Scrivo questo articolo con una sensazione difficile da definire, una di quelle che nasce quando un tema ti accompagna da anni senza che tu te ne renda conto. Perché il tradimento, nei drama coreani, non è mai stato solo un espediente narrativo. È sempre stato qualcosa di più profondo, più radicato, più disturbante. Una ferita che non riguarda soltanto l’amore, ma il matrimonio, la reputazione, l’onore, la famiglia, il ruolo sociale. Una frattura che, una volta aperta, non resta mai confinata tra due persone.
Nei drama siamo abituati a vedere l’infedeltà raccontata come un’intrusione silenziosa: un’amante che si insinua lentamente tra marito e moglie, una presenza che non urla, non chiede spazio, ma finisce per occupare tutto. Spesso non c’è passione travolgente, non c’è romanticizzazione estrema. C’è piuttosto una normalizzazione inquietante. Come se il tradimento fosse una conseguenza quasi inevitabile di un matrimonio logoro, freddo, costruito più sul dovere che sull’intimità.
Ed è proprio qui che i drama diventano uno specchio potente di una realtà sociale più complessa.
In Corea, il matrimonio è storicamente legato a un’idea di stabilità e responsabilità sociale più che di realizzazione emotiva. È un’unione che coinvolge famiglie, status, aspettative collettive. All’interno di questo schema, l’amore romantico spesso arriva dopo, o non arriva affatto. E quando manca, il vuoto che si crea non sempre viene affrontato apertamente. A volte viene riempito di nascosto.
Nei drama l’amante non è quasi mai una figura puramente malvagia. Spesso è una donna che conosce bene il proprio ruolo marginale, che accetta di vivere nell’ombra, che ama senza poter reclamare nulla. È la “seconda”, quella che non ha diritto a una famiglia ufficiale, ma che esiste comunque, silenziosamente. Una presenza tollerata più di quanto si voglia ammettere.
Questo tipo di narrazione non nasce dal nulla. Riflette una società in cui, per lungo tempo, l’infedeltà maschile è stata vista come un peccato minore, soprattutto se mantenuta discreta. Finché non rompe l’ordine esterno, finché non diventa scandalo pubblico, il tradimento può essere ignorato, nascosto, assorbito.
Ma quando emerge, le conseguenze sono tutt’altro che lievi.
Nella realtà coreana, l’adulterio non è solo una questione privata. È stato per anni anche una questione legale, morale, sociale. Anche dopo la depenalizzazione, il tradimento continua ad avere un peso enorme nelle dinamiche familiari e giudiziarie. Non è semplicemente “una relazione extraconiugale”: è una violazione che può portare a cause civili, risarcimenti economici, esposizione pubblica, perdita di reputazione.
Esistono procedimenti specifici che permettono al coniuge tradito di citare in giudizio non solo il partner, ma anche l’amante. Non per vendetta romantica, ma per danno concreto. Perché il tradimento, in questo contesto, è considerato una violazione della stabilità familiare, un atto che ha conseguenze tangibili sulla vita della persona tradita.
Questo spiega perché, nei drama, la rivelazione dell’amante è spesso trattata come una bomba. Non è mai solo dolore emotivo. È rovina sociale. È umiliazione pubblica. È la paura di perdere tutto: figli, casa, lavoro, rispetto.
Il cinema coreano ha esplorato questo lato oscuro con ancora maggiore crudezza. Qui il tradimento non è romantico, non è giustificato. È ossessione, potere, controllo, distruzione. Le relazioni extraconiugali diventano strumenti di manipolazione, catene che legano le persone a situazioni sempre più tossiche. L’amante non è solo una figura marginale: è spesso intrappolata quanto la moglie, quanto il marito.
Ne emerge un quadro inquietante: l’infedeltà non libera nessuno. Non porta felicità. Non è una via di fuga. È una spirale che trascina tutti verso il basso.
E allora i drama fanno qualcosa di interessante. Prendono questo tema e lo portano all’estremo emotivo. Mostrano mogli che si trasformano, che smettono di essere silenziose, che reclamano dignità. Mostrano amanti che si rendono conto di essere state usate, mai scelte davvero. Mostrano mariti incapaci di affrontare le conseguenze delle proprie azioni, intrappolati in un sistema che loro stessi hanno contribuito a mantenere.
Non è un caso se molte storie di tradimento nei drama sono raccontate dal punto di vista femminile. Perché sono le donne a pagare il prezzo più alto. Sempre. La moglie tradita viene giudicata per non essere stata “abbastanza”. L’amante viene condannata per aver osato esistere. Anche quando l’uomo è il centro della frattura, la responsabilità sembra scivolargli addosso.
Guardando questi drama, mi sono spesso chiesta perché questo tema ritorni così ossessivamente. La risposta, col tempo, è diventata chiara: perché il tradimento è uno dei pochi spazi narrativi in cui la rigidità sociale coreana si incrina. È il punto in cui il dovere entra in collisione con il desiderio. Dove l’immagine pubblica non riesce più a contenere la realtà privata.
E forse è per questo che, nonostante il dolore che raccontano, queste storie continuano ad affascinare. Perché parlano di ciò che non si può dire apertamente. Di ciò che viene vissuto in silenzio. Di ciò che la società preferirebbe non vedere.
I drama non giustificano il tradimento. Lo espongono. Lo sezionano. Lo mostrano per quello che è: una ferita che nasce da un sistema che non lascia spazio all’autenticità emotiva. Un sintomo, più che una causa.
fonti:
- https://www.koreaherald.com/article/1039128
- https://www.gwenchanoona.com/post/saranghae-sidechick-infidelity-in-k-dramas
- https://www.oreateai.com/blog/unraveling-betrayal-the-dark-allure-of-cheating-in-korean-cinema/ff2c6b46cb9c126f0366cb08b45b61c7
- https://www.saevom.com/eng/guide/view/135-The_Complete_Guide_to_Adultery_Lawsuits_in_Korea

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