29 gennaio 2026

Quando la fama diventa una gabbia: la Corea che applaude e poi ti distrugge

Scrivo queste righe con un peso nello stomaco che non riesco a scrollarmi di dosso. Perché dietro le luci abbaglianti, i record globali, i numeri da capogiro e l’orgoglio nazionale, esiste una realtà che tutti vedono ma che per troppo tempo si è fatto finta di non guardare davvero. Una realtà che non è fatta di palchi, ma di silenzi. Di commenti lasciati online come coltellate. Di vite che si spezzano mentre il resto del mondo continua a scorrere.

La cultura delle celebrità in Corea del Sud è un sistema che chiede tutto e restituisce pochissimo. Chiede perfezione, obbedienza, gratitudine costante. Chiede di essere sempre sorridenti, sempre impeccabili, sempre “giusti”. Non solo sul palco o davanti a una telecamera, ma ventiquattr’ore su ventiquattro. Non esiste un fuori scena. Non esiste un momento in cui si possa essere fragili senza pagarne il prezzo.

Il successo, in questo contesto, non è mai davvero un traguardo. È una prova continua. Più sali, più diventa pericoloso cadere. E cadere, anche solo simbolicamente, significa diventare bersaglio. Di chi si sente tradito, di chi pretende spiegazioni, di chi crede di avere il diritto di giudicare ogni scelta, ogni errore, ogni esitazione. La linea che separa l’ammirazione dall’odio è sottilissima, e spesso viene attraversata senza alcuna conseguenza per chi lo fa.

I social media amplificano tutto. Ogni accusa, ogni sospetto, ogni voce non verificata può trasformarsi in una valanga. I commenti non sono più solo opinioni: diventano processi pubblici. Migliaia, a volte milioni di persone si sentono autorizzate a dire la loro, a insultare, a pretendere scuse, a chiedere sparizioni. Il cyberbullismo non è un effetto collaterale: è parte integrante del meccanismo. Una punizione collettiva che si consuma sotto gli occhi di tutti.

Ed è qui che la parola “responsabilità” sembra dissolversi. Perché quando tutti partecipano, nessuno si sente davvero colpevole. Ogni commento è solo una goccia, ma insieme diventano un mare che soffoca. Si normalizza la violenza verbale, la si giustifica come critica, come diritto di parola, come “conseguenza della fama”. Come se il successo annullasse l’umanità di chi lo vive.

Negli ultimi anni, questo sistema ha mostrato il suo volto più crudele. Morti che arrivano come scosse improvvise, ma che in realtà sono il risultato di una pressione costante, logorante, quotidiana. Ogni volta la reazione è simile: shock, dolore, promesse di riflessione. E poi, lentamente, tutto torna come prima. Come se nulla fosse cambiato davvero.

La morte di Kim Sae-ron ha riaperto ferite che non si erano mai chiuse. Il suo nome si è aggiunto a una lista che nessuno vorrebbe allungare, eppure continua ad allungarsi. La sua storia ha riportato al centro una verità scomoda: non basta il talento, non basta la popolarità, non basta aver dato tutto a un’industria che chiede sempre di più. Quando l’immagine si incrina, quando l’errore diventa pubblico, il sistema non protegge. Si ritrae. Lascia soli.

Ciò che colpisce, ogni volta, è la prevedibilità di questo ciclo. Prima l’ascesa, poi la caduta. Prima l’adorazione, poi la distruzione. E infine il lutto, spesso accompagnato da frasi di circostanza, da appelli alla gentilezza che arrivano sempre troppo tardi. Come se la consapevolezza fosse una reazione, mai una prevenzione.

Eppure, qualcosa si muove. Negli ultimi tempi, non solo in Corea ma anche fuori dai suoi confini, si è assistito a una risposta diversa. Fan di tutto il mondo hanno iniziato a unirsi non per difendere un’immagine ideale, ma per proteggere le persone dietro quella immagine. Si sono organizzati, hanno segnalato contenuti abusivi, hanno cercato di contrastare le campagne di odio online. Un gesto che rompe una narrazione consolidata: quella del fandom come massa cieca e tossica. Qui, invece, emerge un’altra possibilità. Quella di una comunità che sceglie di non restare in silenzio.

Ma non basta. Perché il problema non è solo il comportamento di alcuni individui online. È un sistema che normalizza l’annientamento emotivo come parte del prezzo da pagare per il successo. Un sistema che monetizza l’immagine ma scarica il peso psicologico su chi quell’immagine la incarna. Un sistema che reagisce solo quando è costretto a farlo, spesso dopo che è troppo tardi.

La Corea del Sud vive una contraddizione profonda. Da un lato, esporta cultura, intrattenimento, storie che parlano di umanità, dolore, empatia. Dall’altro, fatica a concedere quelle stesse cose alle persone reali che rendono possibile questo successo globale. È come se la perfezione richiesta fosse incompatibile con l’essere umani. Come se sbagliare fosse un crimine imperdonabile, soprattutto quando lo sguardo del mondo è puntato addosso.

Ogni morte, ogni tragedia, costringe il paese a un momento di introspezione collettiva. Ci si chiede cosa non abbia funzionato, cosa si sarebbe potuto fare diversamente. Ma la vera domanda resta spesso sospesa: siamo davvero disposti a cambiare il modo in cui guardiamo, giudichiamo e consumiamo le vite degli altri?

Perché finché continueremo a pretendere persone perfette, continueremo a distruggerle quando inevitabilmente mostrano una crepa. Finché confonderemo la critica con l’accanimento, la curiosità con l’invasione, l’opinione con la violenza, questo ciclo non si spezzerà.

Scrivere di tutto questo non è facile. Non lo è mai. Ma credo sia necessario. Perché dietro ogni nome che leggiamo nei titoli, c’è qualcuno che ha sofferto in silenzio mentre il rumore intorno diventava insopportabile. E se c’è una lezione che queste storie continuano a lasciarci, è questa: la fama non dovrebbe mai essere una condanna a morte lenta. E l’umanità non dovrebbe mai essere il primo prezzo da pagare.

fonti:

  1. https://medium.com/%40cyrille.jeufo/south-koreas-celebrity-culture-is-a-death-trap-and-everyone-knows-it-8d9a057f0e4b
  2. https://medium.com/%40rubydawn47/unlikely-unity-global-fans-unite-against-korean-cyberbullies-ef4b2798d0cd
  3. https://english.elpais.com/culture/2025-03-08/the-dark-side-of-south-koreas-lucrative-cultural-wave-suicides-and-online-harassment.html
  4. https://www.theguardian.com/world/2025/feb/22/like-a-giant-squid-game-soul-searching-in-south-korea-after-latest-celebrity-suicide
  5. https://apnews.com/article/south-korea-actor-death-kim-sae-ron-a2ce58f4d63b423afb328709027429ba


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