Lo sapete, quando un drama mi ossessiona diventa parte di me per giorni. Ascolto in loop l’OST, riguardo le foto, rivivo i momenti salienti nella mente... e ovviamente cambio anche la lockscreen del telefono. Se avete amato Can This Love Be Translated? quanto me, allora sapete esattamente di cosa parlo. Ecco, allora, una selezione di lockscreen dal web. Qui sotto potete vederli in anteprima: se qualcosa vi colpisce, vi basta cliccare sull’immagine per salvarla direttamente nella vostra galleria, con un semplice click. Buona ossessione a tutti!
31 gennaio 2026
30 gennaio 2026
La terra delle quotes - Can This Love Be Translated?
«Quando ho chiuso gli occhi, convinta che fossero gli ultimi istanti della mia vita, altrove c’era chi stava celebrando il proprio festival. La mia vita non aveva mai conosciuto i fuochi d’artificio, eppure li sentivo esplodere in un cielo lontano.»
«Era solo un uomo che ho incontrato per caso. Ma anche solo l’idea di un incontro fortuito con qualcuno di affascinante durante un viaggio è sufficiente a farmi venire le farfalle nello stomaco.»
«Tu hai soltanto interpretato le mie parole, ma hai saputo troppo di me. Così non so nemmeno che espressione fare quando ti guardo. Oggi ho riso, ma la prossima volta che ci incontreremo… potrei piangere.»
«Ci sono tante lingue quante sono le persone. Ognuno parla la propria lingua. Ed è per questo che le persone si fraintendono, si interpretano male e finiscono per ferirsi a vicenda.»«Signora Cha Mu Hee, spiegati in modo che io possa capire. Il tuo linguaggio — parlare per contrari per nascondere la debolezza e colpire quando sei arrabbiata — è troppo difficile per me da interpretare.»«Stiamo vedendo l’aurora adesso perché l’ho desiderato io. Quindi, da oggi in poi, signor Joo, ogni volta che vedrai un’aurora penserai a Cha Mu Hee. Non aver paura. Le aurore non compaiono in Corea. Non è un sollievo?»
«Le aurore sono la luce che nasce quando la Terra, eternamente incapace di raggiungere il Sole, attira minuscole tracce di plasma solare grazie alla forza del suo campo magnetico. Forse questa luce abbagliante e ipnotica non è altro che una tragica, fugace illusione nata dal desiderio della Terra per il Sole, che la inganna facendole credere che un semplice sfiorarsi li abbia avvicinati.»
«Forse non parliamo la stessa lingua, ma ciò che scalda o che ha un sapore dolce è sicuramente universale.»
«Ma poi qualcuno ha iniziato a scuotere il mio mondo. Ho provato ad allontanarla, temendo che il mondo che avevo protetto potesse rompersi e andare in frantumi, ma la luce ha iniziato a filtrare proprio dalle crepe che lei ha aperto.»
«Il fatto che io non esprima i miei sentimenti non significa che non esistano. Né che siano facili da superare.»
«Deve essere frustrante non riuscire a capirla. Ma per te va bene non capirla? Non sei forse un interprete? Se è una lingua che non conosci, dovresti studiarla. Il vocabolario, la sintassi e la punteggiatura saranno diversi dalla lingua che parli tu. Guardala attentamente e fai del tuo meglio per comprenderla.»
«E se il desiderio di morire quando qualcuno mostra gentilezza si scontrasse con il desiderio di uccidere davanti alla gentilezza? Cosa dovrebbe fare, allora, la gentilezza?»
«La gentilezza fa paura. Non c’è niente di più terrificante di una gentilezza che credi destinata a finire.»
«Il modo più sicuro perché una bambina che si sente impossibile da amare diventi felice è abbandonare tutto ciò che potrebbe mai amare. Così il cielo non potrà mai più tingersi di aurore colorate.»
«Non avremo un lieto fine perché siamo destinati a lasciarci. Un amore eterno, un futuro felice… non te li prometterò. Tanto non mi crederesti.»
