25 gennaio 2026

Il bullismo in Corea: Quando la violenza smette di essere un’eccezione

 


Scrivo questo articolo con un nodo allo stomaco. Perché ci sono temi che non si affrontano mai davvero con distacco, anche quando provi a essere lucida, ordinata, razionale. Il bullismo in Corea del Sud è uno di questi. Non perché sia un fenomeno sconosciuto – anzi, è fin troppo noto – ma perché per anni è stato normalizzato, minimizzato, ridotto a “fasi della crescita”, a dinamiche scolastiche dure ma inevitabili. E invece non lo è mai stato.

Oggi, guardando i numeri, guardando le percentuali, guardando le storie che emergono una dopo l’altra, diventa impossibile continuare a fingere che si tratti di episodi isolati. È un sistema. È una cultura della violenza che nasce presto, si consolida nel tempo e lascia cicatrici che spesso non si rimarginano.

In Corea del Sud, il bullismo scolastico non è un fenomeno marginale. Secondo i dati ufficiali, circa il 23% degli studenti delle scuole medie e superiori ha dichiarato di aver subito bullismo almeno una volta. Una percentuale che, da sola, dovrebbe bastare a farci fermare. Ma non è tutto. Il 17% degli studenti coinvolti ha riferito che gli episodi sono stati ripetuti e sistematici, non sporadici. Questo significa che per molti ragazzi la scuola non è un luogo di crescita, ma uno spazio di paura quotidiana.

La forma più comune di bullismo resta quella verbale e psicologica, che coinvolge oltre il 40% dei casi segnalati: insulti, umiliazioni, esclusione sociale, voci fatte circolare con precisione chirurgica per distruggere una reputazione. Seguono il bullismo fisico, che rappresenta circa il 16% dei casi, e il cyberbullismo, che continua a crescere e oggi riguarda più del 9% degli studenti, con una diffusione particolarmente alta tra le fasce più giovani.

C’è un dato che colpisce più di altri: oltre il 60% delle vittime dichiara di non aver mai parlato con un adulto di ciò che stava subendo. Non con gli insegnanti, non con la famiglia, non con le istituzioni. Il silenzio, ancora una volta, è parte integrante del problema. Si tace per vergogna, per paura di peggiorare la situazione, per la convinzione – profondamente radicata – che denunciare significhi attirare su di sé una colpa ulteriore.

E quando si parla delle conseguenze, i numeri diventano ancora più difficili da ignorare. Più del 30% delle vittime di bullismo sviluppa sintomi depressivi significativi, mentre circa il 20% manifesta livelli elevati di ansia cronica. In molti casi, questi effetti non si esauriscono con la fine del percorso scolastico. Restano. Si trascinano nell’età adulta. Modellano il modo in cui una persona percepisce se stessa e il mondo.

Non è un caso che in Corea del Sud il bullismo sia stato più volte collegato al tema, drammaticamente attuale, della salute mentale. Una percentuale significativa di giovani che hanno tentato il suicidio – superiore al 40% in alcuni studi – ha riportato esperienze pregresse di bullismo o violenza scolastica. Non si tratta di una correlazione astratta: sono storie che si sovrappongono, che si rincorrono, che si ripetono con una frequenza inquietante.

Negli ultimi anni, la discussione pubblica è esplosa anche grazie alla cultura popolare. Serie televisive e prodotti di intrattenimento hanno iniziato a raccontare il lato più oscuro della scuola coreana, mostrando una violenza che molti preferivano non vedere. E la reazione è stata forte, divisiva, a tratti difensiva. Perché quando una narrazione colpisce così vicino alla realtà, costringe a fare i conti con ciò che si è scelto di ignorare.

Una delle verità più scomode è che il bullismo, in Corea, è spesso legato alla gerarchia. Età, status sociale, rendimento scolastico, forza fisica: tutto diventa un criterio per stabilire chi può esercitare potere e chi deve subirlo. Circa il 70% dei casi di bullismo avviene all’interno della stessa classe, tra pari che si conoscono, che condividono lo stesso spazio ogni giorno. Non c’è fuga. Non c’è tregua.

E non possiamo ignorare il ruolo delle istituzioni. Per anni, le risposte sono state lente, frammentarie, spesso inefficaci. Anche oggi, meno del 50% delle segnalazioni di bullismo porta a un intervento ritenuto adeguato dalle vittime. Questo significa che, nella percezione di chi subisce violenza, il sistema continua a non essere un alleato affidabile.

Scrivere tutto questo non è facile. Perché significa ammettere che dietro l’immagine patinata, efficiente, competitiva della Corea del Sud, esiste una realtà molto più fragile e dolorosa. Una realtà fatta di ragazzi che imparano presto che sopravvivere conta più che stare bene, che resistere è più importante che chiedere aiuto.

Eppure, parlarne è necessario. Guardare le percentuali in faccia è necessario. Perché ogni numero rappresenta una persona, una storia, una ferita. E continuare a chiamare tutto questo “esagerazione” o “finzione narrativa” non protegge nessuno. Anzi, rende il silenzio ancora più pesante.

Io credo che raccontare queste storie, anche quando fanno male, sia un atto di rispetto. Verso chi non ha potuto parlare. Verso chi sta ancora cercando il coraggio di farlo. E verso chi merita, semplicemente, di crescere senza dover sopravvivere ogni giorno a un campo di battaglia invisibile.

Fonti:

  1. https://www.koreaherald.com/article/10576776
  2. https://www.humanrightsresearch.org/post/a-bullying-epidemic-south-korea
  3. https://time.com/6261820/the-glory-netflix-true-story/

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