14 gennaio 2026

A tavola in Corea: rispetto, armonia e piccoli gesti che raccontano una cultura

 

Avvicinarsi al cibo coreano significa entrare in un universo che va ben oltre i sapori, le ricette o la curiosità gastronomica. A tavola, in Corea, non si mangia soltanto: si comunica, si costruiscono relazioni, si manifesta rispetto, si preserva una tradizione antica fatta di equilibri, ruoli e attenzioni reciproche. Ogni gesto, anche il più piccolo, racconta qualcosa sul modo in cui le persone stanno insieme.

Le buone maniere a tavola non sono una lista rigida di regole da imparare a memoria, ma uno strumento per creare armonia tra chi condivide il pasto. È un linguaggio silenzioso che serve a dimostrare gratitudine per il cibo, per chi lo ha preparato e per la compagnia. È anche uno dei modi più concreti attraverso cui si trasmettono valori culturali, spesso fin dall’infanzia, proprio durante i pasti in famiglia.

La tavola coreana, chiamata bapsang, è una sorta di palcoscenico. Il riso occupa il centro, circondato da una varietà di contorni condivisi, i banchan, che trasformano il pasto in un’esperienza collettiva. Ogni piatto ha il suo posto, così come ogni persona. Il posto d’onore spetta all’ospite più importante o alla persona più anziana, mentre il padrone di casa si siede alla sua destra. In contesti più tradizionali, uomini e donne possono sedere separatamente, con una precedenza assegnata agli uomini. La disposizione non è casuale: serve a mantenere ordine, rispetto e gerarchie ben definite.

Prima ancora di iniziare a mangiare, c’è una frase che racchiude il senso profondo del pasto: “Jal-mukkes-seub-nida”, ovvero “mangerò bene” o “mi godrò questo pasto”. È un ringraziamento preventivo, un riconoscimento verso chi ha cucinato e verso il cibo stesso. Alla fine, quando il pasto è concluso, si risponde con “Jal-muhguhs-seub-nida”, “ho mangiato bene”, per esprimere soddisfazione e gratitudine.

Il rispetto per gli anziani è uno dei pilastri fondamentali della cultura coreana e si manifesta in modo evidente a tavola. Nessuno inizia a mangiare prima della persona più anziana o più autorevole presente. Anche quando questa invita gli altri a cominciare, molti preferiscono attendere comunque, per sicurezza e per rispetto. Questo principio si riflette anche nella lingua, che distingue chiaramente il modo di parlare e di rivolgersi a chi è più grande o occupa una posizione superiore. Persino il verbo “mangiare” cambia a seconda dell’età e dello status dell’interlocutore, a dimostrazione di quanto il linguaggio e il comportamento siano profondamente intrecciati.

Le posate raccontano altrettanto. In Corea si utilizzano cucchiaio e bacchette, ma con ruoli ben distinti: il cucchiaio è riservato a riso e zuppe, le bacchette ai contorni. Non si tengono mai insieme nello stesso momento e non si usano come se fossero spiedini o strumenti di gioco. È assolutamente vietato infilzarle verticalmente nel riso, un gesto che richiama i rituali funebri. Anche passare il cibo da bacchetta a bacchetta è un tabù, per lo stesso motivo simbolico.

A differenza di altre culture asiatiche, in Corea non si solleva la ciotola del riso o della zuppa per avvicinarla alla bocca. Storicamente, quel gesto era associato ai mendicanti, e per questo è rimasto socialmente inaccettabile. Allo stesso modo, fare rumore mentre si mangia è considerato maleducato: niente risucchi, niente masticare a bocca aperta, niente percussioni con le posate. Il cibo va gustato con calma, in silenzio, assaporando ogni boccone.

La condivisione è un altro elemento chiave. I piatti sono comuni e nessuno dovrebbe accumulare porzioni eccessive nel proprio piatto. Si prende solo ciò che serve, lasciando spazio agli altri. Essere selettivi o rifiutare sistematicamente alcuni piatti è visto come una mancanza di rispetto, perché significa non riconoscere l’impegno e la varietà della tavola.