«Quel giorno non sono mai riuscita davvero a liberarmi di mia madre. Le sue parole — che non sarei mai stata felice — continuavano a tornare, per quanto cercassi di cancellarle, e mi hanno perseguitata per tutta la vita. Per questo, questa volta devo usare tutto ciò che ho per provare davvero, un’ultima volta, a spezzare questa illusione.»
29 gennaio 2026
Quando la fama diventa una gabbia: la Corea che applaude e poi ti distrugge
Scrivo queste righe con un peso nello stomaco che non riesco a scrollarmi di dosso. Perché dietro le luci abbaglianti, i record globali, i numeri da capogiro e l’orgoglio nazionale, esiste una realtà che tutti vedono ma che per troppo tempo si è fatto finta di non guardare davvero. Una realtà che non è fatta di palchi, ma di silenzi. Di commenti lasciati online come coltellate. Di vite che si spezzano mentre il resto del mondo continua a scorrere.
La cultura delle celebrità in Corea del Sud è un sistema che chiede tutto e restituisce pochissimo. Chiede perfezione, obbedienza, gratitudine costante. Chiede di essere sempre sorridenti, sempre impeccabili, sempre “giusti”. Non solo sul palco o davanti a una telecamera, ma ventiquattr’ore su ventiquattro. Non esiste un fuori scena. Non esiste un momento in cui si possa essere fragili senza pagarne il prezzo.
Il successo, in questo contesto, non è mai davvero un traguardo. È una prova continua. Più sali, più diventa pericoloso cadere. E cadere, anche solo simbolicamente, significa diventare bersaglio. Di chi si sente tradito, di chi pretende spiegazioni, di chi crede di avere il diritto di giudicare ogni scelta, ogni errore, ogni esitazione. La linea che separa l’ammirazione dall’odio è sottilissima, e spesso viene attraversata senza alcuna conseguenza per chi lo fa.
I social media amplificano tutto. Ogni accusa, ogni sospetto, ogni voce non verificata può trasformarsi in una valanga. I commenti non sono più solo opinioni: diventano processi pubblici. Migliaia, a volte milioni di persone si sentono autorizzate a dire la loro, a insultare, a pretendere scuse, a chiedere sparizioni. Il cyberbullismo non è un effetto collaterale: è parte integrante del meccanismo. Una punizione collettiva che si consuma sotto gli occhi di tutti.
Ed è qui che la parola “responsabilità” sembra dissolversi. Perché quando tutti partecipano, nessuno si sente davvero colpevole. Ogni commento è solo una goccia, ma insieme diventano un mare che soffoca. Si normalizza la violenza verbale, la si giustifica come critica, come diritto di parola, come “conseguenza della fama”. Come se il successo annullasse l’umanità di chi lo vive.
Negli ultimi anni, questo sistema ha mostrato il suo volto più crudele. Morti che arrivano come scosse improvvise, ma che in realtà sono il risultato di una pressione costante, logorante, quotidiana. Ogni volta la reazione è simile: shock, dolore, promesse di riflessione. E poi, lentamente, tutto torna come prima. Come se nulla fosse cambiato davvero.
La morte di Kim Sae-ron ha riaperto ferite che non si erano mai chiuse. Il suo nome si è aggiunto a una lista che nessuno vorrebbe allungare, eppure continua ad allungarsi. La sua storia ha riportato al centro una verità scomoda: non basta il talento, non basta la popolarità, non basta aver dato tutto a un’industria che chiede sempre di più. Quando l’immagine si incrina, quando l’errore diventa pubblico, il sistema non protegge. Si ritrae. Lascia soli.
Ciò che colpisce, ogni volta, è la prevedibilità di questo ciclo. Prima l’ascesa, poi la caduta. Prima l’adorazione, poi la distruzione. E infine il lutto, spesso accompagnato da frasi di circostanza, da appelli alla gentilezza che arrivano sempre troppo tardi. Come se la consapevolezza fosse una reazione, mai una prevenzione.
