15 gennaio 2026

La Principessa Bari, la dea degli abbandonati


Scrivo questo articolo con una sensazione difficile da definire, a metà tra il peso e la gratitudine. Ci sono storie che non si limitano a essere raccontate: restano. Si depositano lentamente, come un sedimento che lavora in silenzio. La storia della Principessa Bari è una di quelle. Non perché sia rassicurante o edificante, ma perché è necessaria. Perché parla di abbandono, di morte, di lavoro, di dolore, di cura. E soprattutto di ciò che vive ai margini, di ciò che non ha potere ma continua comunque a sorreggere il mondo.

La Principessa Bari nasce due volte: come figlia rifiutata e come divinità che accoglie. Il suo nome lo dice senza attenuanti. Bari significa “abbandonata”, “gettata via”, “scartata”. Non è un nome che celebra, è un nome che ferisce. Eppure è proprio da questa ferita che tutto prende forma.

Nel mito, un re ignora l’avvertimento di un indovino. Gli viene detto di attendere un anno prima di sposarsi, altrimenti avrà sette figlie. Non ascolta. Nascono sei figlie, che ama. Ma quando nasce la settima, il desiderio di un figlio maschio viene definitivamente frustrato. La reazione è brutale: la neonata viene chiamata Bari, rinchiusa in una cassa e abbandonata al fiume. È il gesto estremo di una società patriarcale che non tollera ciò che non risponde alle sue aspettative.

Bari cresce lontano dalla corte, senza conoscere le proprie origini. In alcune versioni viene allevata da una coppia povera, in altre da animali di montagna. In ogni caso cresce fuori dal sistema che l’ha rifiutata. È una bambina senza lignaggio, senza protezione, senza destino garantito. Ed è proprio questa esclusione a renderla diversa.

Quando il padre si ammala gravemente e nessuna cura funziona, un altro indovino rivela che l’unico rimedio è l’acqua della vita, custodita nel mondo dei morti. Le sei figlie cresciute nel privilegio rifiutano il viaggio. È allora che il re fa cercare la figlia che aveva abbandonato. Bari accetta. Non per ambizione, non per riconoscimento, ma per un senso di responsabilità che nasce dalla dignità, non dall’obbedienza. Dice, in sostanza, che deve ripagare il fatto di essere stata portata in grembo, anche se non è stata cresciuta.

Per affrontare il viaggio nell’aldilà, Bari deve travestirsi da uomo. Il mondo dei morti non è un luogo astratto o simbolico: è fatto di fatica, tempo, lavoro. Per ottenere l’acqua della vita deve servire per nove anni il guardiano dell’aldilà, il Mujangseung. Tre anni a raccogliere acqua, tre a tagliare legna, tre ad accendere fuochi. È un lavoro ripetitivo, invisibile, privo di gloria. Non c’è nulla di eroico in queste azioni, ed è proprio questo il punto. Bari diventa adulta attraverso il lavoro, non attraverso il riconoscimento.

Quando il guardiano scopre che è una donna, le impone una nuova condizione: il matrimonio e la nascita di sette figli. Bari accetta anche questo. La sua vita diventa quella di una donna qualunque, fatta di maternità, fatica, cura. Non c’è romanticizzazione in questo passaggio. È una costrizione. Eppure, anche qui, Bari diventa centrale: costruisce una famiglia, tiene insieme relazioni, diventa il perno attorno a cui tutto ruota.

Quando finalmente torna nel mondo dei vivi con l’acqua della vita e il fiore dell’esistenza, è troppo tardi. Il funerale del padre è già in corso. Bari interrompe il corteo, versa l’acqua nella bocca del re, accarezza il corpo con il fiore e lo riporta in vita. Il re, colmo di riconoscenza, le offre metà del regno. Bari rifiuta. Non desidera potere, né onori, né ricompense terrene. Sceglie invece di tornare nell’aldilà e diventare la divinità che guida le anime dei morti.

