24 gennaio 2026

Il crollo del centro commerciale Sampoong

Come promesso, ecco la continuazione della serie di post ispirati al documentario “The Echoes of Survivors: Inside Korea’s Tragedies”. In questa nuova, ed ultima, parte vi racconterò la storia degli episodi dedicati al crollo del centro commerciale Sampoong.

Ci sono parole che suonano quasi come una carezza, perché promettono stabilità. “Solido”, “robusto”, “sicuro”. E poi ci sono quelle frasi fatte che ci raccontiamo per non pensarci: sicuro come una casa. Perché, in fondo, cosa c’è di più rassicurante di quattro mura e un tetto? Viviamo dentro gli edifici come se fossero una parte neutra del paesaggio: casa, lavoro, svago, acquisti. Come se l’idea stessa di “costruzione” implicasse automaticamente durata, resistenza, protezione. E invece no. A volte non è vero per niente.

Se chiudo gli occhi e provo a immaginare la scena, mi viene in mente un colore prima ancora di un rumore: quel rosa acceso, quasi ostentato, di una struttura enorme, brillante, vistosa. Il Sampoong Department Store era questo: un gigante nel quartiere di Seocho, dentro Gangnam. Dagli anni Sessanta in poi la Corea del Sud era entrata in una fase di sviluppo rapidissimo. Tra il 1980 e il 1990 aveva registrato la crescita più veloce al mondo del PIL pro capite medio. E Seoul, in particolare, era stata travolta da un boom edilizio fortissimo in vista delle Olimpiadi del 1988. Era un periodo in cui tutto doveva essere “pronto”, “nuovo”, “grande”. E il Sampoong era figlio di quella mentalità.

La costruzione iniziò nel 1987 e fu completata nel 1989. Un complesso enorme, due edifici collegati, cinque piani fuori terra e quattro livelli sotterranei. Una superficie complessiva che arrivava a 73.877 metri quadrati. Un luogo che, una volta aperto, attirava numeri quasi irreali: circa 40.000 visitatori al giorno. Era diventato un punto di riferimento, un simbolo, un’abitudine.

E proprio perché era un’abitudine, quel giorno — quel giovedì di fine giugno 1995 — per tantissime persone iniziò come un giorno qualsiasi. Il caldo di Seoul, umido e appiccicoso, si stava facendo sentire. Eppure l’aria condizionata era stata spenta. Una scelta che, in un posto “prestigioso” come quello, suonava quasi offensiva. Una giovane dipendente ricordò clienti irritati, increduli: com’era possibile che un centro commerciale di quel livello non avesse l’aria condizionata funzionante? Sotto, nei reparti, nessuno aveva una risposta vera. Si lavorava lo stesso. Si comprava lo stesso.

Anche perché, a livello “visibile”, tutto sembrava ancora reggere. Sì, circolavano voci. Si sapeva che al quinto piano — quello con diversi ristoranti tradizionali coreani — qualcosa non andava. Si parlava di crepe. Si parlava di chiusure parziali: prima il quinto piano, poi anche il quarto. Eppure il resto dell’edificio restava aperto. Anzi, con la chiusura degli uffici cittadini, come sempre, arrivò la solita ondata di clienti che passavano a fare compere tornando a casa. La normalità che entra in scena proprio mentre, sopra la testa, la struttura sta cedendo.

C’è una testimonianza che mi rimane addosso perché è spaventosa nella sua semplicità: una sopravvissuta racconta che una collega, una persona allegra, scherzava davanti a quelle crepe, posando e ridendo come se fosse una gag. “Se lo scuotiamo forte magari crolla davvero.” E poi crollò. E quella collega — come tanti altri clienti e commessi — non uscì più.

Le crepe erano state notate in modo preciso: quinto piano dell’ala sud, proprio dove operavano i ristoranti. E non erano crepe minuscole, “da ignorare”: alcune vennero descritte come grandi quanto un pugno. In altri punti il pavimento appariva visibilmente sollevato, deformato. E prima di mezzogiorno, in cucina, qualcuno riferì addirittura di aver sentito suoni provenire dal soffitto. Un edificio che parla. Un edificio che avverte. E una dirigenza che decide che il rumore non vale quanto l’incasso.

Nel frattempo, sopra, sul tetto, c’era un altro peso. Letteralmente.

