⚠️ Avviso spoiler
La lettura di questo articolo contiene pesanti SPOILER. Per non rovinarvi la visione, vi consiglio di guardare prima il film su Netflix e poi tornare qui.
Ho terminato recentemente la visione di The Great Flood e, a essere sincera, non
è un film che mi ha conquistata del tutto. Il problema principale sta
nell’identità narrativa: nella prima parte si presenta come un disaster movie
dai toni quasi apocalittici, ma superata la metà cambia improvvisamente pelle,
trasformandosi in un’opera di fantascienza incentrata sull’intelligenza
artificiale.
La narrazione, a
tratti, risulta convincente; in altri momenti appare confusa, inutilmente
complessa e poco chiara, rendendo difficile seguire il filo degli eventi. The Great Flood è un film particolare,
talvolta toccante, ma con la costante sensazione che voglia chiedere allo
spettatore: “Sono riuscito a smuovere il tuo cuore? Ci
sto riuscendo? Dimmi di sì.”
Alcune scelte
narrative appaiono forzate e, pur lasciandosi guardare senza particolare
fatica, il film non riesce davvero a restare addosso una volta terminato. Eppure, ed è qui che nasce la mia esigenza di scriverne, la morale di fondo mi ha colpita profondamente.
Non tutto ciò che
guardiamo deve piacerci. A volte basta che un’opera lanci un messaggio credibile, anche se
incastrato in un impianto narrativo imperfetto, per meritare spazio e
riflessione. The Great Flood è
interessante non tanto per come racconta
il suo messaggio, ma per il messaggio in sé.
Il film immagina una gigantesca alluvione globale
che ha colpito il pianeta Terra, uno scenario post-apocalittico che non lascia
spazio all’umanità così come la conosciamo. Poco importa che un evento simile
sia improbabile nella realtà: ciò che conta è ciò che rappresenta. In questo
mondo devastato, le persone lottano per sopravvivere, e al centro della storia
troviamo un condominio e soprattutto An-na
e Ja-in, una madre e un bambino.
An-na non è una
donna qualunque: è una brillante ricercatrice nel campo dell’intelligenza
artificiale. Sta lavorando a un esperimento ambizioso e inquietante: ricreare l’umanità, non solo dal punto
di vista biologico, ma anche emotivo. Gli esseri umani si rendono presto conto
che, senza vere emozioni e soprattutto senza l’amore la nuova umanità che
stanno creando non potrà mai dirsi davvero umana. Ed è proprio questo il
messaggio potente che, nonostante un film narrativamente mediocre, sentivo il
bisogno di mettere in luce.
An-na deve trovare una madre per il “soggetto”
Ja-in, già creato. Non avendo alternative, decide di impiantare il proprio
cervello in una simulazione che riproduce lo stesso scenario apocalittico,
ripetuto all’infinito. Il suo compito è dimostrare emozioni autentiche, in
particolare l’amore materno,
perché nulla è più viscerale, istintivo e irrazionale dell’amore di una madre
per il proprio figlio. Ja-in, in teoria, è solo un soggetto. Nella simulazione,
l’intelligenza artificiale dovrebbe abbandonarlo, scegliere la logica invece
delle emozioni. E invece accade l’opposto: la madre simulata lo ama come un
bambino vero.
An-na viene messa continuamente alla prova: deve creare un attaccamento
emotivo, compiere scelte morali anziché logiche, scegliere l’amore anche quando
razionalità, regole e sistema le dicono di non farlo. Nel tentativo, fallisce
migliaia di volte. I numeri che cambiano sulla sua maglietta indicano quante
volte il ciclo è stato ripetuto: ogni
numero è un fallimento.
Nulla è casuale, nemmeno i disegni che
compaiono nel film: diventano lentamente più complessi e dettagliati,
suggerendo che la memoria emotiva esiste,
persino all’interno di una simulazione. Il bambino, come la madre, ricorda.
Impara. Sente.
L’esperimento si fonda infatti sul deep learning, e in particolare sull’apprendimento per rinforzo: si crea un
ambiente, si definiscono le azioni possibili, un obiettivo e delle penalità.
L’intelligenza artificiale continua a provare, imparando da ogni errore.

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