Ci sono storie che sembrano parlare
di lingue, viaggi, incontri fortuiti. E poi ci sono storie che, sotto quella
superficie, parlano di qualcosa di molto più scomodo e universale: l’incapacità
di comprendersi davvero, anche quando si hanno tutte le parole giuste.
Can This Love Be Translated? parte da una premessa apparentemente semplice e quasi
ironica: Joo Ho-jin, interpretato da Kim Seon-ho, è un interprete di talento,
fluente in sei lingue diverse. È disciplinato, metodico, crede nella logica e
nel controllo. Nella vita come nel lavoro, preferisce la razionalità alle
emozioni, convinto che ogni cosa possa essere gestita se mantenuta a distanza.
Il suo equilibrio, costruito con cura, inizia però a incrinarsi quando accetta
un incarico che lo riporta di fronte a Cha Mu-hee.
Mu-hee, interpretata da Go
Youn-jung, è l’opposto. È carismatica, indipendente, schietta, abituata a
prendere da sola le proprie decisioni. Dopo un incidente che da bambina le ha
cambiato per sempre la vita, si risveglia improvvisamente famosa, scoprendo che
il riconoscimento pubblico non rende l’esistenza meno fragile. È una top star
amata da tutti, eppure profondamente insicura quando si tratta di amore. Lo
desidera, lo teme, dubita di meritarlo.
Il loro primo incontro in Giappone,
a Kamakura, è breve, quasi fugace. Eppure la serie è intelligente nel
permettere a quel momento di risuonare per tutto il resto della narrazione,
come se fosse una frase detta sottovoce ma impossibile da dimenticare. Da lì in
avanti, quello che inizia come un rapporto professionale — Ho-jin viene assunto
come interprete personale di Mu-hee — si trasforma lentamente in qualcosa di
più complesso, fatto di avvicinamenti timidi, fraintendimenti e silenzi carichi
di significato.
Se Ho-jin è chiuso e riservato,
Mu-hee è un’esplosione di sentimento. Lui fatica a esporsi, lei parla spesso
troppo, usando parole qualsiasi per non lasciare trapelare il suo cuore ferito.
Le loro personalità contrastanti generano distanza emotiva fin dal primo
momento, eppure li costringono anche a guardarsi davvero. Sono imperfetti, ma
hanno il cuore nel posto giusto. Ed è proprio questa umanità, così
riconoscibile, a far venire voglia di tifare per loro senza sosta.
La serie gioca con un paradosso
potente: l’idea di un interprete capace di tradurre le lingue di mezzo mondo
che, proprio per questo, fatica a comprendere il linguaggio dell’unica persona
che ama davvero. Ho-jin è bravissimo con le parole degli altri, ma impacciato
quando si tratta delle proprie emozioni. Mu-hee, al contrario, è amata da tutti
ma inesperta nel leggere se stessa. La loro relazione sembra nascere e svanire
continuamente, costruita per frammenti: mezze conversazioni, gesti che sfiorano
la confessione e si fermano appena prima.
Anche visivamente, Can This Love
Be Translated? accompagna questo percorso emotivo con grande attenzione. I
colori limpidi del Giappone, le distese innevate e i laghi del Canada, i
castelli e i villaggi in pietra italiani non sono semplici cartoline: diventano
spazi emotivi. Ogni luogo riflette lo stato d’animo dei personaggi, rendendo il
loro romance più credibile e tangibile grazie a un uso accurato delle
inquadrature e delle palette cromatiche.
Ma sarebbe riduttivo pensare che la
serie viva solo di bellezza visiva. Al suo centro c’è un discorso molto più
profondo sulla comunicazione. Il drama mostra come la vera comprensione vada
oltre le parole e come colmare una distanza emotiva sia spesso più difficile
che superare una barriera linguistica. Gradualmente, il legame professionale
tra Ho-jin e Mu-hee si trasforma in una connessione romantica autentica,
proprio perché entrambi sono costretti a imparare il linguaggio dell’altro.
Una delle scelte narrative più
riuscite è la rappresentazione del trauma irrisolto di Mu-hee attraverso il suo
alter ego, Do Ra-mi. Quella che inizialmente sembra solo una fantasia o un
personaggio di successo si rivela un meccanismo di autodifesa, un modo per
sopravvivere al dolore. Il contrasto tra la compostezza esteriore di Mu-hee e
il caos che le abita dentro diventa uno dei fili più potenti della serie.
Ho-jin le resta accanto in silenzio, imparando a “interpretare” il suo cuore
più che le sue parole.
Il tema dell’interpretariato viene
spinto ancora oltre quando la serie mette a confronto l’empatia umana e la
traduzione automatica. C’è una scena emblematica in cui Ho-jin, mentre traduce
per Mu-hee, le offre la spalla per nascondere le lacrime. In quel momento non
sta traducendo frasi, ma emozioni. Ed è evidente come un gesto simile non
potrebbe mai essere replicato da un’IA.
I conflitti tra Ho-jin e Mu-hee non
nascono da ostacoli esterni, ma da difficoltà interiori. Entrambi sentono di
aver fatto del loro meglio, ma senza mai dirlo apertamente. Lui crede di averla
protetta restando in disparte. Lei pensa di essersi aperta abbastanza. Il
problema è che nessuno dei due spiega davvero cosa intende per “amore”. Le
differenze nel modo di esprimere i sentimenti diventano così la principale
fonte di dolore, insieme all’orgoglio e alla paura di esporsi.
Il drama mostra anche come il
passato influenzi il presente. Ho-jin è segnato da relazioni prive di chiarezza
emotiva e preferisce soffrire in silenzio piuttosto che affrontare la
confusione. Mu-hee, cresciuta tra discriminazioni familiari e verità taciute,
ha imparato a proteggersi scappando. Aprirsi alla verità, anche quando fa male,
diventa per entrambi l’unica possibilità di crescita.
Alla fine, Can This Love Be
Translated? non promette soluzioni semplici. Non offre risposte definitive.
Semplicemente spera che tu resti, ascolti, e magari riconosca un po’ di te
stesso nei silenzi tra una conversazione e l’altra. Perché l’amore, come la
comunicazione, non è qualcosa che si risolve una volta per tutte. È qualcosa
che si impara insieme, lentamente.
E forse, più spesso di quanto si creda, questo è più che sufficiente.

0 | +:
Posta un commento