Tenere in piedi un blog come questo significa avere la testa sempre accesa. Significa cercare, leggere, guardare, ascoltare, imparare. A volte sembra quasi un mestiere parallelo: non quello che ti paga, ma quello che ti nutre. E io non mi lamento, perché — diciamolo — per me è anche divertente. Dove altro mi verrebbe in mente di andare a cercare come si costruisce un 갓, un gat, quel cappello che in certi drama sembra quasi un’estensione naturale del corpo e che invece, nella vita reale, oggi non vedresti mai addosso a un uomo coreano “in pieno possesso delle sue facoltà”… a meno che non sia in giro per Gyeongbokgung con l’hanbok a noleggio, o magari stia facendo una foto per i social.
Il punto è che il gat ha avuto, di recente, un ritorno che nessuno si aspettava davvero. Quando Kingdom — serie Netflix ambientata durante la dinastia Joseon, con dentro zombie e tensione, ma anche un’estetica storica potentissima — è esplosa a livello globale, ha trascinato con sé una fissazione curiosa: quel cappello. Strano, trasparente, solenne, indossato persino in casa dalla nobiltà. Un oggetto che a molti spettatori non coreani è sembrato quasi irreale, perché non avevano mai visto nulla di simile. E infatti è successo quello che succede sempre quando qualcosa ti colpisce per la prima volta: l’attenzione è diventata mania. I contenuti legati al gat hanno iniziato a macinare visualizzazioni, i forum hanno iniziato a parlarne, i social a riproporlo, e a cascata sono aumentate le vendite online, con siti che spedivano in tutto il mondo e negozi di souvenir nelle zone tradizionali che vedevano richieste come mai prima.
Molti coreani hanno guardato quella scena con un misto di divertimento e sorpresa. Divertimento, perché vedere gli stranieri innamorarsi di un simbolo storico così rigido fa sempre un certo effetto. Sorpresa, perché in fondo anche loro si sono resi conto di conoscere quel cappello soprattutto come immagine: lo riconosci da un drama, lo colleghi a un film storico, lo vedi in una scena iconica… ma non è qualcosa che tocchi, provi, incontri nella quotidianità. È un oggetto che la modernizzazione, rapidissima e travolgente, ha spinto ai margini: nei musei, nelle esposizioni, nelle ricostruzioni sceniche. E proprio per questo, quando riemerge, sembra quasi un fantasma elegante che torna a farsi vedere.
Il gat, però, non è solo “un cappello”. È un codice. Un linguaggio. Un modo in cui una società ha scritto regole sulla testa delle persone.
È un termine ombrello che indica un copricapo composto da due elementi principali: la parte superiore che copre il capo — la 모자 (moja) — e la tesa, la 양태 (yangtae). In alcuni casi si parla anche della struttura specifica del forip, un tipo di gat in cui la parte superiore (chongmoja) è realizzata in crine di cavallo e la tesa è fatta di bambù, poi rivestita con stoffa di seta. Un oggetto, insomma, che ha un’anima doppia: materiale e simbolica.
La sua storia è lunghissima, e questa è una delle cose che mi ha colpito di più. Se guardiamo indietro, troviamo tracce in un’opera come il Samguk yusa, che raccoglie memorie e racconti dei Tre Regni, e lo ritroviamo anche nei murales dell’epoca Goguryeo. Il punto non è solo “da quanto esiste”, ma il fatto che non è nato come un oggetto fisso e immutabile: ha cambiato forme, materiali, significati.
E infatti una delle forme più antiche che emergono è il 패랭이 (paeraengi), un cappello più semplice, spesso associato ai ceti popolari, sviluppato a partire da un copricapo conico realizzato con bambù, canne o arrowroot. Era un cappello diverso, più “da vita reale”, più legato alla necessità che al decoro. E questo è uno snodo importante: perché, col tempo, il gat diventa un marcatore di status.
Durante la dinastia Goryeo, alcuni stili iniziano a rappresentare chiaramente la posizione sociale, anche perché certi copricapi vengono assegnati ai funzionari governativi. Negli ultimi anni di Goryeo compare una versione più raffinata del paeraengi: l’흑립 (heungnip), il “cappello nero laccato”, realizzato con sottili listelli di bambù o crine di cavallo. È probabilmente la forma più nota: simile a un cilindro, ma traslucida, con tesa dritta. Non era solo bello: era un segnale. I funzionari lo indossavano e lo decoravano con pietre preziose diverse per indicare il rango. Poi, nel passaggio verso l'era di Joseon, quell’oggetto si stabilizza sempre di più e diventa parte della vita quotidiana dell’élite.