Durante il pasto, l’attenzione dovrebbe essere rivolta alle persone e al momento condiviso. Telefoni, televisione, giornali o distrazioni simili non trovano spazio. Mangiare insieme è un atto sociale, non un’azione automatica da svolgere in sottofondo.

Le regole si fanno ancora più articolate quando entra in gioco l’alcol, soprattutto in presenza di anziani o superiori. Se viene offerto un drink, rifiutarlo apertamente è considerato scortese. Il bicchiere si prende sempre con entrambe le mani, oppure con una mano mentre l’altra sostiene il gesto in segno di rispetto. Non ci si versa mai da bere da soli: si versa per gli altri e si lascia che qualcuno riempia il nostro bicchiere. Anche il semplice atto di bere segue un rituale preciso: ci si gira leggermente di lato rispetto all’anziano, si copre la bocca con una mano e si beve. È una pratica ancora oggi molto diffusa, anche se discussa, e seguirla è sempre la scelta più sicura.

La Corea moderna ha integrato molte abitudini occidentali, soprattutto nei contesti informali o lavorativi internazionali. Tuttavia, il rispetto per gli anziani resta intatto e attraversa ogni situazione, dal ristorante elegante alla cena in famiglia. Esistono anche differenze regionali: in alcune zone si usano cucchiaio e bacchette insieme, in altre solo le bacchette. Nei ristoranti fusion le regole possono essere più rilassate, ma la base culturale rimane sempre riconoscibile.

Durante festività tradizionali come Chuseok e Seollal, il cibo assume un valore ancora più simbolico. Prima di mangiare, si rendono omaggi agli antenati e si condividono piatti specifici legati alla ricorrenza, come il tteokguk per il Capodanno lunare. Anche in questi momenti, il pasto diventa un ponte tra passato e presente, tra memoria e comunità.

Alla fine, comprendere l’etichetta a tavola in Corea significa capire che non si tratta di regole fini a se stesse. È un modo per dimostrare rispetto, attenzione e apertura verso una cultura che attribuisce un valore profondo al mangiare insieme. Anche per chi viene da lontano, avvicinarsi a queste usanze con curiosità e rispetto è il primo passo per sentirsi davvero parte di quel momento condiviso.

Fonti: 

  1. https://laseoulite.substack.com/p/korean-table-manners
  2. https://asianinspirations.com.au/food-knowledge/10-basic-rules-of-korean-dining-etiquette
  3. https://honoraryreporters.korea.net/

Cashero: quando fare la cosa giusta ha un prezzo


Ho terminato recentemente la visione di Cashero, un drama di soli otto episodi disponibile su Netflix. A essere sincera, non è una serie che mi ha colpita per la storia in sé. La trama è semplice, a tratti prevedibile, e alcune risoluzioni narrative risultano fin troppo facili. Eppure, proprio come mi è già capitato con altre opere, sentivo il bisogno di fermarmi a scriverne. Non perché mi abbia sorpresa, ma perché il messaggio che porta con sé è fin troppo riconoscibile.

Cashero è una metafora esplicita del denaro e delle scelte che siamo costretti a compiere in un mondo in cui tutto ha un prezzo. La storia segue Kang Sang-ung, un timido funzionario pubblico che eredita dal padre — distante e irritante — un’abilità soprannaturale tanto potente quanto scomoda. Sang-ung può accedere a una forza fisica straordinaria solo quando porta con sé denaro contante. Più soldi ha in tasca, più diventa forte. Ma ogni utilizzo del potere consuma direttamente quel denaro. Aiutare qualcuno significa letteralmente impoverirsi.

