Nel precedente articolo di questa serie abbiamo camminato tra i cortili di Gyeongbokgung, seguendo le tracce lasciate da re, regine e funzionari che per secoli lo hanno abitato. Ma a un certo punto, nella storia della Corea, quelle stanze si svuotano, i tetti vengono abbattuti, le pietre dei palazzi reali diventano materiale da cantiere per edifici nuovi, moderni… e soprattutto stranieri. È qui che comincia uno dei capitoli più dolorosi della storia coreana: la colonizzazione giapponese.
In questo articolo non parleremo più di cerimonie di corte e padiglioni sul lago, ma di trattati firmati con le truppe già dentro al palazzo, di imperatori costretti ad abdicare, di un paese trasformato in protettorato e poi annesso contro la propria volontà. Vedremo come il Giappone abbia cercato non solo di controllare il territorio, ma di riscrivere l’identità stessa della Corea: cambiando il nome del paese, cancellando la lingua dalle scuole, bruciando libri di storia, sostituendo religioni, cognomi, perfino i suoni che i bambini potevano pronunciare in classe.
Allo stesso tempo, però, racconteremo anche la resistenza: la Dichiarazione del Primo Marzo, le manifestazioni di massa represse nel sangue, le vite spezzate ma non piegate di chi ha rifiutato di accettare il dominio coloniale. Dalle riforme “educative” di Terauchi alla mobilitazione forzata del lavoro, fino alle “donne di conforto” e alla fine della Seconda guerra mondiale, ripercorreremo trentacinque anni in cui la Corea è stata messa in ginocchio ma non è scomparsa. Perché dietro ogni trattato, ogni numero e ogni data ci sono voci, corpi e memorie che ancora oggi continuano a chiedere di essere ascoltate.
Nel 1905 la guerra russo-giapponese, combattuta
per il controllo di porti strategici in Asia orientale, si concluse con la
firma del Trattato di Portsmouth. Questo trattato, firmato negli Stati Uniti e
in parte mediato dall’allora presidente Teddy Roosevelt, riconosceva il
Giappone come potenza dominante in Corea.
Il trattato permise al Giappone di costringere la
Corea, due mesi dopo, a firmare un trattato di protettorato, con cui cedeva il
diritto di gestire i propri affari esteri. Una conseguenza di questo trattato
fu anche l’installazione di un residente generale giapponese incaricato di dare
consulenza su tutti gli aspetti della politica interna.
L’uomo nominato a
questo ruolo fu lo statista Itō Hirobumi, che aveva negoziato personalmente i
termini del trattato. Poiché questo trattato era stato imposto alla Corea, e il
palazzo imperiale coreano era occupato dalle truppe giapponesi al momento della
firma, l’imperatore Gojong inviò una delegazione all’Aia per informare
l’Occidente delle azioni del Giappone. Il complotto di Gojong venne scoperto e
l’imperatore fu costretto ad abdicare nel 1907, venendo sostituito dal figlio
Sunjong.
Solo pochi giorni
dopo l’ascesa di Sunjong, il Giappone impose un altro trattato alla Corea,
privando il governo coreano del diritto di occuparsi degli affari interni. Al
residente generale Itō fu attribuita la piena responsabilità della nomina dei
funzionari di alto rango.
Fu però
l’assassinio di Itō a porre fine al periodo del protettorato. Itō aveva un
approccio relativamente moderato al governo della Corea e non desiderava la sua
annessione. Nonostante ciò, fu preso di mira da un membro del movimento
indipendentista coreano, An Chung-gů, e assassinato il 26 ottobre 1909. Dopo
aver saputo di essere vittima di un attentato politico, dichiarò: «È uno
sciocco!», perché l’attentatore aveva colpito uno dei leader politici
giapponesi più comprensivi.
Dopo l’assassinio
di Itō, egli fu sostituito, temporaneamente, da un altro politico contrario
all’annessione, Sone Arasuke. Sone fu costretto a dimettersi per motivi di
salute appena sette mesi dopo e venne rimpiazzato da Terauchi Masatake.
Nel 1910 il
Giappone completò l’annessione della Corea con la firma di un terzo trattato.
Questo accordo fu firmato dal residente generale Terauchi Masatake e dal primo
ministro Yi Wan-yong, contro la volontà dell’imperatore e nonostante la legge
richiedesse che a firmare fosse lo stesso imperatore Sunjong.
