31 dicembre 2025

I nomi e i cognomi coreani: la guida completa!

Nella tradizione coreana i cognomi sono quasi esclusivamente di una sillaba e di un solo carattere hanja (l’equivalente cinese usato storicamente). Gli esempi più noti sono:

  • 김 (金, Kim o Ghim)
  • 이 (李, Lee o Yi)
  • 박 (朴, Park o Bak)
  • 장 (張, Jang o Chang)

Esistono cognomi eccezionali a due caratteri, ma sono rarissimi:

  • 독고 (獨孤, Dokgo)
  • 선우 (鮮于, Sunwoo)
  • 남궁 (南宮, Namgoong)

Sono casi particolari, che spiccano proprio perché escono dallo schema generale.

Se i cognomi coreani tendono a essere cortissimi, i nomi propri, invece, seguono quasi sempre un’altra regola: due sillabe.


Come si costruisce un nome coreano

Un nome coreano “tipico” ha quindi questa struttura:

Cognome (una sillaba) + Nome proprio (due sillabe)

Come Young-ik (영익), Heung-min (흥민), Ji-sung (지성).

Se guardiamo a volti noti, l’andamento è sempre quello:

  • 이지은 (Yi Ji-eun), conosciuta come IU
  • 김태형 (Kim Tae-hyong), V dei BTS
  • 봉준호 (Bong Joon-ho), regista di Parasite
  • 손흥민 (Son Heung-min), calciatore del Tottenham Hotspur
  • 신류진 (Shin Ryu-jin), idol K-pop, membro delle Itzy
  • 박세리 (Pak Se-ri), ex golfista, nella LPGA Hall of Fame

La struttura è regolare, quasi “scolastica”: un cognome di una sillaba e un nome di due sillabe. Questo crea un ritmo visivo e sonoro molto preciso: tre caratteri, tre “battiti”, sempre uguali.

Ci sono però eccezioni. Alcuni nomi propri sono di una sola sillaba. Un caso famoso è quello dei re della dinastia Joseon.

Il cognome della famiglia reale era Yi (이), ma i loro nomi personali spesso erano di una sola sillaba. Il re Sejong, per esempio, si chiamava Yi Do (이도) alla nascita. Molti dei suoi discendenti diretti hanno seguito lo stesso schema:

  • Sejong: Yi Do (이도)
  • Munjong, primogenito di Sejong: Yi Hyang (이향)
  • Sejo, secondogenito di Sejong che depose e fece uccidere il nipote Danjong: Yi Yoo (이유)
  • Sunjo, re durante l’invasione giapponese del 1592: Yi Yon (이연)
  • Youngjo, il re con il regno più lungo della dinastia Joseon: Yi Geum (이금)
  • Jungjo, nipote di Youngjo: Yi San (이산)
  • Soonjong, ultimo re di Joseon: Yi Chuk (이척)

Ancora più rari sono i nomi propri a tre sillabe.  Insomma, la regola dei due caratteri è forte, ma non è una gabbia rigida.


Dollimja: il carattere “di famiglia” che ritorna in tutti i fratelli

Dentro la costruzione del nome esiste un’altra tradizione ancora: il 돌림자 (dollimja). È un carattere condiviso fra fratelli (spesso solo maschi) o comunque tra membri della stessa generazione all’interno di una famiglia. Questo carattere può piazzarsi nella “prima” sillaba del nome proprio o nella “seconda”, ma l’idea è la stessa: c’è un pezzo di nome che ti lega esplicitamente al resto del tuo ramo familiare.

Un esempio storico abbastanza noto è quello dell’ex presidente e chairman di Samsung, Lee Gun-hee. Nella sua famiglia, i fratelli e le sorelle condividevano la stessa sillaba 희 (hee) nel nome:

  • In-hee (인희)
  • Maeng-hee (맹희)
  • Chang-hee (창희)
  • Sook-hee (숙희)
  • Soon-hee (순희)
  • Duk-hee (덕희)
  • Gun-hee (건희)
  • Myong-hee (명희)

La sillaba 희 è il loro dollimja, il tratto comune che attraversa tutti i nomi.


Maschile, femminile e… tutti i forse nel mezzo

A complicare ancora di più le cose, i nomi coreani non seguono una divisione rigida fra nomi “da maschio” e nomi “da femmina” come Thomas e Jane nella tradizione europea. Di solito ci si affida al “secondo pezzo” del nome, la sillaba finale, per intuire se una persona è uomo o donna. Ma è solo una tendenza, non un regolamento. In generale, se un nome termina con una di queste sillabe:

  • 훈 (Hoon)
  • 준 (Joon)
  • 석 / 석 (Suk/Seok)
  • 수 (Soo/Su)
  • 기 (Ki/Gi)
  • 규 (Kyu/Gyu)
  • 태 (Tae)
  • 식 (Shik/Sik)

è probabile che si tratti di un nome maschile. Probabile, appunto.

Se invece il nome finisce con queste:

  • 숙 (Sook/Suk)
  • 희 (Hee)
  • 미 (Mi)
  • 아 (Ah)
  • 은 (Eun/Un)
  • 혜 (Hye)
  • 순 (Soon/Sun)
  • 나 / 라 (Na / Ra / La)

allora siamo probabilmente davanti a un nome femminile.

E poi ci sono le sillabe “trappola”, quelle che non ti fanno indovinare niente, perché stanno a cavallo fra maschile e femminile:

  • 민 (Min)
  • 진 (Jin)
  • 현 (Hyun)
  • 주 (Joo/Ju)
  • 영 (Young)

Quando un nome finisce così ogni previsione può essere smentita.

C’è un esempio storico che rende bene quanto queste distinzioni siano scivolose. Un presidente coreano celebre, Park Jung-hee (박정희), ha un nome che, a un orecchio poco esperto, potrebbe suonare facilmente da donna. Sua moglie, la First Lady, si chiamava Yook Young-su (육영수).

Durante il loro matrimonio, il maestro di cerimonie, per scherzo o per errore, li presentò così:

Lo sposo: Yook Young-su
La sposa: Park Jung-hee

Il risultato fu una risata soffocata tra gli invitati. I nomi non sono “marcati” in modo netto come nelle nostre lingue: servono contesto, abitudine, e nemmeno così si hanno certezze assolute.


Cognome e bon-gwan: quando il luogo d’origine entra nel nome

Finora abbiamo parlato dei nomi come noi li vediamo oggi: cognome + nome. Ma dentro il cognome coreano esiste un pezzo “silenzioso”, spesso dimenticato dalle generazioni più giovani (diciamo sotto i quarant’anni): il 본관 (bon-gwan, 本貫).

Il bon-gwan è la “radice geografica” della famiglia: indica il luogo da cui proveniva il primo antenato che ha portato quel cognome. Non è un riferimento alla House of X di Game of Thrones, anche se l’idea è un po’ quella. È proprio il nome della città o della zona da cui nasce il tuo ramo familiare.

Il cognome, in teoria, non sarebbe solo “Jang”, ma per esempio:

  • Indong Jang: La storia tramandata racconta che fu il re Jungjong della dinastia Goryeo (r. 1034–1046) a concedergli il cognome “ufficiale” Indong Jang per meriti militari. Da quel momento in poi, tutti i suoi discendenti sono stati Indong Jang. Parliamo di un’epoca in cui meno del 3% dell’intera popolazione coreana possedeva un cognome: il fatto di riceverne uno, e di legarlo a un luogo specifico, aveva un peso enorme. Oggi Indong non esiste più come città indipendente. È diventato un semplice dong, il livello amministrativo più piccolo, all’interno della città di Gumi. Una vecchia città “promossa” a quartiere, insomma, mentre il governo sta gradualmente eliminando questo livello amministrativo. C’è un dettaglio curioso: riguardando la serie Kingdom su Netflix, in particolare la seconda stagione, episodio 1, nella scena iniziale in cui il villain Jo Hak-joo siede davanti alla mappa di guerra, compare chiaramente la scritta “Indong”. Segno che, qualche secolo fa, doveva essere un centro tutt’altro che marginale.

Gimhae Kim, Jeonju Yi, e così via. Ci sono anche:

  • i Duksoo Jang, il cui capostipite è Jang Soon-ryong, nel XIII secolo;
  • e altri rami con bon-gwan diversi.

La cosa interessante dei Duksoo Jang è che, secondo i documenti scritti, Jang Soon-ryong era un 회회인 (hwae-hwae-in), termine che indica una persona di origine araba/turca/uigura. In pratica: un Indong Jang può essere considerato un parente lontano di un altro Indong Jang, ma un Duksoo Jang no. Sono linee genealogiche distincte, anche se condividono lo stesso cognome scritto “Jang”.

Per visualizzarlo meglio, si può pensare a qualcosa come:

La famiglia Murphy di Wexford, nella parte sud-est dell’Irlanda, non è imparentata con i Murphy di Cork (sud-ovest), né con i Murphy di Galway (ovest), anche se il cognome è lo stesso.

Cambia il luogo d’origine, cambia la storia del clan.