Da quel momento, la Principessa Bari non appartiene più a una famiglia o a un regno. Appartiene a tutti.

Nel rito funerario del Jinogigut, ancora praticato oggi, la sua storia viene cantata da una sciamana vestita come una principessa antica, con gonne sovrapposte, ventagli, campanelli e tamburi. Davanti a lei, la famiglia del defunto ascolta, piange, si inginocchia. Dodici porte simboliche separano il mondo dei vivi da quello dei morti. La sciamana canta perché Bari ascolti. Perché abbia pietà. Perché accompagni l’anima del defunto oltre la soglia, non come una criminale trascinata via, ma come qualcuno che viene preso per mano.

La Principessa Bari è la dea che si prende cura dei morti perché conosce l’abbandono. Perché è stata lasciata indietro, dimenticata, respinta. È per questo che può accogliere le anime smarrite. Non perché sia potente, ma perché sa cosa significa non essere voluti.

Nel tempo, Bari ha assunto molti volti. È la figlia devota, più radicale di altre figure simili, perché salva un padre che l’ha rifiutata. È una figura femminile che mette in crisi una società discriminante, dimostrando che ciò che viene scartato può diventare essenziale. È la divinità ancestrale degli sciamani, figure marginali nella gerarchia sociale, ma centrali nel rapporto tra vita e morte, corpo e anima.

Il nome Bari-degi rende ancora più esplicita questa contraddizione. Degi è un suffisso dispregiativo, usato per indicare persone di basso rango. Una principessa che diventa Bari-degi è il prodotto di una società che degrada ciò che non le serve. Ma il mito non si limita a denunciare questa ingiustizia. Fa qualcosa di più radicale: dimostra che Bari-degi è la vera principessa. Non per nascita, ma per ciò che attraversa, per il lavoro che compie, per la responsabilità che si assume.

Nel suo viaggio verso l’aldilà, Bari incontra solo persone comuni: contadini, lavandaie, lavoratori. Nessuno le regala nulla. Tutti le dicono che se non lavori, non mangi. E lei lavora. Lava carbone finché l’acqua diventa limpida, rompe il ghiaccio dei fiumi in inverno, costruisce ponti, si prende cura degli altri. La sua crescita non passa attraverso la magia, ma attraverso la solidarietà e la fatica condivisa.

È significativo che Bari non possieda poteri soprannaturali. Non è una prescelta. Non è invincibile. È una figura che chiede aiuto, che si affida, che costruisce legami. È questo che la rende una divinità profondamente umana.

Nel mondo che costruisce una volta diventata dea dell’aldilà, il centro non è più il padre, né il marito, né il potere maschile. È lei. Bari diventa una matriarca che regge una struttura alternativa, in cui ogni membro ha un ruolo e il lavoro è condiviso. È un modello che si oppone frontalmente alla società patriarcale che l’ha rifiutata.

Per questo la Principessa Bari può essere letta come la storia dei vinti. Di chi non eredita il potere, ma diventa comunque centrale nella memoria collettiva. È una figura che salva, ma non riceve credito nel mondo dei vivi. Eppure è a lei che le persone continuano a rivolgersi quando la morte arriva.

Nella rilettura moderna che porta il suo nome, Bari diventa una donna che attraversa guerre, confini, razzismo, sradicamento. Non offre soluzioni facili né redenzioni spettacolari. Ma suggerisce una verità silenziosa: solo chi ha conosciuto il dolore può davvero accogliere l’altro e trasformare la sofferenza in cura.

La canzone sciamanica dedicata a Bari si chiama Malmi, “la fonte di tutte le cose”. Perché vita e morte non sono opposte, ma intrecciate. Bari sta esattamente lì, sul confine. Non elimina la morte, ma la rende attraversabile.

In un mondo ossessionato dal potere, la Principessa Bari rappresenta la forza di chi non ne ha. Non governa territori, non comanda eserciti, non detta leggi. Ma muove i cuori. E questo, forse, è l’unico potere che conta davvero.