Quando pensiamo alla Corea divisa tra Nord e Sud, spesso ci viene in mente l’oggi: i titoli dei telegiornali, la DMZ sorvegliata, i K-drama che accennano a soldati al confine o a famiglie separate. Ma quella linea sul 38º parallelo non nasce dal nulla: è la cicatrice lasciata da una guerra brevissima e feroce, esplosa non per volontà dei coreani, ma per lo scontro di potere tra Stati Uniti e Unione Sovietica nel pieno della Guerra Fredda.
In questo articolo ripercorriamo proprio quel passaggio: dalla “liberazione” dal dominio coloniale giapponese alla nascita di due governi rivali, fino all’invasione del Sud da parte del Nord, alla risposta dell’ONU, all’ingresso della Cina nel conflitto e ai lunghi negoziati che porteranno all’armistizio del 1953. Metteremo in fila battaglie, offensive, cambi di fronte, ma soprattutto guarderemo al prezzo umano: città svuotate dalla fame, civili in fuga, famiglie che si perdono per sempre mentre i fronti avanzano e arretrano.
Accanto alla cronaca militare, proveremo anche a capire cosa è successo “dopo”: come la Corea del Nord abbia costruito il proprio nome, il proprio regime e il proprio isolamento, e perché, ancora oggi, il paese viva tecnicamente in stato di guerra con il Sud. Perché parlare della Guerra di Corea non significa solo studiare tre anni di combattimenti, ma riconoscere l’ombra lunga che questi eventi continuano a proiettare sulla penisola – dalla leva obbligatoria alle basi militari, fino alle storie che il cinema e i drama continuano a raccontare.
Quando la Seconda
guerra mondiale si concluse, il dominio coloniale giapponese sulla Corea finì
bruscamente con la resa del Giappone agli Alleati. Soldati americani e
sovietici furono inviati per supervisionare il ritiro del Giappone dal paese:
gli americani si insediarono a sud del 38º parallelo, mentre le truppe
sovietiche occuparono il territorio a nord. In origine non c’era alcuna
intenzione che gli eserciti delle due potenze restassero nella regione a lungo,
ma le tensioni tra USA e URSS e le preoccupazioni legate alle rispettive sfere
di influenza portarono alla decisione di dividere la penisola tra i due
blocchi. Nei tre anni successivi, i sovietici organizzarono nel nord un regime
comunista, la Repubblica Popolare Democratica di Corea, mentre gli americani
instaurarono nel sud un governo militare: la Repubblica di Corea. Nel 1948 gli
Stati Uniti proposero un voto sotto l’egida delle Nazioni Unite che
coinvolgesse l’intera popolazione coreana per decidere il destino della
penisola, ma, poiché il Nord rifiutò di partecipare, il Sud appoggiato dagli
americani proclamò un nuovo governo con sede a Seul, guidato da Syngman Rhee.
In risposta, il Nord dichiarò a sua volta il proprio governo a Pyongyang,
guidato da Kim Il-sung. Né l’uno né l’altro consideravano il proprio regime
limitato al territorio che controllavano: entrambi si vedevano come l’unico
governo legittimo della Corea e volevano unificare la penisola sotto il proprio
comando. Con due governi rivali e ambiziosi contrapposti, il conflitto era
inevitabile, anche se nel 1949 sia le truppe statunitensi sia quelle sovietiche
si ritirarono. Già prima dell’inizio formale della Guerra di Corea, si
verificarono scontri lungo il 38º parallelo e quasi 10.000 coreani furono
uccisi prima ancora che venisse dichiarata guerra.
L’INVASIONE DEL SUD
Il 25 giugno 1950 l’esercito nordcoreano compì la
mossa che segnò l’inizio della Guerra di Corea. L’armata di Kim attraversò il
38º parallelo per invadere e conquistare il Sud, primo passo per realizzare
l’obiettivo di una Corea unita sotto il comunismo. L’offensiva coordinata vide
circa 90.000 soldati nordcoreani attaccare diversi punti strategici lungo il
confine, avanzando a piedi, in treno e a bordo di carri armati forniti dai
sovietici. Dopo aver evacuato le proprie truppe, gli Stati Uniti avevano
considerato il destino immediato della Corea una questione relativamente
marginale nel quadro più ampio dei loro piani di difesa in Asia orientale. Lo
storico Michael J. Green ha suggerito che un commento poco ponderato del
Segretario di Stato americano Dean Acheson possa aver contribuito
all’invasione. In una conferenza stampa del gennaio 1950, Acheson aveva
lasciato intendere che la politica di difesa americana escludeva la Corea.
