1 febbraio 2026

Can This Love Be Translated? - Quando le parole non bastano, ma restare sì

 

Ci sono storie che sembrano parlare di lingue, viaggi, incontri fortuiti. E poi ci sono storie che, sotto quella superficie, parlano di qualcosa di molto più scomodo e universale: l’incapacità di comprendersi davvero, anche quando si hanno tutte le parole giuste.

Can This Love Be Translated? parte da una premessa apparentemente semplice e quasi ironica: Joo Ho-jin, interpretato da Kim Seon-ho, è un interprete di talento, fluente in sei lingue diverse. È disciplinato, metodico, crede nella logica e nel controllo. Nella vita come nel lavoro, preferisce la razionalità alle emozioni, convinto che ogni cosa possa essere gestita se mantenuta a distanza. Il suo equilibrio, costruito con cura, inizia però a incrinarsi quando accetta un incarico che lo riporta di fronte a Cha Mu-hee.

Mu-hee, interpretata da Go Youn-jung, è l’opposto. È carismatica, indipendente, schietta, abituata a prendere da sola le proprie decisioni. Dopo un incidente che da bambina le ha cambiato per sempre la vita, si risveglia improvvisamente famosa, scoprendo che il riconoscimento pubblico non rende l’esistenza meno fragile. È una top star amata da tutti, eppure profondamente insicura quando si tratta di amore. Lo desidera, lo teme, dubita di meritarlo.

Il loro primo incontro in Giappone, a Kamakura, è breve, quasi fugace. Eppure la serie è intelligente nel permettere a quel momento di risuonare per tutto il resto della narrazione, come se fosse una frase detta sottovoce ma impossibile da dimenticare. Da lì in avanti, quello che inizia come un rapporto professionale — Ho-jin viene assunto come interprete personale di Mu-hee — si trasforma lentamente in qualcosa di più complesso, fatto di avvicinamenti timidi, fraintendimenti e silenzi carichi di significato.

Se Ho-jin è chiuso e riservato, Mu-hee è un’esplosione di sentimento. Lui fatica a esporsi, lei parla spesso troppo, usando parole qualsiasi per non lasciare trapelare il suo cuore ferito. Le loro personalità contrastanti generano distanza emotiva fin dal primo momento, eppure li costringono anche a guardarsi davvero. Sono imperfetti, ma hanno il cuore nel posto giusto. Ed è proprio questa umanità, così riconoscibile, a far venire voglia di tifare per loro senza sosta.

La serie gioca con un paradosso potente: l’idea di un interprete capace di tradurre le lingue di mezzo mondo che, proprio per questo, fatica a comprendere il linguaggio dell’unica persona che ama davvero. Ho-jin è bravissimo con le parole degli altri, ma impacciato quando si tratta delle proprie emozioni. Mu-hee, al contrario, è amata da tutti ma inesperta nel leggere se stessa. La loro relazione sembra nascere e svanire continuamente, costruita per frammenti: mezze conversazioni, gesti che sfiorano la confessione e si fermano appena prima.

Anche visivamente, Can This Love Be Translated? accompagna questo percorso emotivo con grande attenzione. I colori limpidi del Giappone, le distese innevate e i laghi del Canada, i castelli e i villaggi in pietra italiani non sono semplici cartoline: diventano spazi emotivi. Ogni luogo riflette lo stato d’animo dei personaggi, rendendo il loro romance più credibile e tangibile grazie a un uso accurato delle inquadrature e delle palette cromatiche.

Ma sarebbe riduttivo pensare che la serie viva solo di bellezza visiva. Al suo centro c’è un discorso molto più profondo sulla comunicazione. Il drama mostra come la vera comprensione vada oltre le parole e come colmare una distanza emotiva sia spesso più difficile che superare una barriera linguistica. Gradualmente, il legame professionale tra Ho-jin e Mu-hee si trasforma in una connessione romantica autentica, proprio perché entrambi sono costretti a imparare il linguaggio dell’altro.

Una delle scelte narrative più riuscite è la rappresentazione del trauma irrisolto di Mu-hee attraverso il suo alter ego, Do Ra-mi. Quella che inizialmente sembra solo una fantasia o un personaggio di successo si rivela un meccanismo di autodifesa, un modo per sopravvivere al dolore. Il contrasto tra la compostezza esteriore di Mu-hee e il caos che le abita dentro diventa uno dei fili più potenti della serie. Ho-jin le resta accanto in silenzio, imparando a “interpretare” il suo cuore più che le sue parole.

Il tema dell’interpretariato viene spinto ancora oltre quando la serie mette a confronto l’empatia umana e la traduzione automatica. C’è una scena emblematica in cui Ho-jin, mentre traduce per Mu-hee, le offre la spalla per nascondere le lacrime. In quel momento non sta traducendo frasi, ma emozioni. Ed è evidente come un gesto simile non potrebbe mai essere replicato da un’IA.

I conflitti tra Ho-jin e Mu-hee non nascono da ostacoli esterni, ma da difficoltà interiori. Entrambi sentono di aver fatto del loro meglio, ma senza mai dirlo apertamente. Lui crede di averla protetta restando in disparte. Lei pensa di essersi aperta abbastanza. Il problema è che nessuno dei due spiega davvero cosa intende per “amore”. Le differenze nel modo di esprimere i sentimenti diventano così la principale fonte di dolore, insieme all’orgoglio e alla paura di esporsi.

Il drama mostra anche come il passato influenzi il presente. Ho-jin è segnato da relazioni prive di chiarezza emotiva e preferisce soffrire in silenzio piuttosto che affrontare la confusione. Mu-hee, cresciuta tra discriminazioni familiari e verità taciute, ha imparato a proteggersi scappando. Aprirsi alla verità, anche quando fa male, diventa per entrambi l’unica possibilità di crescita.

Alla fine, Can This Love Be Translated? non promette soluzioni semplici. Non offre risposte definitive. Semplicemente spera che tu resti, ascolti, e magari riconosca un po’ di te stesso nei silenzi tra una conversazione e l’altra. Perché l’amore, come la comunicazione, non è qualcosa che si risolve una volta per tutte. È qualcosa che si impara insieme, lentamente.

E forse, più spesso di quanto si creda, questo è più che sufficiente.