9 gennaio 2026

Giovani fermi, non pigri: il prezzo invisibile della competizione in Corea del Sud

Scrivo questo articolo con una sensazione difficile da scrollarsi di dosso, una di quelle che non esplodono all’improvviso ma restano lì, sedimentate, come una stanchezza che non passa. Perché quando si parla dei giovani che “si fermano”, che “non fanno nulla”, che “si riposano”, spesso si guarda solo la superficie. E invece sotto c’è un accumulo di anni, aspettative, confronti, promesse non mantenute e una pressione che inizia troppo presto per poter essere davvero compresa da chi la osserva dall’esterno.

C’è chi non ha mai conosciuto una vita senza pressione. Fin dalle elementari, passando per le medie e le superiori, lo studio diventa un impegno totalizzante, una corsa continua verso l’obiettivo successivo. Entrare in una buona università non è un traguardo, ma solo un altro gradino. Una volta lì, il ritmo non rallenta: voti altissimi, associazioni accademiche, certificazioni, lingue straniere, programmi di scambio, stage. Anche dopo la laurea, il percorso resta serrato, con tirocini in istituzioni pubbliche e mesi interi dedicati esclusivamente alla ricerca di un lavoro.

Cercare lavoro, in Corea del Sud, è un processo lungo ed estenuante. Ogni candidatura richiede testi personalizzati, test attitudinali diversi per ogni azienda, più fasi di colloqui che possono durare mesi. Si arriva spesso all’ultima selezione, si sfiora l’assunzione, e poi arriva il rifiuto. Ancora. E ancora. Fino a quando qualcosa cede.

Per alcuni, quel cedimento prende la forma di una pausa forzata. Non per mancanza di volontà, ma per esaurimento. È così che si entra in quella categoria che le statistiche definiscono come “just resting”: giovani che non lavorano, non studiano, non cercano attivamente un impiego e non rientrano in altre categorie formali. Una zona grigia, uno spazio di sospensione che assomiglia più a un limbo che a un vero riposo.

Ogni mese, le rilevazioni ufficiali pongono una domanda semplice: “Cosa hai fatto la scorsa settimana?”. Le risposte previste sono limitate e chi non rientra in nessuna di esse viene classificato come “a riposo”. È una definizione che ricorda il concetto di NEET, ma con una sfumatura ancora più ambigua, perché non spiega nulla delle cause, delle motivazioni, del peso emotivo che porta con sé.

I numeri raccontano una tendenza chiara. Tra i giovani sui vent’anni, questa condizione ha raggiunto livelli record, con un aumento impressionante rispetto a dieci anni fa. Una percentuale significativa ha un titolo universitario o superiore. Non si tratta quindi di giovani privi di istruzione o di esperienze: molti hanno già lavorato, spesso più di una volta. La motivazione più frequente per la pausa non è la mancanza di voglia, ma l’assenza di opportunità ritenute adeguate.

Adeguate, però, a cosa?

Dopo dodici anni di studio ininterrotto, l’idea di “accontentarsi” pesa come una sconfitta. Le grandi aziende diventano l’unica ricompensa percepita per anni di sacrifici. Offrono stipendi più alti, benefit migliori, una stabilità che le piccole e medie imprese non garantiscono. Il divario salariale è netto, così come quello nelle condizioni di lavoro. Accettare un impiego considerato inferiore non viene vissuto come un semplice compromesso, ma come un marchio che rischia di accompagnare una persona per tutta la carriera.

In Corea del Sud, il primo ingresso conta più di quanto si voglia ammettere. L’università frequentata diventa un’etichetta permanente, e lo stesso vale per il primo lavoro. Questo rende ogni scelta carica di un peso sproporzionato. Abbassare le proprie aspettative non è facile, soprattutto quando si è cresciuti interiorizzando standard altissimi, spesso imposti dall’esterno ma poi fatti propri.

C’è chi, dopo decine di candidature respinte, smette semplicemente di provarci. Non perché non voglia lavorare, ma perché non riesce più a sostenere il carico emotivo di un sistema che sembra chiuso. C’è chi passa le giornate scorrendo lo schermo del telefono, rifugiandosi nei PC café di notte per evitare domande e sguardi in famiglia. Chi sente ogni annuncio di successo altrui come una conferma del proprio fallimento.

E poi c’è un altro aspetto, forse ancora più profondo: molti giovani arrivano a questo punto senza aver mai avuto lo spazio per chiedersi cosa vogliono davvero. Il percorso è sempre stato tracciato da altri. Studia, entra in una buona scuola, poi in una buona università, poi in una buona azienda. Deviare non è contemplato. Il risultato è che, una volta interrotto il flusso, ci si trova improvvisamente senza una direzione.

Alcuni tentano di usare questa pausa per esplorare possibilità rimaste sempre ai margini: la creatività, la scrittura, il video, nuovi percorsi di studio, esperienze all’estero. C’è chi prova un lavoro, si rende conto che sta distruggendo la propria salute mentale e si ferma per non crollare del tutto. Chi vive questo periodo come una miscela di paura e libertà, con l’ansia che cresce insieme alla consapevolezza di non voler più tornare a una vita che non sente propria.

Eppure, anche quando la pausa non porta a risposte immediate, non viene vissuta come tempo sprecato. Per molti, è il primo momento in cui imparano cosa significa vivere secondo i propri ritmi, anche se questo comporta incertezza e instabilità.

Il problema è che dall’esterno tutto questo viene ridotto a una parola sola: riposo. Ma non c’è nulla di rigenerante in una pausa vissuta con il costante senso di colpa, con la paura di restare indietro, con l’ansia di non avere un posto nel mondo. Non c’è nulla di leggero in un tempo attraversato dalla preoccupazione quotidiana per il futuro.

Anche chi desidera lavorare si scontra con ostacoli strutturali difficili da superare: cambi di carriera penalizzati dall’età, settori saturi, competenze che sembrano non bastare mai. La narrazione dominante, però, continua a concentrarsi sull’individuo, ignorando il contesto che lo ha portato a fermarsi.

Gli esperti che lavorano a stretto contatto con i giovani parlano chiaro: questa non è pigrizia. È una forma di autodifesa. Anni di valutazioni continue, classifiche, confronti costanti hanno creato una pressione che molti non riescono più a reggere. La competizione non si ferma mai: prima i test scolastici, poi il prestigio dell’università, infine la reputazione dell’azienda. Anche il mondo del lavoro tecnologico viene organizzato in gerarchie simboliche, con nomi che tutti conoscono e a cui tutti aspirano.

Crescere in un ambiente del genere significa interiorizzare la paura di restare esclusi. Ogni rifiuto rafforza la sensazione di essere inadeguati. Ogni scelta sembra definitiva, irreversibile. A lungo andare, questo porta all’immobilità, non perché manchi il desiderio di muoversi, ma perché il rischio di sbagliare appare troppo alto.

Alcune voci hanno iniziato a definire queste pause per quello che sono davvero: strategie di sopravvivenza. Tentativi di proteggersi da un sistema che consuma lentamente, senza concedere spazi di recupero. Guardare a questi giovani come a persone che “si riposano” significa non vedere la fatica accumulata, non ascoltare il disagio che li ha portati lì.

Il fenomeno non è il risultato di scelte individuali isolate, ma di un problema strutturale profondo. Continuare a etichettarlo con leggerezza rischia di rendere invisibili proprio coloro che avrebbero più bisogno di essere compresi. Perché fermarsi, in questi casi, non è rinunciare. È cercare di restare a galla.