I 25 cognomi più diffusi in Corea

Indipendentemente dal bon-gwan, ci sono cognomi che dominano le statistiche. I 25 più comuni sono:

  • 김, Kim / Gim / Ghim
  • 이, Yi / Lee / Rhee
  • 박, Bak / Pak / Park
  • 최, Choi / Choe
  • 정, Jung / Jeong / Chung
  • 강, Kang / Gahng
  • 조, Jo / Cho
  • 윤, Yoon / Youn / Yun
  • 장, Jang / Chang
  • 임, Yim / Lim / Leem
  • 한, Han / Hahn
  • 신, Shin / Sin
  • 오, Oh / O
  • 서, Suh / Seo
  • 권, Gwon / Kwon
  • 황, Hwang
  • 송, Song
  • 안, An / Ahn
  • 유, Yoo / You
  • 홍, Hong
  • 전, Jun / Jeon / Chun
  • 고, Go / Ko
  • 문, Moon / Mun
  • 손, Son / Sohn
  • 양, Yang

Il cognome singolo più diffuso in assoluto, se consideriamo anche il bon-gwan, è Gimhae Kim (Ghim), uno dei più antichi, con circa 2000 anni di storia e capace di coprire da solo quasi il 10% dell’intera popolazione coreana. Gimhae è una città vicina a Busan, la seconda città del Paese.

Ma i Kim non sono tutti uguali. Oltre ai Gimhae Kim, esistono:

  • i Gyongju Kim
  • i Gwangsan Kim
  • e gli Andong Kim, famigerati per motivi politici.

Gli Andong Kim sono una delle famiglie più citate nei libri di storia coreana per l’abuso di potere e il nepotismo estremo esercitato nella tarda dinastia Joseon. Il loro peso politico era tale da condizionare persino il re.

A contendersi il primato di “clan più ingombrante” sul piano del potere c’è anche il Poongyang Jo (Cho, 조). Anche la loro influenza viene descritta come enorme, con livelli di tradimento e brama di potere definiti “stupefacenti” durante il XIX secolo.


Quando i clan storici rinascono nei K-drama: il caso Kingdom

Non stupisce che queste grandi famiglie nobili, con i loro eccessi e le loro ombre, finiscano per ispirare anche la fiction. Nella serie zombie Kingdom di Netflix, compaiono spesso riferimenti ai “Haewon Jo”. Il villain principale, Jo Hak-joo (조학주), ripete continuamente questo nome, a sottolineare l’importanza del suo clan. Haewon, però, non è un bon-gwan reale: è inventato.

Eppure, per chi conosce un minimo la storia, è difficile non vedere un parallelo fra il clan fittizio degli Haewon Jo e il reale Poongyang Jo. L’ambientazione di Kingdom tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo è leggermente anacronistica rispetto all’ascesa storica dei Poongyang Jo nel XIX secolo, ma il riferimento politico è tutt’altro che velato. Il messaggio è chiaro soprattutto agli occhi coreani che hanno prestato attenzione alle lezioni di storia: il modo in cui gli Haewon Jo manipolano il potere riecheggia da vicino la fama dei Poongyang Jo e degli Andong Kim. È importante però ribadire una cosa: quella stagione di abusi e nepotismi appartiene al passato remoto. Nessuno, oggi, considera le famiglie Andong Kim o Poongyang Jo come “nemici dello Stato” o qualcosa di simile. Sono figure storiche, non bersagli contemporanei.


Jeonju Yi e il cognome reale

Quando si parla della famiglia reale di Joseon, spesso si dice semplicemente “la casata Yi”. Ma, a rigor di termini, questa non è una definizione completa. Il modo corretto per indicare il loro cognome, seguendo la logica del bon-gwan, sarebbe “Jeonju Yi”. Esistono infatti tantissimi rami diversi con cognome Yi (Lee), che non hanno nulla a che fare con il sangue reale di Joseon.

Secondo un recente censimento coreano, si contano circa 170 linee genealogiche diverse con cognome Yi, fra cui:

  • Gyongju Yi
  • Sungju Yi
  • Gwangju Yi e altri ancora.

Dire solo “Yi” non basta per capire da quale ceppo proviene una persona: serve il bon-gwan per completare il quadro.


Tirando le fila: cosa ricordarsi dei nomi coreani

Arrivati fin qui, il puzzle inizia a prendere forma. Un nome coreano non è solo un cognome seguito da due sillabe a caso. Dentro c’è:

  • una struttura precisa (cognome di una sillaba + nome di due sillabe, con eccezioni a una o tre);
  • una tradizione di dollimja, che lega fra loro i fratelli e i cugini con un carattere condiviso;
  • un sistema di indizi sottili sul genere, affidati alle sillabe finali, ma mai davvero definitivi;
  • un livello nascosto nel cognome, il bon-gwan, che racconta la geografia e la storia del clan;
  • e una galassia di cognomi che, dietro tre o quattro lettere romanizzate, racchiudono secoli di politica, potere, conflitti e ascese sociali.

Se c’è una sola cosa da tenere a mente, è questa:

Nei nomi coreani, il cognome viene prima del nome, ma è tutto il resto: il dollimja, il bon-gwan, la storia della famiglia, a dare senso a quelle tre sillabe che vediamo sulla carta.

E dietro parole come Indong, Duksoo, Gimhae, Andong, Poongyang, Jeonju non ci sono solo punti sulla mappa della Corea: ci sono radici, famiglie, alleanze, ricordi. Tutto quello che un nome, in fondo, si porta dietro ogni volta che viene pronunciato.

30 dicembre 2025

cibo (ripugnante) mangiato solo in corea

 


La parola “ripugnante” fa scena nei titoli, è perfetta per attirare click.  Per questo, mentre scrivo di quelli che vengono spesso etichettati come “weird foods”, ci tengo a mettere subito un paletto: non sono qui per ridere di un piatto o giudicare un popolo. Sono qui per raccontare cibi che, visti con occhi esterni, fanno alzare più di un sopracciglio, ma che dentro il loro contesto hanno un senso profondo, storico, affettivo, simbolico. Parto da qui proprio perché credo che sia importante ricordarselo mentre attraversiamo la Corea con il naso arricciato: se non sei nato in quel contesto, certi sapori ti prendono a schiaffi. Ma questo non dà a nessuno il diritto di mancare di rispetto.

Quello che voglio fare, allora, è portarvi a spasso tra alcuni dei cibi coreani più strani, estremi, curiosi, controversi o semplicemente “diversi” rispetto a ciò che siamo abituati a mettere nel piatto. Alcuni vivono di odori che sembrano un’aggressione, altri giocano con l’idea di “mangiare tutto” dell’animale, altri ancora sfidano tabù potentissimi come quello sul cane. In mezzo ci sono insetti, sangue, interiora, zampe, tentacoli ancora vivi, ma anche yogurt all’insalata, pane a forma di pupù e pizze che sembrano un’intera cena impilata su una base di impasto. Il filo rosso che li tiene insieme? L’idea di fondo che il cibo non è solo nutrimento: è identità, memoria, ironia, sopravvivenza, resistenza culturale.

29 dicembre 2025

Chunhyang, il canto del pansori e le ombre delle gisaeng

 


Ogni volta che arriva la primavera, la mente corre a una storia precisa: quella di Chunhyang. Il suo stesso nome, Chunhyang (춘향), significa “profumo di primavera”, e porta con sé l’idea di qualcosa di effimero ma persistente, che torna puntuale ogni anno, come un ricordo che non si lascia archiviare. Attorno a questa figura, però, non c’è solo una romantica leggenda popolare: c’è un intero universo culturale fatto di canti, palchi improvvisati nei mercati, ciliegi in fiore, funzionari corrotti, donne che cercano margini di libertà dentro un sistema rigido… e ci sono anche le gisaeng, quelle danzatrici-colte che tanti paragoni hanno attirato con le geishe giapponesi, sospese tra bellezza, arte e stigma. Per capire fino in fondo la forza di Chunhyang, bisogna partire da lì: dal pansori, il canto narrato che le ha dato voce.


Il pansori: una voce, un tamburo e tutto un mondo

Il pansori è probabilmente una delle forme d’arte “tradizionali” coreane più conosciute fuori dalla Corea, spesso descritto come una sorta di “opera coreana”, o, in tempi più recenti, chiamato con una formula più accattivante: K-Opera. In realtà, prima ancora di essere una “grande forma” da teatro prestigioso, è sempre stato, profondamente, una forma di narrazione orale. È popolare tra i coreani fin dal XVII secolo e nasce in contesti tutt’altro che elitari: i cantori, chiamati kwangdae, si esibivano nei villaggi rurali o nei mercati, in spazi aperti, davanti a pubblici misti e rumorosi. Quello che colpisce del pansori è la semplicità apparente dell’allestimento: sul palco o dove capita, perché la sua forza è proprio quella di poter essere eseguito ovunque, ci sono solo due figure. Un cantante (kwangdae), che porta sulle spalle l’intero peso della storia, e un percussionista (kosu), che lo accompagna con il tamburo, lo sostiene, lo incalza, lo interroga. Questa essenzialità pratica permetteva alle esibizioni di nascere e vivere quasi ovunque: bastava uno spazio, qualche ascoltatore, una voce allenata e un tamburo.

Tradizionalmente, il cantante raccontava una storia scelta da un repertorio di dodici opere, chiamate madang. Tra queste, una delle più celebri è proprio La canzone di Chunhyang. I cantori di pansori non si limitano a “cantare un testo”: variano ritmo e melodia, si muovono tra registri diversi, seguono i cambiamenti di situazione e di atmosfera man mano che la storia si sviluppa, e modulano ogni nota per aderire allo stato emotivo dei personaggi. Il racconto procede alternando parti cantate e parti recitate, creando una forma narrativa pienamente multimodale, in cui la voce non è solo suono, ma gesto, corpo, commento, a volte anche ironia. Non è un caso che si ritenga che il pansori si sia sviluppato a partire dai canti sciamanici: lunghi racconti orali che mescolavano passaggi parlati e parti cantate. Le ricerche hanno messo in luce come questi canti rituali e le narrazioni di pansori, soprattutto quelle nate nella regione di Jeolla-do, siano spesso identici, o quanto meno molto simili, per tecniche utilizzate e struttura.