Yi (conosciuto anche come Ye o Lee Wan-yong) fu uno dei principali sostenitori del trattato del 1905 e del dominio giapponese, ed era stato determinante nel complotto per spodestare l’imperatore Gojong; le sue posizioni filogiapponesi portarono alla sua promozione alla carica di primo ministro da parte di Itō nel 1906. Yi è considerato uno dei peggiori traditori della storia coreana e il suo nome è ancora oggi sinonimo di tradimento. Fu la sua firma a consegnare il controllo totale al Giappone e ad aprire la strada a 35 anni di sofferenza, distruzione e repressione sotto il dominio coloniale.
1910-1919
Terauchi Masatake, primo Governatore Generale della Corea, riteneva che i
coreani potessero essere pienamente assimilati nella cultura giapponese e
iniziò a riformare il sistema educativo del paese, fondando centinaia di nuove
scuole.
Le scuole, però, si
concentravano quasi esclusivamente sulla storia giapponese e non insegnavano la
lingua o la storia coreana, cominciando così a erodere la cultura e il
patrimonio immateriale del paese. Inoltre, il numero di scuole era del tutto
insufficiente rispetto alla popolazione. I giapponesi avevano la priorità, e
molti bambini coreani ricevevano un’istruzione minima o addirittura nessuna,
rimanendo svantaggiati dal punto di vista economico e sociale.
Laddove ricevevano
un’istruzione, ai coreani era proibito parlare la propria lingua e venivano
invece costretti a imparare e giurare fedeltà all’imperatore. Tale era il
livello di controllo esercitato sull’insegnamento della storia coreana che
l’uso di testi non approvati fu vietato e oltre 200.000 volumi di storia
coreana, compresi molti libri antichi e influenti, vennero bruciati.
Oltre alla riforma dell’istruzione, ai coreani fu
imposto di abbandonare le proprie religioni e di seguire la religione
giapponese shintoista, venerando le divinità giapponesi e gli spiriti degli
imperatori e degli eroi di guerra defunti.
E non fu solo il
patrimonio immateriale della Corea come lingua, religione, storia e così via a
essere preso di mira dal governo coloniale. Iniziarono a distruggere anche la
cultura materiale. Nel 1915, l’edificio principale del Palazzo Gyeongbokgung
venne demolito per fare spazio alla Esposizione Industriale di Chōsen,
allestita in moderni edifici in stile giapponese sullo stesso sito, con lo
scopo di promuovere la cultura e la “modernità” giapponese. Nove anni più
tardi, al posto dell’edificio del palazzo fu costruito il Palazzo del Governo
Generale, creando una metafora visiva del disprezzo del Giappone moderno per la
storia e l’identità coreane e del loro tentativo di cancellarle.
Anche dal punto di
vista economico ci furono grandi cambiamenti, con un apparente miglioramento
che in realtà beneficiava soprattutto la popolazione giapponese e non quella
coreana. Subito dopo l’annessione, il Giappone introdusse in Corea i propri
Codici Civile e Commerciale, rendendo più semplice per gli stranieri, in
particolare i giapponesi, fondare nuove imprese. L’economia crebbe rapidamente
e, tra il 1911 e il 1929, le aziende di proprietà coreana passarono da 19 a
207, ma nello stesso periodo quelle di proprietà giapponese passarono da 58 a
470. La grande maggioranza degli investimenti finiva nelle aziende giapponesi,
piuttosto che in quelle coreane.
Nel 1911 il totale
degli investimenti nelle imprese coreane era di 2,1 milioni di yen coreani,
mentre quello nelle imprese giapponesi era di 3,5 milioni; nel 1927, quando gli
investimenti nelle aziende coreane avevano raggiunto i 16 milioni di yen, il totale
degli investimenti nelle aziende giapponesi era salito a 164 milioni di yen.
Anche se questo cambiamento economico poteva sembrare
relativamente “soft”, i giapponesi imposero anche politiche economiche molto
più apertamente oppressive: per esempio, le terre venivano sempre più spesso
assegnate a proprietari terrieri giapponesi, mentre i coreani erano costretti a
lavorare come affittuari, caricati di tasse pesantissime che rendevano ancora
più dura la loro condizione di povertà.
Dopo l’annessione, il Giappone rinominò rapidamente la Corea per adattarla
alla propria narrazione dell’assimilazione.