Il dilemma è immediato e profondamente scomodo: usare il potere per fare del bene al mondo o conservarlo per proteggere la propria sicurezza economica. Non c’è eroismo facile in questa scelta. Non c’è gloria. C’è solo il costo.

Il drama insiste su un concetto chiaro: non sono i soldi a fare l’eroe, ma il cuore. Sang-ung non è ossessionato dal denaro, anzi, è goffo nel contrattare e spreca continuamente occasioni per guadagnare di più. E proprio per questo è un personaggio in cui è facile riconoscersi. Non è un eroe per vocazione, né per ambizione. I suoi desideri sono modesti e profondamente umani: risparmiare abbastanza per comprare una casa con la sua ragazza, Kim Min-suk, e vivere una vita stabile. Gli atti di altruismo sono qualcosa che evita, non per cattiveria, ma per necessità. Solo le pressioni esterne lo costringono a intervenire, sempre con riluttanza.

Ed è qui che Cashero smette di essere una semplice serie sui superpoteri e diventa qualcosa di più interessante. Non racconta il trionfo della giustizia, ma la fatica quotidiana di una persona comune che cerca di restare a galla. Non celebra l’eroe che sconfigge i cattivi, ma un cittadino qualunque che desidera ardentemente una casa e una sicurezza economica minima. Una rappresentazione che, nel contesto sudcoreano, risulta immediatamente risonante.

Il concetto che mi ha colpita di più è quello del “secondo lato della medaglia” dei superpoteri. In Cashero nessun potere è gratuito. Ogni abilità ha un prezzo: chi predice il futuro perde la memoria, chi viaggia nel tempo perde tempo reale della propria vita, chi ottiene poteri bevendo alcol distrugge il proprio fegato, chi usa la telecinesi deve mangiare continuamente per non perdere le forze. È una metafora semplice ma efficace: ogni vantaggio comporta una perdita.

E il denaro, in questo sistema, diventa il superpotere per eccellenza.

“Il denaro è un superpotere” è un detto che spesso viene associato alla Corea del Sud, e in Cashero questa idea trova una rappresentazione quasi letterale. Nei primi episodi la serie affronta un vero e proprio dilemma etico: se il potere di aiutare gli altri dipende dai soldi, chi è davvero libero di fare del bene? La premessa stessa del drama funziona come una critica implicita a una società in cui anche la moralità è condizionata dal portafoglio.

Il denaro, qui, non è sinonimo di lusso, ma di sicurezza. In Corea del Sud non è percepito principalmente come status symbol, ma come condizione minima per vivere senza ansia. Il costo della vita è elevato, il welfare è percepito come insufficiente e la competizione sociale è costante. Non avere soldi significa essere vulnerabili. La classe media vive sotto una pressione economica continua: debiti, mutui, stipendi considerati sproporzionati rispetto allo sforzo richiesto, la paura costante di “scendere di livello” socialmente.

Questo spiega perché in Cashero ogni azione venga valutata prima di tutto in termini di costo, non solo morale. Il valore personale, nella società coreana, è spesso letto attraverso il lavoro, il reddito, la capacità di mantenere se stessi e la propria famiglia. Nella serie, il potere dipende dai soldi: una metafora diretta e fin troppo onesta di questa mentalità.

Fare del bene, in Cashero, costa davvero. Aiutare gli altri non è sempre sostenuto dallo Stato e ricade spesso sull’individuo. Più aiuti, più ti impoverisci. È una rappresentazione estrema, certo, ma incredibilmente realistica. Il protagonista non è limitato da una mancanza morale, ma dalla sua situazione economica. Esattamente come accade nella vita reale.

Forse è per questo che Cashero colpisce così tanto, nonostante i suoi limiti narrativi. Non parla di ricchi contro poveri, ma di persone normali che vorrebbero fare la cosa giusta e sono costrette, ogni giorno, a porsi la stessa domanda: me lo posso permettere? Ed è una domanda che, in Corea del Sud, non appartiene alla finzione. È una realtà quotidiana.