La differenza, però, è fondamentale. I canti sciamanici sono intrinsecamente sacri: al centro c’è una divinità sciamanica dotata di poteri speciali, e lo scopo è apertamente religioso e spirituale. Il pansori nasce invece come narrazione laica, che rappresenta in modo realistico i problemi della vita quotidiana della gente comune. Il suo orizzonte di senso ruota intorno a debiti, desideri, frustrazioni, ingiustizie, speranze della vita di tutti i giorni. Proprio perché si rivolgeva a un pubblico ampio e popolare, nelle performance di pansori veniva spesso introdotto il linguaggio colloquiale per spiegare meglio la trama o chiarire alcuni passaggi dei dialoghi. Questa scelta, così concreta e “terra terra”, aveva un effetto collaterale importante: gli spettacoli erano lunghissimi. Una rappresentazione completa de La canzone di Chunhyang può arrivare a durare sette o otto ore. È un’esperienza di immersione totale in cui il pubblico, letteralmente, si trasferisce dentro la storia per un’intera giornata.


Dal rito alla pagina: come il pansori ha cambiato la letteratura coreana

Si sostiene spesso che l’origine della letteratura coreana moderna possa essere fatta risalire proprio al pansori. Il passaggio chiave avviene quando queste narrazioni, nate per essere dette e cantate, iniziano a essere fissate per iscritto e a circolare come testi da leggere. Nel momento in cui le storie del pansori diventano libri, si consolida un pubblico specifico per questo tipo di narrativa e, contemporaneamente, si apre la strada a una nuova forma di rappresentazione: più attenta, più realistica, più concentrata sulle condizioni sociali dei ceti popolari durante il periodo Joseon. L’affermazione del pansori come forma d’arte autonoma è profondamente legata ai cambiamenti sociali della tarda epoca Joseon. Da un lato, la crisi dell’ordine confuciano tradizionale; dall’altro, la crescita parallela della classe dei comuni, che iniziava a rivendicare spazi, voci, diritti. Entrambi questi fenomeni contribuirono a secolarizzare lo sciamanesimo, indebolendo la credenza che i problemi quotidiani potessero essere risolti con incantesimi e rituali. In questo vuoto che si apre tra il sacro che arretra e il quotidiano che avanza, la richiesta di una forma d’arte più realistica, coinvolgente e “umana” cresce in modo esponenziale.

All’inizio il pansori era molto semplice e la sua funzione primaria era l’intrattenimento, in netto contrasto con i canti sciamanici, legati al mondo spirituale. Gli artisti, però, avevano bisogno di un pubblico per sopravvivere: non potevano permettersi di raccontare storie che la gente non sentisse proprie. Così scelsero di perfezionare antiche storie già note alle masse, invece di crearne di completamente nuove. È grazie a questo lavoro di raffinazione continua che un repertorio di racconti conosciuti finisce per consolidarsi e, alla lunga, il numero delle opere arriva a dodici. Quando queste dodici opere iniziano a essere codificate come forme d’arte musicali e letterarie raffinate, non sono più solo “spettacoli da mercato”. Attirano l’attenzione anche dell’élite colta di Joseon, soprattutto nel XVIII secolo. Un esempio simbolico è quello di Yu Chinhan, che ascoltò La canzone di Chunhyang e ne rimase talmente colpito da riscriverla in cinese letterario, elevandone lo status e rendendola compatibile con i codici culturali dell’élite.

Per lungo tempo, il pansori era stato deriso e guardato dall’alto in basso, liquidato come un semplice svago per la gente comune. Ma questo processo di riscrittura, codificazione e circolazione lo trasforma in qualcosa di diverso: una forma d’arte sofisticata, capace di parlare alla sensibilità popolare e, allo stesso tempo, di soddisfare le esigenze estetiche dei letterati. In questo universo, Chunhyang è molto più che una protagonista romantica: è un nodo in cui si intrecciano storia letteraria, trasformazioni sociali e sogni individuali. Non a caso, a Namwon, la città tradizionalmente associata alla sua vicenda, esiste un santuario dedicato a Chunhyang nel Gwanghallu Garden, diventato nei secoli un luogo simbolico dove la leggenda e lo spazio urbano si sovrappongono. 


Chunhyang: il profumo di primavera e il peso delle regole

La storia di Chunhyang è considerata una delle opere più importanti della letteratura coreana e una parte duratura del patrimonio popolare del Paese. Si ritiene che abbia avuto origine proprio da un pansori, e continua ancora oggi a essere raccontata in forme diverse. È, in sostanza, una delle più celebri storie d’amore della penisola coreana, ma la sua forza va ben oltre il romanticismo. Nel tempo sono nate e si sono stratificate molte versioni della sua vicenda. Ogni generazione, ogni trascrizione, ogni adattamento ha aggiunto qualcosa, ha limato dettagli, ha spostato accenti. Una delle versioni più note, La canzone di una moglie fedele, Chunhyang, mette al centro una serie di temi tutt’altro che leggeri: il rapporto tra le donne e il confucianesimo, la frustrazione nei confronti della rigida gerarchia sociale di Joseon, la corruzione governativa e l’ipocrisia radicata nella società.

Chunhyang diventa così un prisma attraverso cui osservare non solo due innamorati ostacolati dal destino, ma anche tutte le contraddizioni di un sistema che chiede alle donne virtù assoluta, mentre le imprigiona in ruoli e posizioni subalterne. Durante la dinastia Joseon, il confucianesimo era diventato l’ideologia dominante, e questo aveva inciso profondamente sulla vita delle donne e sul loro ruolo sociale. Serabbe riduttivo, però, rappresentarle solamente come vittime passive di questo sistema. Il confucianesimo, per quanto patriarcale, era anche un insieme dinamico di norme, testi, pratiche interpretative. Proprio in queste pieghe, alcune donne riuscivano a sfruttare i principi confuciani a proprio vantaggio, usando il linguaggio dei doveri, dell’onore, della fedeltà per rivendicare margini di scelta e di resistenza Questa “agency” femminile è resa con grande lucidità in Chunhyang. Nella versione tradotta in inglese da Richard Rutt, Chunhyang è la figlia illegittima di uno yangban (un nobile) e di una kisaeng (un’intrattenitrice). La sua stessa nascita la colloca in uno spazio ambiguo: è legata alla nobiltà di sangue ma segnata dalla condizione subordinata della madre. Nonostante questo, intraprende una relazione tra classi diverse con Mongryong, il figlio del governatore locale di Namwon, nella provincia del Jeolla del Nord. Quando il padre di Mongryong viene trasferito nella capitale, i due giovani sono costretti a separarsi. Al suo posto arriva un nuovo governatore, corrotto e autoritario. È in questo vuoto di potere, nel passaggio da un’autorità legittima a una abusante, che la storia di Chunhyang cambia tono.


Una moglie fedele in un mondo ingiusto

Chunhyang si considera ormai, di fatto, una donna sposata. Quando il nuovo governatore insiste perché diventi la sua amante, lei rifiuta. Non lo fa appellandosi soltanto al sentimento o alla gelosia, ma chiamando in causa i principi confuciani stessi. Pronuncia una frase che riassume, in poche parole, tutta la sua posizione morale:

“Un suddito non può servire due re, e una moglie non può appartenere a due mariti: questo è il mio principio.”

Il governatore, in un primo momento, sembra apprezzare questa fermezza e la elogia. Ma è un apprezzamento superficiale, quasi estetico: poco dopo torna a trattarla come una semplice kisaeng, come una donna il cui valore e la cui libertà dipendono solo dal suo capriccio. La spinge a obbedire ai suoi ordini, ignorando volutamente il principio che lei ha appena rivendicato.

Chunhyang, in risposta, mette a nudo l’ipocrisia del sistema. Afferma che “la virtù di una donna è la stessa per i ranghi alti e per quelli bassi” e cita una serie di kisaeng riconosciute per il loro “buon carattere”. Così facendo, contraddice l’idea che l’onore, la fedeltà, la moralità appartengano solo alle mogli legittime delle famiglie nobili. La scena rende in modo vivido la frustrazione per una società che pretende virtù assoluta da alcune donne, mentre ne considera altre automaticamente disponibili e sacrificabili. Sul piano legale, questo clima si riflette anche nelle norme che, durante la dinastia Joseon, vennero introdotte per accentuare la distinzione tra mogli “primarie” e mogli “secondarie”. Queste ultime, insieme ai loro figli, erano oggetto di una discriminazione profondissima. Per questo è interessante mettere a confronto Chunhyang con sua madre, Wolmae. Wolmae è una kisaeng ed è stata moglie secondaria di un governatore yangban. Quando Mongryong la raggiunge per chiederle il permesso di sposare Chunhyang, lei lo invita alla prudenza. Ricorda il suo passato dicendo che il defunto marito “scambiò un aquilone per un falcone e mi chiamò al suo servizio”: una frase autoironica che suggerisce come l’infatuazione e il desiderio del marito avessero compromesso la sua capacità di valutare le conseguenze sociali e legali della loro relazione.

Wolmae rivede lo stesso rischio in Mongryong. Lo avverte di non sottoporre Chunhyang agli stessi tormenti che ha vissuto lei. Gli spiega chiaramente che, se dovesse decidere di abbandonarla, la ragazza resterebbe senza nulla e, molto probabilmente, non riuscirebbe a risposarsi. La sua difficile situazione economica è la conseguenza diretta del suo status: in quanto moglie secondaria, non aveva diritto all’eredità. Alla morte del marito non le è stato lasciato denaro sufficiente per vivere dignitosamente. Nonostante le sue paure, però, Wolmae non è solo amarezza. Rimane ottimista sul fatto che i due giovani possano “recidere i legami col passato”, e questo desiderio racconta una tensione collettiva: un bisogno di cambiamento che, in quel periodo della storia di Joseon, era molto diffuso.


