La calligrafia non è semplicemente scrittura, ma un gesto che unisce tempo, disciplina e identità. Ogni tratto nasce da un equilibrio delicato tra tecnica e intenzione, tra controllo e libertà, trasformando le parole in immagini e la scrittura in una vera e propria esperienza visiva. In Corea, questa pratica ha attraversato secoli di storia, adattandosi ai cambiamenti culturali e linguistici senza mai perdere il suo valore simbolico. Ripercorrere l’evoluzione della calligrafia coreana significa quindi entrare in contatto non solo con una forma d’arte, ma con il modo in cui un popolo ha costruito e affermato la propria identità attraverso i segni.
Il processo di creazione di una scrittura decorativa attraverso l’uso di
pennello, carta, inchiostro e pietra per inchiostro è ciò che definisce la
calligrafia come forma d’arte. Questa pratica giunse probabilmente in Corea
dalla Cina nel IV secolo a.C. e,
per secoli, gli scribi coreani utilizzarono l’unico sistema di scrittura allora
disponibile: gli hanja, ovvero i
caratteri cinesi adattati alla lingua coreana.
Nel 1446, la calligrafia coreana si ampliò
includendo un nuovo alfabeto, l’Hunminjeongeum,
così chiamato dal documento che ne spiegava in dettaglio la corretta scrittura
e l’uso. Oggi questo sistema di scrittura è conosciuto come Hangeul e rappresenta uno degli elementi
identitari più forti della cultura coreana.
Molti degli stili calligrafici sviluppatisi
nei secoli successivi — dal più tradizionale panbonche
(“stile antico”) all’elegante gungche
(“stile di palazzo”) — tendevano a mescolare Hangeul e caratteri cinesi.
Tuttavia, l’orgoglio per la scrittura nativa iniziò a emergere già all’inizio
del XX secolo, quando i coreani cominciarono a riscoprire e valorizzare
l’Hangeul come simbolo di identità culturale. Uno degli stili dominanti della
calligrafia in Hangeul prevedeva caratteri ordinatamente allineati, con
spaziature attentamente calibrate: non contava solo ciò che veniva scritto, ma
il modo in cui veniva scritto. In questo senso, la calligrafia divenne a tutti
gli effetti una forma d’arte visiva.
Che si utilizzi la hanji — ancora oggi impiegata — o
l’Hangeul, molti calligrafi coreani mirano a uno stile apparentemente ruvido ma
armonioso, fondato su una ricerca di equilibrio nell’imperfezione. Nel tempo, i
calligrafi hanno sviluppato stili personali, spesso caratterizzati da spessori
irregolari, tratti dinamici o composizioni più giocose. Sebbene la
digitalizzazione abbia in parte ridotto la diffusione della calligrafia coreana
— oggi raramente insegnata in modo sistematico — essa continua comunque a
essere presente nella vita quotidiana: incisa sulle scogliere, tracciata su
insegne tradizionali o impressa sulle etichette degli alcolici, come segno
tangibile di un’arte che resiste al tempo.
Oggi, anche se la calligrafia non occupa più un ruolo centrale nell’istruzione o nella vita quotidiana, continua a sopravvivere come traccia silenziosa di una memoria culturale profonda. Nei dettagli di un’insegna, nelle incisioni su pietra o nelle etichette di un liquore tradizionale, riaffiora l’idea che scrivere non sia solo comunicare, ma lasciare un’impronta. La calligrafia coreana, con la sua ricerca di armonia nell’imperfezione, ci ricorda che la bellezza non risiede nella precisione assoluta, ma nel gesto umano che la genera. Un’arte antica che, proprio perché imperfetta, continua a parlare al presente.

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