiali, ma chi muore. Il suicidio è la principale causa di morte tra gli adolescenti. È la principale causa di morte tra i giovani adulti. È la principale causa di morte tra le persone nei loro venti e trent’anni. E quando si arriva ai quarant’anni, anche lì il suicidio resta in cima, superando perfino il cancro. In alcune fasce d’età, più della metà dei decessi è legata a questo gesto estremo. Non è un’emergenza isolata. È una ferita strutturale.
C’è un ponte a Seoul che attraversa il fiume Han, uno dei tanti, eppure diverso da tutti gli altri. Un ponte che collega quartieri, vite, routine quotidiane. Un ponte che per molti è stato un punto di non ritorno. È conosciuto come il ponte della morte, tanto che la città ha provato a cambiarne il nome, chiamandolo ponte della vita, riempiendolo di messaggi rassicuranti. È un luogo che racchiude un simbolo potente: la bellezza di una città che scorre accanto a un dolore invisibile. Per chi lo attraversa ogni giorno, è solo una strada. Per altri, è stato l’ultimo confine.
La domanda che inevitabilmente nasce è sempre la stessa: perché?
Gli anziani spesso scelgono di morire perché non vogliono essere un peso economico per i figli. In una società in cui il sistema di welfare è fragile e il sostegno agli anziani è insufficiente, la povertà nella terza età è altissima, la più elevata tra i paesi industrializzati. La tradizione secondo cui i figli si prendevano cura dei genitori è lentamente svanita, lasciando molte persone sole, senza reddito, senza scopo, senza reti di protezione. Nelle aree rurali, tutto questo è amplificato da discriminazione legata all’età e isolamento sociale.
I più giovani, invece, crescono sotto una pressione costante. La competizione inizia presto e non concede tregua. La scuola non è solo un luogo di apprendimento, ma un campo di battaglia. Le giornate possono durare sedici ore, tra lezioni, studio, corsi privati, aspettative. Esistono decine di migliaia di accademie private, un’industria multimiliardaria costruita sulla paura di restare indietro. L’accesso a una buona università diventa una questione di valore personale. Fallire non è contemplato. E quando la fatica diventa insostenibile, il corpo e la mente cedono.
Molti studenti soffrono di depressione legata allo stress accademico. Le idee suicidarie non sono un’eccezione, ma una conseguenza diretta di un sistema che chiede sempre di più senza lasciare spazio al respiro. Ci sono stati casi di adolescenti che, in pochi giorni, si sono tolti la vita nello stesso quartiere, in zone note per le scuole d’élite e i costi proibitivi dell’istruzione.
E poi ci sono i giovani adulti. Quelli che sentono di aver già perso. Che guardano il futuro come una competizione truccata, in cui il posto è già stato assegnato ad altri. Lavoro instabile, precarietà economica, aspettative sociali altissime. La sensazione di non essere abbastanza, di non riuscire a stare al passo, di essere già fuori gioco a venti o trent’anni.
In tutto questo, la salute mentale resta un tabù profondo. Parlare di depressione è difficile. Cercare aiuto lo è ancora di più. La stragrande maggioranza delle persone che muoiono per suicidio soffriva di un disturbo mentale diagnosticabile, eppure solo una minima parte aveva ricevuto un trattamento adeguato. I farmaci sono fortemente regolamentati. Le terapie richiedono tempo, continuità, fiducia. Ma il sistema spesso non sostiene davvero chi chiede aiuto. Le famiglie, a volte, scoraggiano il trattamento per paura dello stigma. Così i sintomi restano invisibili fino a diventare irreversibili.
Anche l’alcol entra in questo quadro come forma di auto-medicazione. Molti tentativi di suicidio avvengono in stato di ebbrezza, quando il controllo si abbassa e l’impulso prende il sopravvento.
Il modo in cui si muore dice molto anche di ciò che manca. In un paese dove le armi da fuoco sono quasi inesistenti, i metodi più comuni diventano l’avvelenamento, l’impiccagione, l’inalazione di monossido di carbonio, il salto dai ponti o dagli edifici. Alcuni metodi si diffondono perché percepiti come più accessibili, meno dolorosi, quasi normalizzati. Il gesto individuale si inserisce in un contesto collettivo che lo rende possibile.
I media hanno un ruolo delicatissimo. La morte di personaggi famosi ha spesso innescato ondate di emulazione. Quando una tragedia viene raccontata in modo massiccio, il numero di suicidi aumenta per settimane. Non solo aumenta il numero, ma cambiano anche i metodi, replicando quelli visti nei racconti mediatici. È l’effetto domino di un dolore che si propaga.
Negli ultimi anni, il governo ha cercato di intervenire. Sono nati centri di prevenzione, linee telefoniche dedicate, programmi educativi, strategie per limitare l’accesso ai mezzi più letali. In alcuni periodi, i tassi sono effettivamente diminuiti. Ma le risorse restano insufficienti. Chi lavora sul territorio racconta di mancanza di fondi, di dati incompleti, di ostacoli che impediscono interventi mirati. Come se la reputazione contasse più delle vite.
Il suicidio in Corea non è solo una questione individuale. È il risultato di pressioni sociali, economiche, culturali. È la somma di silenzi, aspettative, vergogne, paure. È il prezzo pagato da chi non riesce più a reggere il peso di un ideale di successo che non ammette fragilità.