Funzionari corrotti, ispettori segreti e il sangue del popolo

Chunhyang non si limita a raccontare un amore ostacolato, né a esplorare il rapporto tra le donne e il confucianesimo. Entra anche nel cuore politico della tarda epoca Joseon. In quel periodo, diversi funzionari-scrittori controllavano i governi locali. Questi governi erano spesso corrotti, e la distanza tra i proclami morali del sistema confuciano e la realtà quotidiana era evidente a chiunque dovesse pagare tasse e tributi. Come risposta a questi abusi, il re, a volte, inviava degli ispettori segreti con il compito di indagare e smascherare ciò che accadeva nelle province. Questo ruolo fu ricoperto, tra gli altri, anche da figure come Jeong Yakyong: intellettuali-funzionari che si muovevano tra teoria politica e pratica amministrativa. Nel racconto di Chunhyang, il governatore corrotto e la successiva nomina di Mongryong a ispettore segreto rispecchiano direttamente questa realtà. Non è un caso se le pratiche di estorsione si concentrano attorno al sistema della tassa sul grano: i governi locali traevano profitto sfruttando meccanismi di prestito, interessi e restituzioni scorrette. Nel suo ruolo di ispettore segreto, Mongryong recita durante un banchetto in onore del governatore:

“Il vino pregiato in coppe d’oro è il sangue del popolo. Le vivande su piatti di giada sono la carne del popolo.”

Sono due versi durissimi, una denuncia diretta della ricchezza ostentata dal governatore, che non è altro che il frutto del sangue e della fatica dei contadini. Questo era molto diffuso nelle opere satiriche coreane. Il fatto che compaia qui e in molte altre versioni di Chunhyang, nonostante le continue riscritture e revisioni della storia, suggerisce un forte e duraturo apprezzamento per questi versi e per il sentimento radicale che esprimono. È il grido di un popolo che vede la propria sofferenza trasformata in banchetti e coppe d’oro.


Da Namwon allo schermo: Chunhyang nell’epoca dei drama

La storia di Chunhyang non si è fermata al pansori e ai testi scritti. Oggi esistono numerose rivisitazioni moderne della sua vicenda. Tra le più famose, almeno in tempi relativamente recenti, c’è il drama televisivo del 2005 Sassy Girl Chun-hyang, con Han Chae-young, Jae Hee, Uhm Tae-woong e Park Si-eun. Questa serie ha una colonna sonora che combina rap moderno e pansori, creando un ponte curioso tra tradizione vocale antica e ritmi contemporanei. È stata anche la prima serie scritta dal celebre duo di sceneggiatrici Hong Jung-eun e Hong Mi-ran, le cosiddette “Hong sisters”, che da allora sono diventate un nome di riferimento nel panorama dei drama. Interessante è anche il modo in cui la storia viene spostata nel tempo. Invece di concentrare l’attenzione sui funzionari corrotti e sul rapporto tra le donne e il confucianesimo, il drama sceglie di esplorare alcune questioni economiche e sociali centrali dei primi anni 2000: precarietà, sogni di successo, diseguaglianze, pressioni familiari, nuove forme di mobilità sociale. 

La longevità di Chunhyang sembra derivare proprio da questa capacità di adattarsi ai tempi, pur restando radicata nel suo intreccio classico di amanti ostacolati dal destino. Oggi, questa eredità non vive solo sugli schermi. A Namwon, nella provincia del Jeolla del Nord, è possibile visitare un parco a tema Chunhyang, a circa un’ora di autobus da Gwangju. Namwon è tradizionalmente l’ambientazione della storia, e il parco diventa uno spazio in cui la leggenda prende forma tra padiglioni, statue e installazioni. Chi arriva lì può partecipare al Chunhyang Festival, che prevede rappresentazioni del pansori dedicato a Chunhyang e persino un concorso di bellezza: Miss Chunhyang. In primavera, quando i ciliegi in fiore si aprono lungo i viali, il paesaggio rende ancora più evidente il legame tra questa figura letteraria e l’idea di una stagione che profuma di rinascita, ma non cancella mai del tutto il peso delle ingiustizie che lei ha attraversato.


Dalle kisaeng alle gisaeng: donne tra arte, Stato e desiderio

Accanto alla figura di Chunhyang, e in parte intrecciata alla sua storia attraverso il personaggio di Wolmae, si muove un’altra presenza costante nella cultura coreana: quella delle gisaeng (o gesang, nella trascrizione antica). In Corea esiste una classe di danzatrici che corrisponde, per certi aspetti, alle geishe del Giappone. Le gisaeng appartengono formalmente allo Stato: ricevono il loro sostentamento dal tesoro nazionale e sono controllate da un dipartimento specifico, collegato al corpo ufficiale dei musicisti. Sono, a tutti gli effetti, una risorsa amministrata dal governo, destinata a svolgere un ruolo preciso nei contesti cerimoniali, diplomatici e mondani.

In una società segnata dalla povertà diffusa, capita che un uomo, se ha più figli di quanti ne possa mantenere, decida talvolta di affidare un figlio maschio al governo perché diventi un eunuco. In questo modo gli assicura una forma di sostentamento e, potenzialmente, anche onori molto elevati. In passato, infatti, l’ordine degli eunuchi aveva ottenuto ed esercitato un grande potere, grazie alla vicinanza alla Famiglia Reale. Allo stesso modo, un uomo può decidere di dare sua figlia perché diventi una gisaeng. La bambina viene presa in tenera età e affidata a bravi maestri che la istruiscono con cura nella musica, nella lettura e nella scrittura, e nei lavori di fino. Rispetto alla maggior parte delle donne comuni, che non avevano accesso a un percorso formale di istruzione, queste ragazze risultano molto più colte e preparate. Non stupisce, quindi, che la loro compagnia sia molto ricercata: sanno conversare, intrattenere, suonare, cantare, danzare.

Un altro elemento che le distingue è la libertà di movimento. Le gisaeng si mescolano liberamente con uomini e donne, senza quell’imbarazzata modestia che ci si aspetta dalle “signore per bene”. Queste ultime, infatti, possono vedere solo gli uomini della propria famiglia immediata e non possiedono le stesse abilità artistiche delle gisaeng.

28 dicembre 2025

As You Stood By: quando la violenza domestica smette di essere uno sfondo

Ci sono drammi che si guardano per passare il tempo, e drammi che ti restano addosso. As You Stood By appartiene alla seconda categoria. Io l’ho visto tutto in un giorno solo, in apnea, con quella sensazione di nodo fisso alla gola che non se ne va nemmeno quando scorrono i titoli di coda. Non perché sia perfetto – anzi, di imperfezioni se ne potrebbero elencare diverse ma perché, per un buon tratto del suo percorso, osa guardare in faccia qualcosa che di solito viene tenuto ai margini: la violenza domestica. E lo fa con una lucidità e una ferocia emotiva che è difficile dimenticare. La sola performance di Lee You-mi basterebbe a giustificare l’esistenza di questo drama. Nel ruolo di Hui-su, vittima di abusi gravissimi, regge sulle spalle il peso di una storia che, in mani meno attente, sarebbe potuta diventare solo l’ennesima spettacolarizzazione del dolore femminile. Qui invece il dolore ha un corpo, un respiro rotto, una paura che ti entra nello stomaco. Sinceramente, spero davvero che le vengano riconosciuti tutti i premi possibili, perché raramente ho visto un’interpretazione tanto fisica e lacerante.


Due migliori amiche, una sola cosa in comune: la paura

Al centro di As You Stood By ci sono due migliori amiche che hanno imparato presto una lezione crudele: la violenza non è qualcosa che “succede agli altri”. Una cerca di scappare da un passato infestato dalla violenza domestica, cresciuta in una famiglia in cui il terrore era la normalità. L’altra cerca di fuggire dal presente: un matrimonio tossico, logorato da abusi che, dall’esterno, molti non vedono o fingono di non vedere. Quello che mi ha colpita è proprio questo doppio movimento: da una parte la violenza come memoria che non ti lascia mai, anche quando non ci sei più dentro; dall’altra la violenza come quotidiano, come cosa che accade tra le quattro mura di una casa apparentemente perfetta. Per circa cinque episodi, il drama è più che brillante nel restituire questo intreccio di paure, traumi e tentativi di sopravvivere. Ogni scena sembra costruita per farti sentire l’ansia, la claustrofobia, la disperazione di chi vive intrappolato in una dinamica di abuso. Non come concetto astratto, ma come esperienza che ti logora minuto dopo minuto.


La violenza domestica non abita solo nei quartieri “giusti” per soffrire

Una delle scelte più importanti di As You Stood By è quella di spostare la violenza domestica fuori dall’immaginario consueto. Quante volte, nei K-drama come in altri prodotti, la violenza familiare viene relegata ai contesti poveri, marginali, “problematici” nel senso più stereotipato del termine? Quartieri malfamati, famiglie in difficoltà economica, contesti segnati da una precarietà quasi folkloristica. Qui no, qui la violenza abita i piani alti, le case eleganti, le famiglie influenti. Qui gli aggressori hanno: potere, denaro, relazioni, e usano tutto questo come scudo per coprire i loro crimini. Non è un incidente, è un sistema. Le stesse persone che in pubblico parlano di “tutela delle vittime”, in privato insabbiano, minacciano, manipolano. Donne che tacciono solo perché imparentate con il carnefice, figure che tengono conferenze sugli abusi e poi difendono l’abusante in nome della reputazione, una poliziotta che consiglia di ritirare la denuncia perché “tanto non c’è giustizia”. Il drama mette in luce una verità scomoda: guardare e tacere è una forma di violenzaNon è solo codardia, non è solo omissione: è un crimine morale che si affianca a quello fisico. E questa è una delle parti che mi ha fatto più male, perché non riguarda solo la Corea, ma ogni società in cui la facciata conta più della vita di chi subisce.