Tre torri di raffreddamento dell’aria condizionata: 36 tonnellate complessive, che con l’acqua arrivavano a 87 tonnellate. Inizialmente erano state installate sul lato est del tetto dell’ala sud. Poi arrivarono le lamentele dei residenti vicini: troppo rumore. La soluzione? Spostarle. Ma non con una gru, non come si farebbe con qualcosa di così pesante e delicato. Furono trascinate con la forza, danneggiando il tetto in modo significativo. E, cosa ancora più inquietante, chi gestiva il complesso sapeva che quelle torri generavano vibrazioni. Sapeva che quel peso, quel movimento, quelle scelte avevano lasciato cicatrici strutturali.

E non era solo una questione di “impianti”.

Quando si mise mano ai progetti e alle analisi, venne fuori una storia di trasformazioni e compromessi che suona quasi come una confessione involontaria: l’edificio non era nato per essere un grande magazzino di cinque piani. In origine era previsto come un palazzo residenziale di quattro piani. Durante i lavori, il gruppo decise di cambiare destinazione. I costruttori originari si opposero e furono allontanati; il lavoro venne completato da una società interna.

E poi arrivò il quinto piano. Per via di regolamenti che limitavano i piani commerciali, quel livello era stato pensato inizialmente come pista di pattinaggio. Ma anche quello cambiò: diventò area ristorazione. E qui il dettaglio è tutto fuorché marginale. Un ristorante tradizionale coreano implica clienti seduti a terra, riscaldamento a pavimento, tubazioni, spessori diversi, cemento più spesso. Implica attrezzature  pesanti, impianti, carichi. Il risultato fu brutale: quel quinto piano diventò tre volte più pesante rispetto a quanto previsto.

E un edificio a lastre di cemento sostenute da colonne che distribuiscono il carico non perdona queste cose. Funziona bene, sì, ma richiede precisione assoluta. In pratica: margine di errore quasi zero. Se aumenti il carico, devi aumentare la capacità di sostegno delle colonne. Devi rendere più forti le strutture portanti. Devi rispettare la logica stessa del sistema. Invece, lì accadde l’opposto.

Le colonne avrebbero dovuto essere di 80 cm di diametro con 16 barre di rinforzo. E invece risultarono ridotte a 60 cm e con sole 8 barre. E ancora: le colonne erano state distanziate più del necessario per massimizzare lo spazio commerciale. Più superficie di vendita, meno sostegno. Un compromesso che, a posteriori, sembra quasi indecente. 

Come se non bastasse, persino una misura pensata per aumentare la sicurezza — gli scudi antincendio intorno alle scale mobili, progettati per bloccare fumo e fiamme tra i piani — finì per indebolire ulteriormente la struttura, perché l’installazione comportò tagli nelle colonne vicine alle scale mobili, riducendone il supporto fino al 25%.

E così si arriva a quella domanda che, inevitabilmente, mi fa sempre venire i brividi quando si parla di disastri: perché proprio quel giorno? Perché un edificio può essere “destinato” a crollare per design e costruzione, ma spesso resta in piedi finché non supera un punto critico. E quel punto critico, a volte, lo supera con una sola goccia. La goccia finale. Quella goccia, in questa storia, ha un nome quasi clinico: colonna 5E.

La mattina del crollo, il responsabile delle strutture fu chiamato perché c’erano crepe intorno a una colonna al quinto piano. Crepe enormi. Pavimenti deformati. Rumori di spaccature. Nel pomeriggio venne chiamato un ingegnere strutturale, che fotografò crepe e rigonfiamenti. Su cosa disse esattamente, le ricostruzioni non sono tutte uguali: c’è chi sostiene che rassicurò, chi dice che consigliò l’evacuazione e fu ignorato. Ma su un punto, la storia è fin troppo coerente: mentre ai piani bassi si continuava a lavorare e a vendere, alcuni dirigenti lasciarono l’edificio.

Ci fu perfino un’ispezione d’emergenza e una riunione del consiglio d’amministrazione verso le 15:00, tre ore prima del crollo. Alcuni membri suggerirono l’evacuazione, ma il presidente della società di costruzioni e ingegneria del gruppo, Lee Joon, si oppose. La motivazione? Le perdite economiche: il negozio era pieno di centinaia di clienti.

Intanto l’aria condizionata veniva spenta intorno a mezzogiorno, per drenare l’acqua dalle torri. E questo paradossalmente spinse alcune persone ad andarsene, perché dentro faceva troppo caldo. Una scelta fatta per motivi strutturali e gestionali, non per proteggere i presenti. Non un’evacuazione vera, non un ordine chiaro, solo un “effetto collaterale” che salvò qualcuno per caso. Poi il tempo iniziò a stringersi.