Eppure, qualcosa si muove. Negli ultimi tempi, non solo in Corea ma anche fuori dai suoi confini, si è assistito a una risposta diversa. Fan di tutto il mondo hanno iniziato a unirsi non per difendere un’immagine ideale, ma per proteggere le persone dietro quella immagine. Si sono organizzati, hanno segnalato contenuti abusivi, hanno cercato di contrastare le campagne di odio online. Un gesto che rompe una narrazione consolidata: quella del fandom come massa cieca e tossica. Qui, invece, emerge un’altra possibilità. Quella di una comunità che sceglie di non restare in silenzio.
Ma non basta. Perché il problema non è solo il comportamento di alcuni individui online. È un sistema che normalizza l’annientamento emotivo come parte del prezzo da pagare per il successo. Un sistema che monetizza l’immagine ma scarica il peso psicologico su chi quell’immagine la incarna. Un sistema che reagisce solo quando è costretto a farlo, spesso dopo che è troppo tardi.
La Corea del Sud vive una contraddizione profonda. Da un lato, esporta cultura, intrattenimento, storie che parlano di umanità, dolore, empatia. Dall’altro, fatica a concedere quelle stesse cose alle persone reali che rendono possibile questo successo globale. È come se la perfezione richiesta fosse incompatibile con l’essere umani. Come se sbagliare fosse un crimine imperdonabile, soprattutto quando lo sguardo del mondo è puntato addosso.
Ogni morte, ogni tragedia, costringe il paese a un momento di introspezione collettiva. Ci si chiede cosa non abbia funzionato, cosa si sarebbe potuto fare diversamente. Ma la vera domanda resta spesso sospesa: siamo davvero disposti a cambiare il modo in cui guardiamo, giudichiamo e consumiamo le vite degli altri?
Perché finché continueremo a pretendere persone perfette, continueremo a distruggerle quando inevitabilmente mostrano una crepa. Finché confonderemo la critica con l’accanimento, la curiosità con l’invasione, l’opinione con la violenza, questo ciclo non si spezzerà.
Scrivere di tutto questo non è facile. Non lo è mai. Ma credo sia necessario. Perché dietro ogni nome che leggiamo nei titoli, c’è qualcuno che ha sofferto in silenzio mentre il rumore intorno diventava insopportabile. E se c’è una lezione che queste storie continuano a lasciarci, è questa: la fama non dovrebbe mai essere una condanna a morte lenta. E l’umanità non dovrebbe mai essere il primo prezzo da pagare.
28 gennaio 2026
Cyberbullismo in Corea del Sud: quando la violenza digitale diventa sistema
Scrivo questo articolo con una sensazione difficile da ignorare, quella che arriva quando ti rendi conto che la violenza non ha più bisogno di urlare per essere devastante. Basta uno schermo. Basta una connessione. Basta una folla invisibile che si muove compatta, spesso convinta di stare facendo la cosa giusta.
Il cyberbullismo in Corea del Sud non è un fenomeno marginale, né un problema confinato a episodi isolati. È qualcosa di strutturale, radicato nelle dinamiche sociali, culturali e digitali del Paese. Non coincide con il bullismo tradizionale, non ne è una semplice estensione online. È un’altra cosa. Funziona in modo diverso, colpisce in modo diverso e, soprattutto, lascia ferite diverse.
A differenza del bullismo “classico”, che presuppone un contatto diretto e uno spazio fisico condiviso, il cyberbullismo agisce in modo continuo, pervasivo, senza limiti temporali. Non si esaurisce con la fine della giornata o con il rientro a casa. Entra nelle stanze private, nei telefoni, nei momenti di solitudine. È persistente, replicabile, amplificato. Un commento può essere condiviso migliaia di volte. Un insulto può diventare una narrazione. Una persona può essere ridotta a un bersaglio collettivo nel giro di poche ore.
In Corea del Sud, questo meccanismo è ulteriormente intensificato da una cultura digitale estremamente attiva, da un altissimo utilizzo dei social media e da una forte pressione sociale legata all’immagine pubblica, alla reputazione e alla conformità. L’errore, reale o presunto, non viene dimenticato. Viene archiviato, rilanciato, utilizzato come prova definitiva di colpevolezza.