Per oltre 500 anni, dal 1392 al 1897, la
penisola coreana fu governata dalla dinastia Joseon, la dinastia imperiale più
longeva della storia del paese. Nel 1897 il re Gojong cambiò ufficialmente il
nome dello stato da Joseon a Impero Coreano, diventando, nel processo,
l’imperatore Gojong.
Questa decisione fu presa in parte per
proteggere la sovranità coreana dalle potenze straniere, ma anche nel tentativo
di modernizzarsi in linea con l’Occidente, dato che questo cambiamento portò
anche nuove importazioni, tra cui arte innovativa, uniformi militari e libri in
inglese.
Non appena il Giappone annesse la Corea, il suo nome venne ufficialmente cambiato di nuovo in Chōsen (la lettura giapponese di “Joseon”), un nome che ancora oggi è intimamente associato al periodo del dominio coloniale.
MOVIMENTO DEL PRIMO MARZO
I primi nove anni di dominio coloniale furono
duri e brutali per il popolo coreano e, com’è naturale, iniziarono a emergere
fermenti di opposizione e di rivoluzione contro il regime oppressivo. Sulla
scia dell’esempio dato dai Quattordici Punti del presidente statunitense
Woodrow Wilson, i nazionalisti coreani redassero un documento che dichiarava la
Corea una nazione indipendente il 1º marzo 1919.
Il documento fu firmato da 33 leader coreani, tra
cui rappresentanti delle comunità cristiane, buddhiste e Cheondogyo (la
religione indigena coreana). Le proteste esplosero subito dopo: oltre mezzo
milione di coreani partecipò alle manifestazioni a Seul il 3 marzo, quando la
popolazione si era riunita per il corteo funebre dell’imperatore Gojong.
I governatori giapponesi risposero con la forza,
uccidendo 553 persone, ferendone altre 1.409 e arrestando in totale 26.713
persone, inclusi i firmatari della dichiarazione, solo nei primi due mesi del
movimento. Ai giapponesi servì un anno per riuscire a reprimere completamente
la rivolta, che aveva visto più di 1.500 manifestazioni in tutto il paese.
Le conseguenze di quel movimento portarono a un cambiamento nell’approccio del governo coloniale: si passò dal dominio apertamente militarista del primo decennio a un apparente “governo culturale”, che però continuò a reprimere e cancellare cultura, lingua e storia coreane.
1920-1945
In realtà, la breve
fase di “governo culturale” giapponese fu poco migliore del governo militare
dei primi anni. Alcune regole furono allentate: la censura passò dall’obbligo
di ottenere il permesso preventivo alla pubblicazione al controllo successivo all’uscita
dei testi. Questo permise la nascita di molte nuove riviste, incluse alcune di
ispirazione nazionalista, ma molte di esse chiusero rapidamente a causa della
censura ancora severa e delle difficoltà economiche.
Allo stesso modo, la
forza di polizia coloniale venne formalmente smilitarizzata, ma la nuova
polizia civile era più numerosa e si diffuse in un maggior numero di
insediamenti del paese, affiancata da un aumento della sorveglianza statale.
Anche questo approccio leggermente più “liberale” venne presto abbandonato e
nel 1930 il governo militare fu ristabilito.
Nel 1936 Minami Jirō
fu nominato nuovo Governatore Generale, un politico estremista fortemente
favorevole all’assimilazione. Fu sotto la sua direzione che iniziò una politica
di mobilitazione del lavoro forzato dei coreani. Centinaia di migliaia di persone
furono costrette a trasferirsi in Giappone e nelle sue colonie per combattere o
fornire manodopera allo sforzo bellico giapponese, sotto il falso slogan
secondo cui “Corea e Giappone sono una cosa sola” (naisen ittai). Questo motto fu usato come slogan di guerra
del Governatore Generale per cercare di convincere i coreani ad appoggiare la
causa giapponese, e vennero introdotte politiche ancora più distruttive come un
divieto totale dell’uso della lingua coreana nelle scuole per rafforzare questo
obiettivo.
Il governo coreano
stima oggi che, durante l’intero periodo coloniale, oltre 7,5 milioni di
persone siano state mobilitate con la forza, e che circa 2 milioni di queste
siano state trasferite al di fuori della Corea. Una delle parti più
agghiaccianti di questa politica di mobilitazione del lavoro vide migliaia di
giovani donne coreane deportate nei territori giapponesi come “donne di
conforto”, in pratica schiave sessuali destinate a “confortare” i soldati
giapponesi.