Verso le 17:00 anche il soffitto del quarto piano cominciò ad abbassarsi. Si decise di bloccare l’accesso, ma ancora niente evacuazione. Alle 17:50, quando fu evidente che stava per succedere qualcosa di serio, partirono gli allarmi e i dipendenti iniziarono a far uscire i clienti. Due minuti dopo, il tetto e il quinto piano dell’ala sud cedettero. E da lì, l’effetto domino: un collasso che arrivò fino ai sotterranei.

C’è chi descrive quei momenti con suoni che sembrano impossibili da associare a un edificio: un boato, poi un altro ancora più forte; un rumore simile a un treno della metropolitana che entra in stazione; poi il panico, la corsa, il caos. E il corpo che capisce prima della mente.

L’ala nord non crollò. E chi era lì, incluso chi stava tenendo la riunione d’emergenza, sopravvisse.

Quando la polvere si posò, quello che rimase fu un paesaggio di detriti e un silenzio che non era silenzio: era shock. Perché la scena era mostruosa. Un edificio enorme sparito in un attimo. Una tragedia “in tempo di pace” che superò ogni precedente nella storia moderna del paese.

Il bilancio fu netto e crudele: 502 morti e 937 feriti. E, dettaglio che mi spezza ogni volta, più della metà delle vittime — 302 — erano dipendenti. Persone che non erano lì “per scelta”, ma perché stavano lavorando. Gli altri erano clienti, molti dei quali donne che stavano facendo la spesa per la cena. La normalità che finisce sotto le macerie.

E poi arrivò l’altra parte della storia: quella in cui la tragedia non è più l’evento, ma la sua durata. I soccorsi partirono subito, ma si scontrarono con qualcosa per cui il paese non era preparato. Le attrezzature — sensori di calore, sensori sonici, dispositivi capaci di rilevare anche il respiro umano, cani da ricerca — risultarono spesso inefficaci. Troppo caos. Troppa profondità. Troppo rumore. Troppi corpi. Perfino i cani non riuscivano a distinguere. E ogni sollevamento di una lastra comportava un rischio: se sotto c’era qualcuno vivo, potevi ucciderlo tu.

Sul sito c’erano anche fumo e fiamme. Il parcheggio sotterraneo e le auto schiacciate erano considerate una possibile fonte di combustibile. Le squadre decisero di spruzzare acqua per contenere il fuoco e impedirne l’espansione. E qui c’è un paradosso che fa male, perché è la fotografia perfetta di una catastrofe: per alcuni sopravvissuti quell’acqua fu una salvezza — contro ustioni e disidratazione — ma per altri, intrappolati dove l’acqua si accumulò, diventò la causa della morte. Acqua come vita e acqua come condanna, nello stesso identico luogo.

Tra le macerie, chi era vicino alla superficie veniva trascinato fuori. Più giù, era un’altra realtà: buio, spazio che si restringe, soffitti che scendono, ferite che non puoi vedere ma che senti. Un dipendente raccontò di percepire un foro nella testa così grande da poterci infilare un dito. Un taglio sulla schiena con qualcosa di “viscido”, come l’intestino. Il pensiero fisso: non voglio morire. E poi la terribile idea di essere l’unico rimasto, perché chiami e non risponde nessuno.

In mezzo a tutto questo, i soccorritori erano esseri umani contro un inferno di cemento.  Dopo 52 ore vennero tirate fuori vive 24 persone: erano addetti alle pulizie, e si erano salvati perché un camerino sotterraneo era rimasto intatto. Avevano pochissima aria, niente cibo né acqua; alcuni bevvero la propria urina per resistere. Per liberarli ci vollero oltre tredici ore e quando finalmente si arrivò a loro, vennero letteralmente unti con olio vegetale e sapone liquido per poterli estrarre.

E poi ci furono i salvataggi che sembrano impossibili perfino da raccontare senza sentirsi in colpa verso chi non ce l’ha fatta. Un dipendente fu trovato vivo dieci giorni dopo: disse di essere sopravvissuto bevendo acqua piovana e mantenendosi lucido giocando con un giocattolo per bambini. Disse anche che all’inizio c’erano altre persone vive vicino a lui, ma morirono, e pensò che potessero essere annegate nell’acqua, la stessa acqua che, per lui, fu sopravvivenza.