Ed è nell'era di Joseon che il gat si trasforma in un simbolo quasi totale, soprattutto perché la società confuciana prende l’abito e la presentazione di sé come una cosa seria, pesantissima, quasi morale. Per gli 양반 (yangban), l’aristocrazia e classe dominante, l’abbigliamento non era un dettaglio: era integrità. Era la dimostrazione visibile di un ordine interno. E infatti gli uomini yangban indossavano il gat dal momento in cui si svegliavano fino a quando andavano a dormire. Non era “metterlo e toglierlo”: era un’estensione della rispettabilità.
E proprio perché era così carico di significato, il gat non era unico. Esistevano tipi diversi legati a ruoli, occasioni e contesti: il 사모 (samo), una specie di copricapo a ditale usato dai funzionari governativi fuori casa; lo 정자관 (jeongjagwan), più angolato, indossato dagli yangban in casa e dai maestri; il 준립 (junlip), in un materiale simile al feltro, usato da ufficiali militari e soldati; il paeraengi, più popolare, in bambù. E mentre l’uso variava in base al rango, c’è un punto che resta fermo: fino alla fine dell’Ottocento, l’idea stessa del gat è legata all’alta classe.
Questo rende ancora più interessante un passaggio storico preciso: fino al 1895 l’uso rimane esclusivo dell’élite. Poi, in un periodo in cui arrivano trasformazioni radicali — un decreto nazionale impone i capelli corti (in un mondo dove gli uomini portavano capelli lunghi), e intanto iniziano a diffondersi cappelli occidentali come le bombette — si arriva anche a consentire ai comuni cittadini di indossare il gat. Non è solo un dettaglio estetico. È un gesto che viene letto come democratizzante, anche perché ha a che fare con l’idea di uniformare l’aspetto e la presentazione del popolo: standardizzare l’outfit, mantenere un senso di decoro “corretto”, ma ampliando l’accesso a un simbolo che prima era proibito.
E qui il gat rivela la sua doppia faccia: è estetica, sì, ma anche disciplina sociale.
Ed è per questo che, quando lo guardi davvero, ti accorgi che non è nemmeno “solo tradizione”: è anche moda. Nel senso più concreto possibile. Un oggetto funzionale — perché fa ombra, davanti e dietro — e insieme fashion, perché la forma cambia in base alle tendenze, ai personaggi influenti, a ciò che “va” in quel periodo. E infatti, dentro i secoli Joseon, la sagoma del gat si muove come si muovono i trend: nei primi cento anni circa la cupola è più rotonda, quasi a cupola, fino al regno di Seongjong (attorno al 1490). Poi, nei decenni successivi, con Jungjong (attorno al 1540), la tesa si restringe e la parte superiore diventa più alta e piatta. Più avanti, circa un secolo dopo, ai tempi di Injo, la tesa si allarga molto e la cupola si restringe al punto che spesso non “calza” davvero sulla testa: non viene infilato, viene appoggiato e poi legato sotto il viso. La forma più riconoscibile, quella che ormai associamo immediatamente al gat, si afferma tra fine XVIII e inizio XIX secolo.
E sì: a guardarlo così, quello più tardo sembra quasi “perfetto”, bilanciato. Tanto che viene naturale pensare a proporzioni precise, a rapporti armonici, come se qualcuno avesse misurato altezza e ampiezza per farlo cadere nella zona delle geometrie che l’occhio ama. Non so se qualcuno abbia mai fatto davvero un’analisi matematica, ma l’impressione resta: alcune forme sembrano fatte per “stare bene” nella storia.
Poi però torni al presente, e ti ricordi un altro dettaglio: il gat oggi non lo vedi per strada. Lo vedi nei palazzi, nei tour, negli eventi, nelle foto.Eppure, nonostante la sua “assenza” dalla vita quotidiana, il gat è rimasto vivo in un altro modo: nella manifattura, nelle mani di chi sa farlo davvero.
La Corea riconosce ufficialmente alcuni saperi come patrimonio culturale, soprattutto quando si tratta di competenze rare, processi complessi, tecniche che rischiano di sparire. Ci sono categorie diverse, ma quella che ci interessa qui è l’“Intangible Cultural Heritage”: un’eredità intangibile, fatta di abilità, processi, persone. In questo spazio ci stanno, per esempio, specialisti del pansori, maestri del ferro, artigiani della ceramica tradizionale, perfino la produzione del kimchi come procedimento culturale. E la costruzione del gat — il gannil — è dentro lo stesso universo: una competenza preziosa, lunga, sfiancante, così minuziosa che capisci subito perché in passato un gat ben fatto potesse costare quanto una casa.
Il processo artigianale parte da cose che sembrano semplici, ma non lo sono. Per la tesa in bambù si usano canne giovani, di due o tre anni: vengono spaccate, rifinite, private delle parti più tenere. In pratica si prendono listelli di bambù secco, li si taglia in strisce sottilissime e li si fa bollire in acqua calda per 24 ore, finché la resina non viene estratta. Poi si asciuga e si inizia a raschiare, fino a lasciare solo lo strato esterno più sottile. A quel punto arriva una tecnica che sembra quasi impossibile: si separa la pelle del bambù in fibre sottili come capelli umani, ma più resistenti, con una tenacia tale da non spezzarsi facilmente anche se tirate alle estremità.