Stalin potrebbe aver interpretato questa affermazione come un segnale del fatto
che gli Stati Uniti sarebbero stati riluttanti a entrare in guerra per il
destino della Corea. Così, quando Kim espresse il desiderio di mobilitare le
sue ingenti forze e invadere il Sud, seguendo l’esempio di Mao Zedong in Cina,
Stalin acconsentì. Per il presidente Harry S. Truman e il governo statunitense,
questa mossa fu interpretata come un segnale della nuova politica estera
dell’URSS. Questa inaspettata azione aggressiva da parte di un regime
direttamente sostenuto dai sovietici fu vista come il preludio a un’ulteriore
espansione, riecheggiando i precedenti episodi di espansionismo territoriale di
Germania, Italia e Giappone negli anni Trenta. Truman era convinto che, se
questo atto di aggressione fosse rimasto impunito, come erano rimaste inizialmente
impunite le invasioni di Hitler, avrebbe inevitabilmente condotto a una Terza
guerra mondiale.
CONTROFFENSIVA DELL’ONU
All’esercito
nordcoreano di Kim bastarono solo tre giorni per raggiungere e conquistare
Seul, la capitale della Repubblica di Corea, costringendo Syngman Rhee a
fuggire dalla città. Truman rimobilitò rapidamente le truppe e le rimandò nel
Sud per respingere il Nord. Tuttavia, lo slancio era chiaramente dalla parte di
Kim e, nell’estate del 1950, il suo esercito aveva spinto sudcoreani e
americani fino all’estremo sud della penisola, nell’area di Busan. Gli Stati
Uniti chiesero il coinvolgimento della neonata Organizzazione delle Nazioni
Unite, con il timore di fondo che, se l’ONU non fosse intervenuta, i suoi
membri avrebbero perso fiducia nel progetto stesso. L’ONU rispose raccomandando
ai propri Stati membri di fornire supporto militare alla Corea del Sud. Fu così
formata una coalizione di 22 paesi, tra cui Regno Unito, Canada, Francia e
Australia, guidata dal generale statunitense Douglas MacArthur. Sebbene la
Guerra di Corea fosse iniziata come un conflitto difensivo, con l’intento di
respingere i nordcoreani oltre il 38º parallelo e fuori dalla Corea del Sud, si
trasformò rapidamente in una guerra offensiva, con l’obiettivo di “liberare” il
Nord dal regime comunista. Ad agosto, l’avanzata nordcoreana era stata fermata
nei pressi di Busan e nessuna delle due parti riusciva a ottenere progressi
significativi. A settembre, però, l’esercito di MacArthur, sostenuto dall’ONU,
lanciò un’ambiziosa offensiva, puntando a sbarcare nel porto di Incheon, nel
cuore del territorio occupato dai comunisti. Il 15 settembre MacArthur guidò
260 navi della Marina statunitense e britannica nell’attacco a Incheon: le
forze dell’ONU riuscirono a travolgere le truppe comuniste presenti e a
penetrare nell’entroterra, riconquistando Seul nove giorni dopo e catturando
nel frattempo decine di migliaia di prigionieri di guerra nordcoreani. Non
soddisfatto dei successi ottenuti, l’esercito di MacArthur avanzò ancora verso
nord, respingendo i nordcoreani oltre il 38º parallelo e arrivando a
conquistare Pyongyang il 19 ottobre 1950. Sebbene Truman fosse prudente e
temesse di provocare la Cina man mano che le forze ONU/USA si avvicinavano al
confine cinese, MacArthur non mostrava alcuna preoccupazione: era convinto che
la Cina non avrebbe mai osato affrontare il suo esercito e, anzi, era
favorevole a una guerra totale contro di essa. Preoccupato dalle intenzioni e
dall’imprevedibilità del generale, Truman lo destituì dal comando nell’aprile
1951, sostituendolo con il più moderato generale Matthew Ridgway.