Una giovane dipendente rimase intrappolata per dodici giorni in uno spazio minuscolo, lungo circa un metro e mezzo e largo meno di mezzo metro. Quando sentì una voce chiedere se ci fosse qualcuno, descrisse la sensazione come una felicità che la faceva “volare”, come se la sola consapevolezza di essere finalmente riconosciuta e “vista” fosse già una liberazione, anche prima dell’uscita.

E poi c’è l’ultima. La più famosa, la più incredibile. Diciassette giorni dopo quando era quasi impossibile credere che ci fosse ancora qualcuno vivo, un vigile del fuoco disse che non poteva permettersi di convincersi del contrario. Sollevò un pezzo di cemento, sentì un rumore, una risposta. Entrò in un buco e illuminando con la torcia si ritrovò faccia a faccia con lei: Park Seung-Hyun, una dipendente diciannovenne. I colleghi si misero a scavare anche a mani nude. Lei disse solo una cosa, che è umanissima e terribile insieme: “Non ho vestiti.” E loro: non importa. La tirarono fuori e la avvolsero in una coperta. 

Dal punto di vista umano è un miracolo. Dal punto di vista fisico è quasi un enigma: puoi sopravvivere settimane senza cibo, ma senza acqua parliamo di pochissimi giorni. Nel suo caso si ipotizza che l'acqua filtrata dalle piogge e dai getti dei soccorritori sia arrivata fino a quello spazio caldo e umido, tenendola in vita. Dopo di lei, non ci furono più vivi. Solo resti.

Molti familiari non riuscivano a mollare. Sei mesi dopo, alcuni campeggiavano ancora vicino al sito, incapaci di tornare davvero a casa. Una madre che aveva perso la figlia diciannovenne disse che a casa si sentiva inquieta, non sapeva cosa fare; ma tornando lì, in quel luogo, riusciva a calmarsi. Perché il dolore, a volte, ha bisogno di un punto fisico per non disperdersi.

A quel punto la domanda non era più “quanti” ma “come”. Come poteva essere successo? E come poteva essere passato, fino a quel momento, come un edificio “normale”, sottoposto a ispezioni regolari?

Le indagini fecero quello che si fa sempre: escludere ipotesi. All’inizio si pensò a una fuga di gas, anche perché qualcuno aveva detto di averne sentito l'odore nei giorni precedenti. Ma gli incendi non erano compatibili con un’esplosione di gas. Si valutò persino l’ipotesi di un attentato: Seoul è a circa 56 km dal confine nordcoreano, e i rapporti erano tesi da decenni; nel 1987 c’era stato il caso di un volo Korean Air fatto esplodere da agenti nordcoreani con 115 morti. Un grande magazzino di lusso sarebbe stato un simbolo perfetto da colpire. Ma anche questa pista cadde: la dinamica del crollo non mostrava segni di esplosione verso l’esterno. L’edificio era sceso giù, dritto, come una pila che si sgonfia su se stessa.

Si controllarono le fondamenta, anche perché il terreno era stato in passato una discarica riempita ma le analisi riferivano che le fondamenta erano intatte. Quindi no: non era il terreno. Si testò anche il cemento: il rapporto tra cemento, acqua e aggregati deve essere preciso, altrimenti la resistenza crolla. I campioni sottoposti a pressione risultarono adeguati: il materiale, in sé, era abbastanza forte.

E allora rimase ciò che spesso è la verità più scomoda: il modo in cui era stato progettato e realizzato il sistema nel suo insieme. Design, colonne, modifiche, scelte, corruzione, incuria. Un edificio che, a un certo punto, era “destinato” a crollare. E la goccia finale fu proprio quella colonna indebolita dal trascinamento delle torri sul tetto e dalle vibrazioni ripetute per due anni, ogni volta che l’impianto veniva acceso. Il giorno del crollo l’aria condizionata era stata spenta proprio perché si sapeva delle vibrazioni. Ma era troppo tardi. La colonna 5E non riuscì più a sostenere il carico. Cedette. Il peso passò alle altre colonne. E, una dopo l’altra, cedettero anche loro. Un fallimento progressivo, rapidissimo, verticale.

Il dettaglio che mi ossessiona, però, è questo: quel crollo iniziò molto prima dell’apertura. In un certo senso iniziò prima ancora che il primo cliente entrasse, perché le scelte che lo resero possibile furono fatte quando ancora tutto era “progetto”, quando ancora si poteva fermarsi, correggere, dire no.

E qui arriva l’altra parte della ferita: la responsabilità.