“Perché non se ne vanno?” – La domanda sbagliata

C’è una scena, all’inizio, che secondo me definisce il tono dell’intera serie. Eun-su chiede a Hui-su perché non abbia mai provato ad andarsene. È la domanda che tutti, prima o poi, abbiamo sentito (o magari fatto) parlando di violenza domestica: “Perché non se ne vanno?” Hui-su la ribalta in un secondo: come fa Eun-su a sapere che non abbia provato? Ed è lì che il drama ti costringe a fare un passo indietro. Perché non solo scopriamo che Hui-su ha provato più volte a fuggire, ma vediamo come ogni tentativo sia stato soffocato: quando cerca di lasciare il Paese, viene costretta a tornare perché Jin-pyo minaccia sua madre; quando prova a denunciare, viene intimidita dalla sorella di lui; ogni volta che tenta di respirare un po’ più forte, qualcuno le stringe di nuovo la catena. Mi è piaciuto moltissimo che la serie insista su questo punto: non è sempre così semplice andarseneNon basta il coraggio, non basta la volontà. Ci sono ricatti, minacce, vincoli economici, figli, genitori, reputazioni, sistemi legali che non funzionano. E ci sono persone intorno che, invece di aiutare, decidono di proteggere l’aggressore. As You Stood By ci sbatte in faccia il fatto che la domanda giusta non è “Perché non se ne vanno?”, ma “Quante volte ci hanno provato, e quante volte il mondo ha permesso che venissero ricacciate indietro?”.


Sopravvissute, non solo vittime

Uno degli aspetti più belli della serie è che non riduce la violenza domestica a una sola storia, un solo volto, un solo tipo di ferita. Non c’è solo Hui-su. Ci sono: la madre di Eun-su, anche lei intrappolata in una famiglia violenta; la stessa Eun-su, cresciuta in un ambiente in cui l’abuso è stato la cornice della sua infanzia, pur senza aver subito violenza fisica diretta. La serie ci ricorda che si può essere sopravvissute a qualcosa, anche se non si hanno lividi visibili sulla pelle. Le cicatrici emotive, i meccanismi di adattamento, la tendenza a restare in relazioni sbagliate “perché almeno non è come prima” sono tutte conseguenze reali, profonde, difficili da spezzare. E anche quando Eun-su sceglie il silenzio, tace sugli abusi subiti da sua madre per proteggere il fratello e tenere insieme una famiglia già a pezzi, tace sugli abusi del suo ricco cliente per non perdere il lavoro, quel silenzio non è mai neutro. È un silenzio portato sulle spalle come una strategia di sopravvivenza, ma pur sempre un pezzo di quella catena di complicità che permette alla violenza di continuare.


Il silenzio che protegge l’aggressore

Se da un lato c’è il silenzio che nasce dalla paura, dall’altro c’è il silenzio che nasce dall’ipocrisia. Quello di Jin-young e di sua madre, per esempio. Donne che conoscono perfettamente gli abusi di Jin-pyo su Hui-su, ma scelgono di ignorarli. Non solo: li coprono, li minimizzano, li giustificano, tutto in nome dell’apparenza, della promozione, del prestigio sociale. E qui il drama colpisce duro: queste donne parlano in pubblico di “preoccuparsi delle vittime”; costruiscono un’immagine di sé come alleate, professioniste, figure sensibili al tema; ma in privato sacrificano una vittima in carne e ossa sull’altare della facciata. È un ritratto amaro, che però ha il pregio di essere onesto. Perché l’epidemia di violenza domestica non esiste solo grazie agli uomini che la esercitano, ma anche grazie a tutte le persone, uomini e donne, che scelgono di proteggere il violento invece della sopravvissuta.


Una serie che ti fa arrabbiare (e per fortuna)

Mi sono ritrovata ad arrabbiarmi quasi in ogni scena. Arrabbiata con Jin-pyo, ovviamente. Arrabbiata con chi sapeva e taceva. Arrabbiata con chi minimizzava, con chi diceva “è una questione privata”, con chi usava la parola “famiglia” per coprire il sangue. Questa rabbia, però, è la prova di quanto fossero potenti la scrittura e la recitazione nella prima metà della serie. Le emozioni sono crude, dolorosamente reali. Ogni secondo ti tiene con il fiato sospeso, ma non con il semplice trucco del colpo di scena: ti tiene sospeso perché temi per la vita, per la dignità, per la possibilità stessa di salvezza dei personaggi. La violenza che vediamo non è mai gratuita. Ci viene mostrato abbastanza da comprendere la brutalità della vita di Hui-su, ma senza compiacimento. Il focus non è sul “quanto” viene picchiata, ma su cosa significa vivere ogni giorno sapendo che qualcosa di terribile può succedere in qualsiasi momento, e che nessuno, nemmeno le istituzioni, è davvero dalla tua parte.


Quando il K-drama torna sulla “retta via” morale

E poi, come spesso accade, arriva la seconda metà. E lì As You Stood By fa quello che tantissimi K-drama fanno: si rimette in riga rispetto alla “regola morale”. L’ingiustizia viene risolta in maniera pressoché impeccabile: punizioni, cadute in disgrazia, momenti catartici in cui finalmente “il male paga”. È una conclusione che conforta: il pubblico trova una forma di risarcimento emotivo, il sistema narrativo si chiude, le colpe sembrano trovare una collocazione ordinata. Ma c’è un prezzo. Perché nel momento in cui Jin-pyo muore prima di affrontare davvero delle conseguenze legali, il messaggio cambia. L’uomo che ha abusato per anni della moglie esce di scena senza scontare una pena in prigione, senza attraversare responsabilità concrete dentro il sistema giudiziario. Al centro, come antagoniste della seconda metà, restano la sorella e la madre: le donne della sua vita. Da un lato, è quasi fin troppo realistico, lo vediamo spesso anche nella cronaca: un uomo commette un crimine e i riflettori finiscono sulle donne intorno a lui (“Perché non l’hanno fermato?”, “Perché non hanno detto niente?”). Dall’altro lato, però, indebolisce un po’ il messaggio. Perché se sposti quasi tutta la colpa narrativa sulle figure femminili che hanno taciuto, rischi di far scivolare sullo sfondo il fatto che il vero colpevole è lui. Non fraintendetemi: la sorella e la madre ottengono quello che meritano, e non mi dispiace affatto vederle cadere dal piedistallo. Ma resta quella sensazione strana addosso: per una serie che parla di un uomo che abusa della moglie, è curioso che, alla fine, il focus dell’odio e della punizione finisca soprattutto sulle donne.


Non vediamo mai due “assassine”, ma due donne schiacciate

Un’altra cosa che apprezzo è che, nonostante la svolta più melodrammatica e narrativa, la serie non trasforma mai Hui-su e la sua amica in due efferate assassine da manuale. Anche quando la storia imbocca binari più estremi, rimane sempre chiaro, lampante, cristallino il contesto: quello che si vede sono due donne disperate, logorate da anni di violenza e di silenzio, che arrivano a un punto di rottura. La serie, pur con tutte le sue contraddizioni, non ti invita a giudicarle dall’alto, ma a chiederti come siano arrivate fin lì, e chi abbia reso inevitabile quella spirale. È qui che As You Stood By resta importante, anche quando cede alla tentazione del melodramma: perché non perde mai davvero di vista il cuore del suo discorso. Il centro è sempre lo stesso: un matrimonio tossico; un’epidemia di violenza domestica contro le donne; una società che preferisce la facciata alla protezione delle sopravvissute; un sistema che chiede alle vittime di essere perfette, lucide, razionali, mentre agli aggressori è concesso tutto, fino all’ultimo.


La verità che il finale non può sistemare

Come molti K-drama, As You Stood By alla fine sembra dirci: “Guarda, la giustizia esiste. Magari arriva tardi, ma arriva. I cattivi pagano, il sistema – in qualche modo – si aggiusta”.
È una favola morale, e in quanto tale funziona sul piano emotivo: chi ha sofferto vede almeno una parte del proprio dolore riconosciuto. Ma la realtà è diversa. Nella vita vera, spesso i carnefici non pagano davvero, le sopravvissute portano addosso traumi che nessuna sentenza cancella; sia innocenti che colpevoli devono convivere con conseguenze che vanno molto oltre qualsiasi giustizia “programmata”. E forse è proprio questo scarto tra fiction e realtà a fare più male quando spegni lo schermo. Non perché la serie sbagli a offrire una chiusura, ma perché ti ricorda, per contrasto, quante storie simili non avranno mai la stessa “coerenza narrativa”.


Perché questo drama fa male, ed è giusto così

Alla fine della maratona di As You Stood By mi sono sentita non solo triste, ma quasi in lutto. Non tanto per i personaggi, che pure restano impressi, quanto per tutte le persone reali che subiscono questo tipo di abuso ogni giorno e che non avranno mai un palcoscenico, una sceneggiatura o un finale “funzionante” da offrire al mondo. È un drama pieno di emozioni intense, di secondi che ti tengono col fiato sospeso, ma soprattutto è un drama che non ti lascia indifferenteTi mette davanti domande scomode: quante volte abbiamo giudicato qualcuno chiedendoci “Perché non se n’è andata?”; quante volte abbiamo fatto finta di non vedere situazioni che “non ci riguardavano”; quante volte abbiamo difeso la facciata, la famiglia, il lavoro, la reputazione, e non la persona ferita. As You Stood By non è una serie perfetta. Ma è una serie necessaria. Perché osa dire che la violenza domestica non è un incidente privato, ma un fenomeno strutturale. Che il silenzio non è neutrale. Che la parola “vittima” non è una condanna alla passività, ma una condizione da cui ripartire per riconoscere la forza e la resistenza di chi sopravvive. E soprattutto, ci ricorda una cosa semplice e fondamentale: non basta “stare a guardare”. Bisogna decidere da che parte stare.

