11 gennaio 2026

Quando la logica non basta: l’amore come ultima prova in The Great Flood

⚠️ Avviso spoiler

La lettura di questo articolo contiene pesanti SPOILER. Per non rovinarvi la visione, vi consiglio di guardare prima il film su Netflix e poi tornare qui.


Ho terminato recentemente la visione di The Great Flood e, a essere sincera, non è un film che mi ha conquistata del tutto. Il problema principale sta nell’identità narrativa: nella prima parte si presenta come un disaster movie dai toni quasi apocalittici, ma superata la metà cambia improvvisamente pelle, trasformandosi in un’opera di fantascienza incentrata sull’intelligenza artificiale.

La narrazione, a tratti, risulta convincente; in altri momenti appare confusa, inutilmente complessa e poco chiara, rendendo difficile seguire il filo degli eventi. The Great Flood è un film particolare, talvolta toccante, ma con la costante sensazione che voglia chiedere allo spettatore: “Sono riuscito a smuovere il tuo cuore? Ci sto riuscendo? Dimmi di sì.”

Alcune scelte narrative appaiono forzate e, pur lasciandosi guardare senza particolare fatica, il film non riesce davvero a restare addosso una volta terminato. Eppure, ed è qui che nasce la mia esigenza di scriverne, la morale di fondo mi ha colpita profondamente.

Non tutto ciò che guardiamo deve piacerci. A volte basta che un’opera lanci un messaggio credibile, anche se incastrato in un impianto narrativo imperfetto, per meritare spazio e riflessione. The Great Flood è interessante non tanto per come racconta il suo messaggio, ma per il messaggio in sé.

Il film immagina una gigantesca alluvione globale che ha colpito il pianeta Terra, uno scenario post-apocalittico che non lascia spazio all’umanità così come la conosciamo. Poco importa che un evento simile sia improbabile nella realtà: ciò che conta è ciò che rappresenta. In questo mondo devastato, le persone lottano per sopravvivere, e al centro della storia troviamo un condominio e soprattutto An-na e Ja-in, una madre e un bambino.

An-na non è una donna qualunque: è una brillante ricercatrice nel campo dell’intelligenza artificiale. Sta lavorando a un esperimento ambizioso e inquietante: ricreare l’umanità, non solo dal punto di vista biologico, ma anche emotivo. Gli esseri umani si rendono presto conto che, senza vere emozioni e soprattutto senza l’amore la nuova umanità che stanno creando non potrà mai dirsi davvero umana. Ed è proprio questo il messaggio potente che, nonostante un film narrativamente mediocre, sentivo il bisogno di mettere in luce.

An-na deve trovare una madre per il “soggetto” Ja-in, già creato. Non avendo alternative, decide di impiantare il proprio cervello in una simulazione che riproduce lo stesso scenario apocalittico, ripetuto all’infinito. Il suo compito è dimostrare emozioni autentiche, in particolare l’amore materno, perché nulla è più viscerale, istintivo e irrazionale dell’amore di una madre per il proprio figlio. Ja-in, in teoria, è solo un soggetto. Nella simulazione, l’intelligenza artificiale dovrebbe abbandonarlo, scegliere la logica invece delle emozioni. E invece accade l’opposto: la madre simulata lo ama come un bambino vero.

An-na viene messa continuamente alla prova: deve creare un attaccamento emotivo, compiere scelte morali anziché logiche, scegliere l’amore anche quando razionalità, regole e sistema le dicono di non farlo. Nel tentativo, fallisce migliaia di volte. I numeri che cambiano sulla sua maglietta indicano quante volte il ciclo è stato ripetuto: ogni numero è un fallimento.

Nulla è casuale, nemmeno i disegni che compaiono nel film: diventano lentamente più complessi e dettagliati, suggerendo che la memoria emotiva esiste, persino all’interno di una simulazione. Il bambino, come la madre, ricorda. Impara. Sente.

L’esperimento si fonda infatti sul deep learning, e in particolare sull’apprendimento per rinforzo: si crea un ambiente, si definiscono le azioni possibili, un obiettivo e delle penalità. L’intelligenza artificiale continua a provare, imparando da ogni errore.

Ed è così che An-na supera la prova: scegliendo l’amore contro la logica. L’umanità non sopravvive perché i corpi vengono ricreati, ma perché l’amore viene appreso. Il messaggio finale è chiaro: essere umani significa amore, memoria, sacrificio e scelta. Gli esseri umani non sono definiti dall’istinto di sopravvivenza, ma da chi decidono di salvare.

L’amore materno è l’emozione più difficile da fingere o replicare. L’intelligenza artificiale può simulare la logica all’infinito, ma l’amore richiede un sacrificio irrazionale.

È questo il messaggio che mi ha dato i brividi. Avrei forse voluto che il film lo esprimesse meglio, con maggiore coerenza narrativa, ma la domanda che solleva resta potente: un giorno l’IA potrà davvero comprendere e replicare le nostre emozioni? Quello che mi auguro è che, se mai ci riuscirà, sappia usarle per i giusti scopi  magari facendo un lavoro migliore del nostro.

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