Quando oggi pensiamo alla Corea del Sud, ci vengono in mente grattacieli illuminati, linee della metropolitana che funzionano al minuto, idol che riempiono stadi dall’altra parte del mondo e drama che macinano visualizzazioni su Netflix. Eppure, nel 1953, lo stesso Paese era uno dei più poveri del pianeta: città rase al suolo, industrie inesistenti, un’economia in ginocchio e una linea di demarcazione a ricordare ogni giorno che la guerra si era fermata, ma non era mai davvero finita.
Nel capitolo precedente abbiamo lasciato la penisola coreana all’indomani dell’armistizio: due Stati rivali, milioni di morti, famiglie divise per sempre. In questo articolo facciamo il passo successivo e seguiamo la traiettoria, quasi incredibile, della Corea del Sud dal dopoguerra all’epoca dei K-pop idol. Parleremo di presidenti autoritari e colpi di Stato, dei Piani Quinquennali di Park Chung-hee, delle fabbriche che spuntano accanto ai campi, dell’ossessione per lo studio che porta i lavoratori a passare dalle 12 ore in fabbrica ai corsi serali, della nascita dei chaebol familiari come Samsung e Hyundai, delle prime elezioni veramente democratiche, della crisi finanziaria del 1997 e, infine, dell’onda Hallyu che porta la cultura coreana ovunque.
In altre parole, proveremo a rispondere a una domanda semplice solo in apparenza: come ha fatto un Paese distrutto dalla guerra, senza risorse al Sud e con un’economia a pezzi, a trasformarsi in meno di mezzo secolo in una potenza tecnologica e culturale capace di influenzare il resto del mondo?