27 dicembre 2025

Perché i coreani mangiano tutto insieme? La filosofia nascosta dietro i banchan, il vero cuore dei K-Drama e delle tavole coreane

Ci sono scene nei K-drama che non hanno bisogno di dialoghi, né di colpi di scena. Bastano una tavola imbandita, una manciata di piattini colorati e quella familiarità tutta coreana che ti fa sentire come se stessi sedendo lì, accanto ai personaggi. La mamma che riempie la ciotola del figlio in Reply 1988, il tavolo infinito della suora in Hospital Playlist, la tavola reale in un sageuk dove i piatti sembrano quadri: ecco, quella è la magia dei banchan. La definizione tecnica è: “piatto servito con il riso”. La verità? Il banchan è un microcosmo della Corea: colori, sapori, stagioni, equilibrio, famiglia.  Nei K-drama, i banchan non sono contorni: sono un personaggioSono il modo in cui una madre dice “ti voglio bene”, il modo in cui un’amica dice “ti sono vicina”, il modo in cui un’anima ferita ritrova un posto nel mondo.


Le 7 filosofie segrete dietro i banchan coreani

1. Armonia nella diversità – Il potere dei cinque colori

Rosso, bianco, nero, giallo, verde. Ogni colore rappresenta un organo, un elemento, un equilibrio. Ogni colore “cura” qualcosa. Nei drama storici lo vedi nei pasti reali: un tavolo come un mandala. Nei drama moderni lo vedi nel frigo di qualsiasi famiglia: ordine cromatico naturale. La Corea non pensa mai a un solo gusto per volta. Pensa a un corpo intero, a un’anima intera.


2. La cultura del condividere: mangiare insieme come atto d’amore

In Occidente ognuno ha il suo piatto. In Corea, ognuno ha tutti i piatti. È la cultura del “meglio insieme”, quella che nei K-drama unisce famiglie sgangherate, coinquilini, colleghi d’ospedale, studenti in difficoltà. Mangiare dai piatti al centro significa una cosa sola: io mi fido di te e tu ti fidi di me.


3. Un’eredità storica millenaria – la tavola della dinastia Joseon

Nella corte Joseon esisteva la tavola a 12 comparti: nove contorni più riso, zuppa e kimchi. Era un’arte, una gerarchia visiva, una coreografia gastronomica. Ed è rimasta. In forma più semplice, più moderna, ma sempre lì a ricordare che il cibo non è solo nutrimento, ma identità.


4. Efficienza, praticità e conservazione: la saggezza delle nonne coreane

Kimchi, sottaceti, zuppe fermentate, paste di soia… Quello che oggi chiamiamo “wellness food” era, storicamente, il modo coreano di sopravvivere senza frigorifero. La fermentazione non è moda: è memoria. Ed è per questo che in ogni drama c’è almeno una scena in cui una famiglia prepara kimchi insieme: è un passaggio di testimone culturale.


5. Armonia estetica – la tavola come opera d’arte

Geometrie, altezze, colori, simmetrie, la tavola coreana è sempre bella, sempre ordinata, sempre armonica. È lo stesso motivo per cui i K-drama sono così curati visivamente: l’occhio coreano ama l’equilibrio, la simmetria, la calma ordinata.


6. Uguaglianza a tavola – niente gerarchie, niente protagonisti

Non esiste un piatto “principe”. Il kimchi vale quanto il tofu. Le acciughe quanto gli spinaci. È una filosofia silenziosa ma rivoluzionaria: tutto ha valore. Tutto merita spazio.


7. Nutrizione completa – equilibrio senza pensarci

Un occidentale lo chiama “meal prep”. Una nutrizionista lo chiama “pasto bilanciato”. Una nonna coreana lo chiama semplicemente “pranzo”. Mangiare tanti piatti diversi significa nutrire corpo e mente senza fare calcoli. È cura naturale. È l’antica scienza del benessere coreano. E forse è per questo che la gastronomia coreana sta conquistando tutti: perché racconta qualcosa che abbiamo dimenticato: mangiare insieme fa bene all’anima. Oggi la vita è frenetica, individualista, solitaria. Eppure, ogni volta che nei drama vediamo una famiglia sedersi a tavola, anche dopo una giornata infernale, proviamo un piccolo sollievo. Perché i banchan non sono solo cibo: sono una promessa di stabilità. Sono un “torna a casa”. Sono un “non sei solo”. I banchan sono un abbraccio servito in piccole ciotole.

I banchan sono piccole ciotole, ma portano grandi storie

Il bello della cultura coreana è che mette insieme tutto: la saggezza antica, la bellezza estetica, la nutrizione naturale, la condivisione, la filosofia dei cinque elementi… E tutto questo sta in pochi, semplici piattini. Forse è per questo che nei K-drama la tavola è sempre un momento sacro. Perché racconta chi sei, chi era tua madre, chi diventerai, e con chi vuoi sederti nella vita. Un banchan non è mai solo un contorno. È una storia masticata lentamente. È un pezzo di Corea che si lascia capire un cucchiaio alla volta.

26 dicembre 2025

Il lato strano della Corea e le superstizioni che non ti aspetti (quarta ed ultima parte)


Ogni volta che penso di aver capito un po’ meglio la Corea del Sud, spunta fuori una superstizione nuova pronta a ricordarmi che questo Paese ha un talento speciale per sorprendere anche i fan più navigati. Non importa quanti drama abbia visto, quante ore abbia passato su YouTube, o quante notti insonni a leggere articoli random di cultura coreana: c’è sempre qualcosa che mi sfugge, e sinceramente adoro questa sensazione. Oggi ho scelto alcune superstizioni che forse non avete mai approfondito davvero: piccole finestre sulla cultura coreana che, ve lo prometto, renderanno ancora più interessante il modo in cui guardate i vostri k-drama preferiti. Pronti a scoprire questo lato meno conosciuto della Corea? Allora accomodatevi: iniziamo il viaggio.

25 dicembre 2025

Come festeggiano il Natale i Coreani?


Oggi è Natale (a proposito, AUGURIII!), dunque non potevo non dedicare un pezzo speciale, e pubblicarlo proprio oggi, a questa festa che amo alla follia! Quando penso al Natale in Corea del Sud, mi viene subito in mente un’immagine che fa un po’ a pugni con quella che abbiamo interiorizzato qui in Occidente. Da una parte ci sono le luci, le vetrine decorate, gli alberi scintillanti nei centri commerciali, le canzoni che parlano di neve e desideri invernali. Dall’altra, se ci avviciniamo un po’ di più e guardiamo oltre la facciata luminosa, scopriamo una festa che ha preso una strada tutta sua: meno “famiglia riunita intorno alla tavola” e molto più “appuntamento romantico mano nella mano”. Natale in Corea del Sud è ufficialmente una festa nazionale, con la maggior parte dei lavoratori a casa dal lavoro, ma non è affatto la festa “sacra” dell’anno. È un giorno in cui ci si può rilassare, concedersi un po’ di riposo, uscire con la persona che si ama o con gli amici, senza tutto il carico emotivo e organizzativo che in molti Paesi occidentali accompagna il 25 dicembre.

La Corea del Sud è, tra i Paesi dell’Asia orientale, un’eccezione: è l’unica nazione della regione a riconoscere il Natale, il Sung Tan Jul, come festa nazionale. Questo legame “ufficiale” con il calendario festivo, però, non nasce da una lunga tradizione religiosa radicata nella popolazione. Alla fine della Seconda guerra mondiale, con la liberazione dal dominio giapponese, la metà meridionale della penisola fu amministrata dalle forze di occupazione statunitensi per tre anni. In quel contesto, gli Stati Uniti introdussero il Natale come giorno festivo, rendendolo una ricorrenza riconosciuta a livello statale in un Paese in cui, nel 1945, solo il 2% della popolazione si identificava come cristiana. In pratica, il Natale è entrato nel calendario coreano prima ancora che il cristianesimo diventasse una presenza significativa nella vita religiosa delle persone. Non stupisce, quindi, che per una grande parte dei coreani sia stato, fin dall’inizio, più un evento laico e commerciale che una ricorrenza spirituale.

Per anni, la Corea del Sud ha vissuto sotto un severo coprifuoco nazionale. C’erano pochissime eccezioni: una per la festa del compleanno del Buddha in primavera e due per il periodo natalizio, la notte del 24 e quella del 31 dicembre. In quei giorni, improvvisamente, le strade si animavano, i giovani potevano restare fuori più a lungo, la rigidità quotidiana si allentava. Questo ha contribuito a fissare nell’immaginario collettivo l’idea del Natale come giorno in cui si “esce per divertirsi”: un momento gioioso, quasi liberatorio, perfetto per chi è giovane e ha voglia di vivere la città di notte. Parallelamente, aziende e negozi hanno fiutato l’occasione e hanno iniziato a “spingere” la festa dal punto di vista commerciale, rendendola sempre più legata al consumo, ai saldi, alle decorazioni e ai pacchetti speciali.