Queste fibre vengono poi intrecciate a mano, a incrocio, su uno stampo di legno già predisposto. Ed è una fase che da sola può richiedere fino a un mese. Quando la struttura circolare della tesa è pronta, viene trasferita su una piattaforma di legno con una curvatura convessa delicata, e viene modellata usando un ferro caldo chiamato 인두 (indoo). Questo passaggio viene descritto come il più difficile di tutti, perché tutto dipende da una sensibilità perfetta: se il ferro è troppo caldo brucia la tesa, se è troppo freddo non la modella. Ed è curioso come questo stesso strumento compaia spesso nei drama storici in contesti di tortura: un oggetto che nella realtà, invece, è legato alla precisione e alla forma.
La parte superiore del gat, la corona, viene realizzata con crine di cavallo — o, in altri casi, con sottilissimi fili di bambù — con la stessa logica laboriosa e ripetitiva, e solo dopo si passa all’assemblaggio. Il gannil, infatti, si struttura in tre fasi principali: la creazione della parte superiore (chongmojail), la creazione della tesa (yangtaeil), e poi l’unione delle due parti e la laccatura (ipjail). Ogni fase è eseguita da un maestro diverso, un jang specializzato: c’è chi è riconosciuto come chongmoja-jang, chi come yangtae-jang, chi come ipja-jang. E qui emerge un dettaglio significativo: oggi esistono maestri riconosciuti in queste categorie, e in totale vengono indicati quindici maestri legati alla creazione del gat; allo stesso tempo, c’è anche chi sottolinea quanto siano pochissimi, parlando di quattro grandi maestri “gat makers” nel paese. In ogni caso, il senso è lo stesso: non è un mestiere diffuso. È una rarità.
Dopo l’intreccio e la modellatura, arriva la finitura: le parti vengono dipinte di nero e trattate con una lacca. È questa applicazione che indurisce la superficie e rende il cappello resistente all’acqua. E quando sommi tutto — i tempi, la lentezza, la mano, l’attenzione alla temperatura, alla fibra, al trattamento dei materiali — capisci perché si dica che possono servire tre o quattro mesi per realizzare un solo gat. E capisci anche perché un gat realmente artigianale, fatto con il metodo tradizionale, possa arrivare oggi a costare l’equivalente di 30.000 dollari.
E qui arriva una cosa che secondo me taglia come una lama: esiste un mondo di gat “venduti”, riprodotti, commerciali… che non raccontano davvero la qualità e la finezza del lavoro originale. Ci sono esposizioni che hanno messo fianco a fianco opere di assemblatori riconosciuti e imitazioni, proprio per far vedere la differenza: la precisione, l’eleganza delle curve, la pulizia delle linee. Il gat, infatti, non è solo “cappello”: è una scultura leggera. È l’arte di far esistere una forma che sembra fragile e invece è tenace.
E persino il colore, che spesso diamo per scontato, non è un dettaglio. L’immaginario comune ci ha abituati al gat nero, ma esistono anche gat rossi e bianchi, e il bianco in particolare aveva un significato preciso: veniva indossato dai comuni cittadini durante i periodi di lutto nazionale. Tanto che, quando moriva l’imperatore, il prezzo di mercato di un gat bianco poteva salire fino a dieci volte.
È incredibile quante cose possa contenere un oggetto solo. Un cappello che ti racconta storia antica e dinastie, ma anche gerarchie, etica confuciana, regole di decoro, moda, economia, e perfino la globalizzazione culturale. Perché il gat oggi si muove su un paradosso: non è più un accessorio vivo nella strada, ma è vivo nell’immaginario. E l’immaginario, grazie all’Hallyu, è un palco enorme. La stessa onda globale che ha portato i drama ovunque può diventare lo spazio in cui oggetti come questo tornano a essere guardati, compresi, desiderati — non come costume di Halloween, non come stravaganza da passerella occidentale, ma come ciò che sono: una forma di bellezza costruita con regole severe, e un patrimonio fatto di mani, tempo e disciplina.
E forse è proprio questo che mi resta addosso: l’idea che anche una descrizione dettagliata non riesca davvero a rendere giustizia a certi oggetti. Che tu possa raccontare tutto — la storia, i nomi, i materiali, i mesi di lavoro — eppure resti sempre qualcosa che appartiene allo sguardo. Alla presenza. Alla sensazione netta di avere davanti un pezzo di Corea che non è “folklore”, ma identità.
fonti:
- https://laseoulite.substack.com/p/korean-traditional-headpiece-gaht
- https://www.korean-culture.org/eng/webzine/202005/sub01.html
- https://asiasociety.org/korea/all-about-korean-traditional-hats

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