L’ARRIVO DELLA CINA
All’insaputa degli americani, Mao aveva deciso
già nelle fasi iniziali del conflitto che, se i nordcoreani avessero sofferto a
causa dell’aggressione americana, avrebbe inviato truppe cinesi in loro aiuto,
dato che pochi anni prima i coreani avevano combattuto al fianco della Cina
durante la Seconda guerra sino-giapponese. Naturalmente, le azioni di Mao
avevano anche una dimensione difensiva, perché vedeva l’esercito di MacArthur
avanzare verso i confini cinesi e fare guerra a un alleato comunista. Nel
novembre 1950 la Cina inviò 260.000 soldati in Corea del Nord per respingere
l’esercito dell’ONU oltre il 38º parallelo. Nello stesso periodo, le
temperature crollarono ai livelli più bassi dell’ultimo secolo, causando il
blocco dei mezzi americani e mettendo le truppe in enorme difficoltà. Le forze
ONU si ritirarono verso il 38º parallelo, ma seguirono mesi di durissimi
combattimenti: Seul venne conquistata dai comunisti appoggiati dalla Cina nel
gennaio 1951 e poi riconquistata dall’esercito dell’ONU a marzo. In questo
periodo, le condizioni di vita per la popolazione coreana erano terribili e il
numero degli abitanti di Seul crollò da 1,5 milioni del periodo prebellico a
soli 200.000, a causa della combinazione devastante di violenze e fame. Nell’aprile
1951 i cinesi lanciarono un nuovo attacco con l’obiettivo di riconquistare
nuovamente Seul, sfondando la linea di difesa che le truppe dell’ONU erano
riuscite a stabilire a nord della capitale. Sebbene l’esercito cinese avesse un
vantaggio numerico, fu rallentato al fiume Imjin, soprattutto grazie alla 29ª
Brigata di Fanteria Indipendente britannica. Per tre giorni i soldati
britannici riuscirono a resistere, insieme a sudcoreani, americani e altre
truppe ONU: la Battaglia del fiume Imjin divenne così lo scontro più sanguinoso
a cui la Gran Bretagna avesse partecipato dalla Seconda guerra mondiale. Alla
fine, i cinesi riuscirono a sfondare, ma, avendo subito oltre 10.000 perdite
(secondo alcune stime), il loro slancio offensivo risultò gravemente
compromesso.
STALLO E NEGOZIATI PER L’ARMISTIZIO
La Battaglia del fiume
Imjin segnò la fine della fase “mobile” della Guerra di Corea. Cinesi e
nordcoreani accettarono il fatto di non avere le risorse per sostenere una
guerra totale contro la coalizione dell’ONU, e si arrivò a uno stallo attorno
al 38º parallelo, senza ulteriori avanzate significative da nessuna delle due
parti. Nel giugno 1951, l’Unione Sovietica manifestò la propria disponibilità a
cercare un accordo tramite arbitrato. I colloqui di pace iniziarono il mese
successivo, ma purtroppo non portarono a una soluzione rapida. In realtà, le
trattative si trascinarono per i due anni successivi, con forti divergenze in
particolare sul “rimpatrio” forzato dei prigionieri di guerra, una delle
questioni principali. Nel frattempo, anche se dopo quella data non ci furono
più grandi spostamenti territoriali, si verificarono scontri regolari lungo il
38º parallelo e attacchi pianificati occasionali per cercare di rafforzare la
propria posizione al tavolo dei negoziati. Finalmente, il 27 luglio 1953, venne
raggiunto e firmato un armistizio da Kim (per la Corea del Nord), Peng Dehuai
(per conto della Cina) e Mark W. Clark (per conto della coalizione ONU). È
interessante notare che, pur avendo Rhee accettato l’armistizio, né lui né
altri rappresentanti della Repubblica di Corea firmarono mai il documento. Quasi
subito dopo la firma dell’accordo, le truppe di entrambe le parti si ritirarono
per creare la Zona Demilitarizzata (DMZ), larga quattro chilometri (2,5
miglia), che ancora oggi funge da cuscinetto tra i due territori. Sebbene
l’armistizio abbia posto fine ai combattimenti, poiché non è mai stato firmato
un vero trattato di pace, la Repubblica Popolare Democratica di Corea e la