Per molto tempo la Corea è rimasta un Paese povero, almeno fino agli anni ’70. Il Natale, con la sua estetica importata dall’Occidente fatte di tacchini, fagiolini, tavole abbondanti, luci e pacchetti ovunque è diventato una sorta di ideale di abbondanza e modernità. Ancora oggi, molte celebrazioni hanno un’atmosfera “europea” o “americana”: pranzi nei grandi alberghi, buffet con piatti occidentali, decorazioni che richiamano i mercatini natalizi di altre città del mondo. In questo senso, la festa riflette alcuni tratti percepiti come tipicamente americani: il desiderio di modernità occidentale, l’idea di libertà, e soprattutto un consumismo molto marcato, che passa anche attraverso marchi costosi e grandi magazzini di lusso.

Nel frattempo, protestantesimo e cattolicesimo sono cresciuti insieme al boom economico coreano nella seconda metà del Novecento. La Corea del Sud oggi ha una delle più grandi popolazioni cristiane dell’Asia, con circa il 30% dei cittadini che si dichiarano cristiani e, nel 2015, un 27,6% che si identificava come cattolico o protestante. Dozzine di megachiese attirano più di 40.000 persone ogni domenica, e la chiesa pentecostale più grande del mondo si trova proprio a Seoul. Dal 2000 in poi, le conversioni ferventi si sono rallentate e la percentuale di cristiani si è stabilizzata, ma la loro presenza resta molto visibile: chiese ovunque, camion-altarini che diffondono versetti biblici nelle zone dei locali e della vita notturna nel tentativo di riportare i festaioli “sulla retta via”.

Eppure, nonostante tutto questo, il Natale in Corea rimane sorprendentemente poco religioso. Le celebrazioni religiose esistono, ovviamente: chi è cristiano può partecipare a funzioni speciali, a volte la sera della Vigilia, altre la mattina del 25 dicembre, ascoltare il coro della chiesa, vedere i bambini della congregazione recitare lo spettacolo natalizio, riascoltare le storie e i significati religiosi della festa. Ma non c’è la grande cena di famiglia come momento centrale, non c’è l’idea di “festa domestica” che occupa l’intera giornata. Per la maggior parte delle persone, è semplicemente un giorno festivo: chi vuole va in chiesa, chi non è religioso lo vive come un giorno per rilassarsi, uscire, incontrare qualcuno.

Qui arriva la prima grande differenza rispetto a quello che molti di noi danno per scontato: il Natale coreano non è una festa familiare. Non c’è quella corsa frenetica di tutti che cercano di tornare nella propria città natale, come avviene per altre ricorrenze. Il motivo, in fondo, è molto semplice: la Corea ha già Chuseok e Seollal. Chuseok, spesso definito il “Thanksgiving coreano”, cade in autunno ed è il momento in cui le famiglie si riuniscono, preparano grandi pasti, rendono omaggio agli antenati. Seollal, il Capodanno lunare, cade fra gennaio e febbraio ed è un’altra occasione in cui si mangia insieme, si ci inchina agli anziani, si riceve denaro dai parenti. Anche i cristiani, pur rinunciando alle parti del rituale che prevedono l’inchino agli antenati, mantengono il ritrovo familiare e il banchetto come elementi culturali irrinunciabili.

Con due grandi festività così fortemente radicate nel tessuto familiare, non c’era bisogno di un “terzo appuntamento” centrato sulla casa e sui parenti. La Corea, però, è sempre molto pronta ad abbracciare nuove giornate dedicate alle coppie: nel calendario esistono già altre tre ricorrenze romantiche importanti, ma c’è sempre spazio per un’altra occasione per uscire, scambiarsi regali, farsi una foto abbracciati sotto le luci della città. E così, più che una festa incentrata sul calore domestico, il Natale è diventato “San Valentino con Babbo Natale”: una giornata pensata per gli innamorati, con la possibilità di estenderla agli amici più stretti, alle “found families”, a chi ha voglia di condividere un po’ di inverno e di luci in buona compagnia.

Questa impostazione si riflette anche nei regali. Lo scambio di doni non è centrale come in molti Paesi occidentali, dove la montagna di pacchetti sotto l’albero è quasi un simbolo irrinunciabile. In Corea del Sud i regali di Natale si fanno, ma in modo molto più contenuto. È raro che tutti i membri di una famiglia si scambino doni elaborati: spesso sono le coppie a farsi un pensiero, o gruppi di amici molto uniti. Nelle famiglie che celebrano in maniera più “classica”, il regalo più comune è il denaro, donato spesso la sera della Vigilia. Altri doni tipici sono le “esperienze”: una performance musicale preparata da qualcuno, una lettura di poesie, un momento di intrattenimento condiviso. Quando si regala un oggetto, viene sempre consegnato con entrambe le mani, come vuole l’etichetta coreana, in segno di rispetto.

Allo stesso tempo, il Natale è una festa fortemente commercializzata. I saldi iniziano presto, già da metà novembre nei grandi magazzini, e ogni acquisto può trasformarsi in un biglietto per partecipare a qualche estrazione di premi. Ci sono sconti ovunque, campagne pensate apposta per le coppie, promozioni online per chi preferisce non sfidare il freddo e lo shopping compulsivo a cielo aperto. In questo contesto, i prodotti più richiesti a Natale raccontano moltissimo dell’immaginario collettivo: calici da vino per brindare in due, profumi da regalare al partner, torte elaborate con decorazioni perfette per essere fotografate e un completo di lingerie rossa per la “festa in casa”. Bambini e persone non in coppia, in questa prospettiva, restano un po’ sullo sfondo, come se dovessero “accontentarsi” simbolicamente di un pezzo di carbone.

Lo scambio di regali tra partner è dato quasi per scontato, e questo spiega perché alcuni articoli specifici vadano a ruba: preservativi, biancheria intima sexy, prenotazioni nei love motel. Gli hotel più eleganti di Seoul propongono pacchetti natalizi pensati su misura per due: taglieri di formaggi, torte speciali, vino rosso, spettacoli jazz, cene raffinate a più portate. Chi non ha il budget per questi soggiorni da sogno può puntare sui love motel, alberghi economici con check-in serale, che la notte del 24 dicembre registrano il picco di presenze dell’anno e spesso si riempiono già con mesi di anticipo. Il Natale diventa così un intreccio di luci soffuse, calici tintinnanti, camere d’albergo e appuntamenti programmati al millimetro.

In questo quadro, c’è chi vive il Natale come pressione più che come piacere. Le coppie si sentono quasi obbligate a trasformare il 24 e il 25 in qualcosa di memorabile, mentre chi è single avverte addosso lo sguardo curioso o il sottotesto implicito di una festa che sembra fatta su misura per chi non è solo. C’è anche chi, proprio per questo, decide di “ribaltare” il copione e dedicare il Natale all’amicizia: uscire con gli amici, organizzare cene di gruppo, trasformare la festa in un momento per celebrare le relazioni che non rientrano nella categoria “coppia romantica”. Non tutti hanno voglia di inseguire l’appuntamento perfetto in una città invasa di luci e aspettative.

Sul piano più pratico, il Natale coreano è anche una questione di clima. In media, le temperature del periodo natalizio oscillano tra i 3°C come massima e i -7°C come minima. La neve il 25 dicembre non è impossibile, ma è rara: ci sono stati anni in cui Seoul si è svegliata sotto un soffice strato bianco, ma non è quello che succede di solito. Se per molti questo toglie un po’ di magia, per altri è solo un pretesto in più per cercare luci, mercatini e piste di pattinaggio dove costruirsi il proprio piccolo inverno da cartolina.

Anche le decorazioni raccontano bene il modo in cui la Corea ha fatto proprio il Natale. A dicembre, i principali distretti commerciali, Myeongdong, Dongdaemun e Gangnam si accendono di luci e ornamenti: ghirlande, installazioni luminose, alberi giganteschi nei centri commerciali decorati con palline scintillanti e addobbi ultra-moderni. La capitale si illumina di colori e riflessi, le strade diventano un susseguirsi di foto scattate, cappelli di Babbo Natale di plastica, coppie che si fermano a fare selfie davanti agli alberi più imponenti. I centri commerciali in queste zone competono a colpi di allestimenti spettacolari, e le decorazioni natalizie fanno da scenografia alle maratone di shopping.

Dentro casa, però, la situazione è più sfumata. Ghirlande, luci e alberi di plastica sono economici e facili da trovare, magari nel Daiso del quartiere, e molte famiglie religiose o meno amano comunque preparare un albero in salotto. Le decorazioni domestiche, però, non sono pervasive come in molti Paesi occidentali. Le case non si riempiono automaticamente di lucine colorate, e soprattutto sono molto più rare le decorazioni esterne, quelle facciate che da noi si trasformano in un tripudio di luci e figure luminose. Un motivo pratico è che molti coreani vivono in condomìni e appartamenti, che offrono poco spazio per addobbi all’aperto. Al posto delle decorazioni “classiche”, a volte si trovano ornamenti più tradizionali: pantofole di seta appese, piccoli tamburi, dettagli che mescolano simboli coreani e atmosfera invernale. La musica che accompagna tutto questo non è quella dei vecchi classici natalizi occidentali. Invece di “I’m Dreaming of a White Christmas” in sottofondo ovunque, a dominare sono le canzoni natalizie speciali pubblicate dai gruppi K-pop in questo periodo dell’anno. Brani che parlano di amori invernali, mani fredde che si scaldano l’una nell’altra, appuntamenti sotto la neve (vera o immaginata), luci e promesse per l’anno nuovo.