All’inizio del
regime coloniale, ai coreani era vietato adottare cognomi in stile giapponese.
Tuttavia, nel 1939 ci fu un significativo cambio di politica. Dal 1940 i
coreani furono “autorizzati” a cambiare il proprio nome per adeguarlo alle
convenzioni giapponesi. Non si trattava di una concessione, ma di una campagna
per spingere i coreani ad adottare cognomi giapponesi e favorire così
l’assimilazione nella cultura giapponese, obiettivo caro al governo.
Tecnicamente, il
cambio di nome era volontario, ma in pratica chi non lo faceva si vedeva negare
l’accesso a beni primari come le razioni di guerra. Non fu mai imposto come
obbligo legale, così il Giappone poteva sostenere che ogni coreano che aveva
cambiato nome lo avesse fatto di propria spontanea volontà. Nell’agosto del
1940, oltre l’84% della popolazione coreana aveva adottato un cognome
giapponese.
Negli ultimi anni dell’occupazione giapponese, mentre la guerra infuriava e le risorse si facevano sempre più scarse, le autorità coloniali rivolsero la loro attenzione anche ai reperti storici di inestimabile valore, in un tentativo disperato di reperire materiali e in un palese disprezzo per la cultura e la storia coreane. Avendo bisogno di metallo per l’equipaggiamento militare, sequestrarono e fusero qualunque oggetto metallico trovassero, inclusi campane dei templi, vasi cerimoniali e statue di bronzo, molti dei quali erano vecchi di secoli e di valore culturale unico.
LA FINE DELLA COLONIZZAZIONE
La Seconda guerra
mondiale fu devastante per il Giappone e per le sue colonie. Il paese subì il
brutale impatto delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki e vide andare
perdute gran parte delle sue risorse. Le conseguenze della fine della guerra
resero possibile per Stati Uniti e URSS conquistare la penisola coreana e porre
fine a 35 anni di dominio coloniale oppressivo.
La penisola venne in seguito divisa in due zone di
occupazione: il nord sotto controllo sovietico e il sud sotto influenza
americana. Sebbene questa divisione fosse pensata come una soluzione
temporanea, il popolo coreano non vide nascere una nazione unificata dalle sue
ceneri, perché le tensioni della Guerra Fredda portarono invece allo scoppio
della Guerra di Corea.
Lo sapevi?
- Negli anni Quaranta, nelle scuole coreane si insegnava ormai solo il giapponese.
- Il Giorno del Movimento d’Indipendenza del Primo Marzo è un momento per ricordare tutti coloro che hanno lottato contro il dominio coloniale.
- Yu Gwan-sun fu una delle organizzatrici della Dichiarazione del Primo Marzo.
- La divisione della Corea avrebbe dovuto essere solo temporanea, ma continua ancora oggi a rappresentare una frattura.
- La trasformazione in Impero Coreano portò con sé varie importazioni, come opere d’arte, uniformi militari e libri in inglese.
- I coreani dovettero affrontare ancora più difficoltà dopo l’occupazione giapponese a causa della Guerra di Corea.
- Migliaia di giovani donne coreane furono costrette a diventare “donne di conforto” durante la fase finale del periodo coloniale.
La fine della Seconda guerra mondiale porta, sulla carta, la liberazione dal dominio coloniale, ma non un vero lieto fine. La stessa penisola che per secoli era stata governata sotto un unico nome si ritrova improvvisamente divisa in due zone di occupazione, nord e sud, sotto potenze esterne ancora una volta. Quella che nelle intenzioni avrebbe dovuto essere una soluzione temporanea si cristallizza in una frattura politica, geografica e simbolica che esiste ancora oggi.
Nella prossima tappa di “LA GUIDA DEFINITIVA: BENVENUTI IN KOREA” ripartiremo proprio da qui: dalla Guerra di Corea e dalla nascita della Corea del Nord e della Corea del Sud. Proveremo a capire come, finita una dominazione, il paese si sia ritrovato al centro di un nuovo conflitto globale e come questa divisione continui a influenzare la storia, la memoria e perfino i drammi che guardiamo oggi sullo schermo. Perché la Corea moderna nasce anche dalle ferite di questi anni bui e raccontarle è un modo per non lasciarle sole nel silenzio.

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