Repubblica di Corea sono, tecnicamente, ancora in guerra, e la penisola coreana
rimane divisa. Oggi la Guerra di Corea è ricordata come l’unica “guerra calda”
dell’era della Guerra Fredda, il momento in cui le tensioni tra Stati Uniti e
URSS traboccarono in un conflitto armato diretto sul terreno. Fu anche una
guerra particolarmente sanguinosa: durò solo tre anni, ma portò alla morte di
circa 3 milioni di coreani, metà dei quali civili, un rapporto più alto
rispetto sia alla Seconda guerra mondiale sia alla Guerra del Vietnam. Inoltre,
si stima che siano morti 1,6 milioni di cinesi (a seconda delle fonti), oltre a
centinaia di migliaia di soldati della coalizione ONU. In Europa, la guerra
spinse le potenze occidentali a trasformare la neonata Organizzazione del
Trattato dell’Atlantico del Nord (NATO) da un’associazione piuttosto vaga a una
vera e propria alleanza militare. Per i coreani, la guerra ebbe naturalmente
l’impatto più grande, segnando in modo profondo la psiche collettiva. I ricordi
del conflitto hanno segnato intere generazioni, con orfani di guerra e famiglie
divise tra le sue vittime indirette. La presenza di basi militari statunitensi,
la leva obbligatoria per gli uomini e, in generale, una penisola instabile e
divisa continuano ancora oggi a plasmare la vita dei coreani.
Lo sapevi?
- Gli eventi avvenuti durante la Guerra di Corea hanno lasciato un’eredità che pesa ancora oggi sui coreani.
- Syngman Rhee fu il primo presidente della Corea del Sud, appoggiata dagli Stati Uniti, con sede a Seul.
- La divisione tra l’area nord e l’area sud della Corea avrebbe dovuto essere solo temporanea.
- Kim Il-sung fu il primo leader della Corea del Nord, con il sostegno dell’Unione Sovietica.
- Kim Il-sung andò contro le preferenze del Partito Comunista di Corea per quanto riguardava la scelta del nome della Corea del Nord.
- Truman sosteneva che il coinvolgimento dell’ONU nella Guerra di Corea fosse indispensabile perché i suoi membri potessero avere fiducia nel progetto.
- MacArthur ebbe un ruolo decisivo nello sbarco di Incheon.
- La Guerra di Corea fu devastante per i civili, con migliaia e migliaia di persone uccise.
- Nonostante la presenza di rappresentanti della Corea del Nord e della Cina, nessun delegato della Corea del Sud firmò l’armistizio.
- Dopo due lunghi anni di negoziati, un armistizio fu finalmente raggiunto e firmato nel luglio 1953.
- L’atteggiamento isolazionista della Corea del Nord iniziò con Kim Il-sung e continua ancora oggi.
Alla fine di questo viaggio, la Guerra di Corea non appare più come una parentesi militare di tre anni, ma come un punto di rottura che ridisegna per sempre la mappa, la memoria e il quotidiano della penisola. Dai primi scontri lungo il 38º parallelo all’invasione del Sud, dalla controffensiva dell’ONU all’intervento cinese, fino allo stallo e all’armistizio mai trasformato in un vero trattato di pace, ogni fase del conflitto aggiunge un nuovo strato di dolore: milioni di morti, metà dei quali civili, città svuotate, orfani di guerra, famiglie rimaste per sempre al di qua o al di là di una linea disegnata dalle superpotenze.
Per i coreani del Sud, questa guerra non è solo un capitolo dei manuali: è il punto di partenza di tutto ciò che verrà dopo. La presenza delle basi americane, la leva obbligatoria per gli uomini, la costante consapevolezza di vivere accanto a un confine instabile hanno modellato la società, la politica e perfino l’immaginario culturale. Molti dei K-drama, dei film e delle storie che oggi consumiamo parlano, direttamente o di riflesso, di famiglie divise, di generazioni cresciute tra povertà, dittature militari, manifestazioni studentesche e desiderio di normalità.

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