E Babbo Natale, in tutto questo, che ruolo ha? In Corea è una figura molto amata dai bambini, ma la sua presenza è legata soprattutto al marketing, alle campagne pubblicitarie, alle decorazioni. Viene spesso chiamato “nonno Santa”, Santa Haraboji, e appare ovunque: nelle vetrine dei negozi, nei centri commerciali, sui cartelloni. A volte indossa il classico completo rosso, altre volte viene rappresentato in blu o verde, oppure vestito con abiti tradizionali e il cappello nero gat della dinastia Joseon, in una fusione curiosa tra icona occidentale e immaginario storico coreano. Il suo ruolo non è tanto quello di “portatore di doni” in una notte magica per i bambini, quanto un simbolo stagionale, un volto sorridente che aiuta a vendere prodotti e a costruire l’estetica natalizia. Il cibo di Natale è un altro punto in cui la Corea si distanzia nettamente dai modelli occidentali. Tutte le varianti del grande pranzo natalizio tipico di alcune culture non fanno parte della tradizione culinaria locale. Ma a Seoul, soprattutto nel quartiere di Itaewon, non è difficile trovare bar e ristoranti che organizzano un pranzo di Natale “in stile occidentale”, magari su prenotazione. Molti coreani, però, non sentono minimamente il bisogno di replicare l’esperienza natalizia altrui.Il cibo invernale coreano ha davvero moltissimo da offrire: barbecue fumante, piatti come lo jjolmyeon e altre pietanze calde e confortanti che, in una serata fredda, hanno davvero poco da invidiare a qualsiasi tradizione “importata”.

Quando il Natale viene festeggiato in famiglia, la tavola si riempie di sapori classici coreani. Piuttosto che un grande arrosto, ci sono noodles di patata dolce, kimchi immancabile, piatti condivisi e ciotole che passano da una mano all’altra. Un piatto particolarmente amato, carico di simbolismo, è il tteok guk: una zuppa a base di torte di riso servite in un brodo chiaro, arricchita da carne o frutti di mare. Il brodo rappresenta un nuovo inizio, mentre le torte di riso rotonde ricordano delle monete e, per questo, sono collegate all’idea di prosperità per l’anno che sta per arrivare. Accanto a questa zuppa si possono trovare hotteok (frittelle dolci ripiene), mandu (ravioli coreani), patate dolci arrostite, tutti piatti che scaldano e profumano la casa. Le coppie, spesso, scelgono una strada diversa: invece di mettere a tavola tutta la famiglia, condividono il pasto solo tra loro o con gli amici, e riservano il Capodanno alla dimensione familiare più “classica”. Molti preferiscono uscire a cena nei ristoranti, soprattutto a Seoul, dove i buffet natalizi sono molto richiesti e vanno prenotati con un certo anticipo. Non esiste un piatto “ufficiale” del Natale coreano: l’importante è mangiare bene e sentirsi coccolati dall’atmosfera. Una costante, invece, è la torta di Natale, molto popolare fra le coppie. È il finale perfetto di una cena romantica o di una serata passata con gli amici.

Fuori casa, le possibilità per vivere il Natale a Seoul sono infinite. Ci sono le luci natalizie della Cattedrale di Myeongdong, che attirano credenti e curiosi con il loro gioco di ombre e colori. C’è Lotte World Adventure, che per l’occasione si trasforma con l’evento a tema “Miracle Winter”, regalando ai visitatori un parco divertimenti in versione natalizia, con decorazioni, spettacoli e, naturalmente, moltissime opportunità per scattare fotografie. In centro, a Seoul Plaza, spicca un grande albero di Natale affiancato da una pista di pattinaggio su ghiaccio, mentre ai piani interrati del COEX, dentro la Starfield Library, un gigantesco albero decorato diventa il protagonista indiscusso di migliaia di scatti. Poiché il Natale è festa nazionale, questi luoghi diventano inevitabilmente molto affollati. I punti che trasmettono la sensazione di “Natale” nel modo più immediato sono presi d’assalto da chi cerca lo spirito natalizio così come l’ha visto in film, serie tv e cartoline. Lotte World, con i suoi eventi tematizzati, è uno dei luoghi preferiti dalle coppie per trasformare il 24 o il 25 in una giornata speciale. Myeongdong, con le luci, i negozi e la sua aria internazionale, viene percepito come il posto ideale per un appuntamento di Natale, soprattutto alla Vigilia. Essendo una festività percepita come “occidentale”, anche quartieri come Itaewon, con la loro forte componente internazionale, sono particolarmente animati in questo periodo.

Inoltre, in città vengono allestite molte piste di pattinaggio all’aperto, alcune temporanee, altre ormai diventate un’istituzione. La pista davanti al Municipio si riempie in fretta, con file che possono durare ore. Chi non ha voglia di aspettare al freddo sceglie semplicemente di restare a casa, accoccolato con il partner o con gli amici davanti al fuoco (o, più realisticamente, a una stufetta), perché in fondo non c’è niente di più romantico di una serata al caldo mentre fuori l’aria punge. Per le famiglie con bambini ci sono anche pendii temporanei per slittini, spesso montati nelle aree urbane per rendere l’inverno più divertente. Le piste possono essere grandi e davvero spassose, e andare con i più piccoli a provare lo slittino diventa un appuntamento quasi obbligato se ci si trova in Corea in questo periodo. E poi ci sono le montagne: la Corea è un Paese molto montuoso e ospita numerose località sciistiche, molte delle quali abbastanza vicine a Seoul da permettere una gita in giornata. Alcuni resort hanno piste aperte anche in orario notturno, ideali per chi sogna un “bianco Natale” e vuole inseguire davvero la neve, sapendo però che dovrà condividerla con moltissime altre persone. Prenotare in anticipo è quasi d’obbligo.

Non mancano nemmeno le occasioni per chi vuole immergersi nell’atmosfera natalizia attraverso le tradizioni più “classiche”. C’è chi organizza una festa di canti natalizi con gli amici la sera della Vigilia, soprattutto tra gli stranieri che sentono la nostalgia delle loro abitudini. I gruppi possono andare porta a porta nei quartieri residenziali, cantando alle famiglie per metterle di buon umore. Non serve avere una voce particolarmente intonata: è lo spirito di condivisione a rendere speciale il momento. Lo shopping, come sempre, è un capitolo a parte. Anche se non ci si scambia una valanga di regali con amici e parenti, moltissime persone comprano qualcosa per il proprio partner. Le vie dello shopping si riempiono di saldi, cartelloni, promozioni a tema, e i negozi sfruttano appieno il potere di Babbo Natale, delle luci e della musica per convincere i passanti a varcare la soglia. Chi non ha voglia di affrontare il freddo o la folla può sempre rifugiarsi in casa, guardare programmi e film natalizi in tv, magari con una coperta sulle gambe e una tazza calda in mano. Online, le offerte non mancano, e anche lì il Natale diventa un pretesto perfetto per riempire il carrello.

Un modo più delicato e intimo per condividere lo spirito natalizio è quello dei biglietti di auguri. In Corea, i biglietti natalizi sono facili da trovare e costano spesso meno rispetto ad altri Paesi. Molti hanno motivi naturali: paesaggi innevati, alberi, scenari tranquilli che possono piacere a persone di età e gusti diversi. Spedirli ad amici e familiari è un gesto semplice ma significativo; chi li riceve sa che è stato pensato, ricordato, e magari risponde con un biglietto a sua volta. È una forma di scambio che non passa necessariamente attraverso grandi spese, ma che mantiene comunque vivo il filo delle relazioni. Ci sono poi le fiere e i mercatini di Natale, che in Corea non raggiungono le dimensioni e la fama dei mercatini europei, ma hanno comunque il loro fascino. Se si guarda il Natale in Corea del Sud dall’esterno, può sembrare una copia un po’ rielaborata di un Natale “classico”: luci, Babbo Natale, canzoni, alberi, grandi magazzini pieni di gente. In realtà, sotto la superficie, la storia è diversa. Il Natale è arrivato in Corea come festa nazionale prima ancora che il cristianesimo fosse davvero presente tra la popolazione. Nel tempo, è diventato un giorno per uscire, divertirsi e consumare, filtrato attraverso la lente di un Paese che ha già due grandi feste familiari e una lunga serie di date romantiche nel calendario.

Oggi, se per te il Natale è soprattutto famiglia, divertimento e buon cibo, la Corea del Sud può offrirti tutti e tre, ma a modo suo. Puoi ritrovare un po’ di “casa” cercando un pranzo occidentale in un ristorante di Itaewon, oppure decidere di lasciarti completamente alle spalle il bisogno di replicare ciò che conosci e buttarti nelle differenze: provare il tteok guk per sentirti simbolicamente all’inizio di qualcosa di nuovo, chiudere la cena con una torta alla panna e fragole, prendere un biglietto per il pattinaggio a Seoul Plaza, camminare tra le luci di Myeongdong, scegliere una pista da sci per inseguire la neve, mandare biglietti di auguri a chi è lontano, o semplicemente tenere per mano qualcuno mentre guardi le decorazioni dei grandi magazzini.

Natale in Corea del Sud non è la festa “più importante dell’anno”, ma è una pausa, un respiro, un’occasione per rallentare e godersi, almeno per un giorno, la combinazione bizzarra di consumismo, romanticismo, luci invernali e significati religiosi che si intrecciano senza mai sovrapporsi del tutto. Un 25 dicembre che, invece di assomigliare al nostro, ha scelto la sua strada: meno presepi, più appuntamenti; meno regali sotto l’albero, più pacchetti condivisi al ristorante; meno ritorni al paese d’origine, più camere d’albergo prenotate; meno “tradizione” nel senso in cui la intendiamo noi, ma comunque un suo modo riconoscibile di tenere insieme persone, desideri e ricordi.