Ci furono condanne. Lee Joon venne riconosciuto colpevole e ricevette una pena che in appello si ridusse a sette anni e mezzo. Morì nel 2003, poco dopo il rilascio. Il figlio, Lee Han-sang, venne condannato a sua volta a sette anni per omicidio colposo e corruzione. Anche funzionari pubblici coinvolti tramite tangenti finirono in carcere e vennero multati. L’ex capo del distretto di Seocho ricevette dieci anni per una tangente da dodici milioni di won. In totale, venticinque persone tra condanne e multe.

Eppure, anche questo non bastava a chi aveva perso qualcuno. Perché quando un edificio “passa ispezioni regolari” e poi si schiaccia su se stesso con 502 morti, capisci che il problema non è solo un gruppo, ma un sistema.

Infatti dopo il disastro si diffuse una paura concreta: se una società aveva potuto ottenere risultati così scadenti attraverso mazzette e complicità, cosa impediva ad altri di fare lo stesso? La risposta fu terrificante: niente.

Un’ispezione approfondita sugli edifici alti di Seoul mostrò un quadro che sembra quasi irreale: solo uno su cinquanta poteva essere definito sicuro. Quattro su cinque avevano bisogno di riparazioni importanti. Uno su sette doveva essere ricostruito.

E come se la tragedia non avesse già detto abbastanza, lasciò anche un’altra lezione: l’emergenza.

Le squadre mediche si trovarono davanti un compito gigantesco senza protocolli adeguati: morti e feriti vennero portati negli ospedali vicini senza un progetto preciso di smistamento. Ma proprio da quel caos nacque un cambiamento: quel disastro diventò una lezione durissima che contribuì a far avanzare in modo significativo la medicina d’emergenza e la gestione dei disastri nel paese.

Oggi, quando si parla di “memoria”, il punto non è solo ricordare il crollo. È ricordare cosa ha rappresentato.

Sampoong fu un trauma collettivo. E arrivò a pochi mesi da un’altra tragedia — il crollo del ponte di Seongsu, con 32 morti e 17 feriti — come se il paese stesse ricevendo una sveglia amara, una di quelle che non puoi ignorare. Un invito brutale a guardarsi allo specchio: la cultura della corsa, l’ossessione per l’efficienza, la fame di risultati rapidi che aveva aiutato la Corea del Sud a uscire dalla povertà del dopoguerra… ma che, quando diventa cieca, pretende il prezzo più alto.

E poi c’è la parte che mi fa più rabbia, forse perché è la più “umana”, nel senso peggiore del termine: cosa resta sul luogo.

Perché oggi lì, dove quel gigante rosa è collassato, non c’è nulla che lo dica. Nessuna traccia. Nessun segno. Niente. Il terreno è stato venduto a un privato. Al suo posto ci sono appartamenti di lusso: vita quotidiana che scorre sopra il punto esatto in cui più di cinquecento persone morirono.

Le famiglie avevano chiesto un memoriale lì. Non è stato fatto. L’idea venne bloccata perché “il terreno valeva troppo”. Troppo prezioso per ricordare. Troppo prezioso per rallentare la narrativa del lusso con una targa che dicesse: qui è successo questo. Qualcuno chiamò quella zona “la York di Gangnam”, come a sottolineare che il valore immobiliare aveva vinto anche sulla memoria.

Il memoriale, invece, è altrove: nello Yangjae Citizens’ Forest, a circa mezz’ora di auto dal luogo della tragedia. Lì, ogni anno, le famiglie continuano ad andare. C’è chi asciuga l’acqua piovana dalle incisioni, come se anche quel gesto fosse un modo per non far scolorire le persone insieme alla pietra.  Sampoong non è solo un disastro. È una ferita nazionale. Una di quelle che si richiudono in superficie, ma sotto continuano a pulsare.

Forse è per questo che la sua eredità vive anche nell’arte. Musicisti, scrittori, registi hanno usato quella tragedia come spazio di riflessione e ricerca interiore. chi incolpare? siamo tutti complici. E non è un modo per assolvere i colpevoli — no. È un modo per dire che le grandi tragedie non nascono mai da un solo gesto. Nascono da una somma di tolleranze, di scorciatoie, di silenzi, di “non è niente”, di “andrà bene”, di “non fermiamo le vendite”.

Se si costruisse con lo spirito di chi sta costruendo la propria casa, forse non ci sarebbero disastri come Sampoong. Credo che questa sia la domanda che resta sospesa, anche oggi, mentre in quel punto di Gangnam la vita continua, elegante e lucida, come se niente fosse mai accaduto:

quante cose consideriamo “sicure come case”… finché non lo sono più?