Uno degli aspetti più inquietanti è il coinvolgimento dei giovanissimi. Una percentuale significativa di adolescenti coreani ha dichiarato di aver sperimentato forme di cyberbullismo: insulti online, diffusione di voci, esclusione deliberata dai gruppi digitali, minacce, umiliazioni pubbliche. Le piattaforme più utilizzate sono le stesse che fanno parte della loro quotidianità: social network, app di messaggistica, spazi virtuali in cui l’identità è costantemente esposta al giudizio altrui.
Ma il fenomeno non si ferma ai giovani. Anzi, assume contorni ancora più violenti quando colpisce le donne e le figure pubbliche. Il cyberbullismo contro le donne in Corea del Sud si intreccia spesso con molestie sessuali, linguaggio misogino, minacce di stupro, revenge porn, doxxing. Non si tratta solo di odio generico, ma di una violenza mirata, che sfrutta il corpo, la reputazione e la vulnerabilità sociale come armi.
Molte donne subiscono campagne di odio coordinate, spesso portate avanti da gruppi organizzati che utilizzano l’anonimato per colpire senza conseguenze immediate. Commenti degradanti, messaggi privati offensivi, fotomontaggi, accuse infondate: tutto contribuisce a creare un clima di terrore psicologico che spinge molte vittime a ritirarsi dalla vita pubblica, a chiudere i propri account o a vivere in uno stato di costante allerta.
Nel mondo dell’intrattenimento, il cyberbullismo raggiunge livelli estremi. Celebrità sudcoreane, in particolare idol e attori, diventano bersagli di un controllo ossessivo da parte del pubblico. Ogni comportamento viene analizzato, giudicato, distorto. Una relazione sentimentale, una frase mal interpretata, un’espressione fuori posto possono scatenare ondate di odio digitale.
In questi casi, il cyberbullismo assume la forma di una punizione collettiva. I fan, o presunti tali, si trasformano in giudici morali. L’aggressione viene giustificata come “critica”, “delusione”, “richiesta di responsabilità”. Ma ciò che emerge è un meccanismo di disumanizzazione, in cui la persona scompare e resta solo un’immagine da distruggere.
La pressione psicologica esercitata da questo tipo di violenza è devastante. Molte vittime raccontano di ansia cronica, depressione, disturbi del sonno, attacchi di panico. Nei casi più gravi, il cyberbullismo è stato collegato a gesti estremi, segnando in modo indelebile il dibattito pubblico coreano sulla salute mentale.
Un altro elemento cruciale è la difficoltà di ottenere giustizia. Sebbene esistano leggi contro la diffamazione e le molestie online, il percorso legale è spesso lungo, complesso e scoraggiante. L’anonimato rende difficile identificare i responsabili, e le vittime si trovano frequentemente sole ad affrontare un sistema che fatica a stare al passo con la velocità della violenza digitale.
Nel frattempo, la società continua a oscillare tra condanna formale e tacita accettazione. Da un lato, cresce la consapevolezza del problema e la richiesta di interventi più efficaci. Dall’altro, persiste una cultura che normalizza l’odio online, lo giustifica come “libertà di espressione” o lo minimizza come inevitabile effetto collaterale della vita digitale.
Il cyberbullismo in Corea del Sud non è solo un problema tecnologico. È uno specchio che riflette dinamiche profonde: la pressione alla perfezione, la paura dello stigma, la violenza di genere, il peso del giudizio collettivo. È un fenomeno che costringe a interrogarsi non solo su come vengono usati i social media, ma su che tipo di società li abita.
Scrivere di tutto questo non è semplice. Perché dietro ogni dato, ogni percentuale, ogni caso citato, ci sono persone reali. Vite che vengono spezzate lentamente, commento dopo commento, notifica dopo notifica. E ignorare tutto questo, voltarsi dall’altra parte, significa permettere al silenzio di diventare complice.
27 gennaio 2026
La terra delle quotes - 209
- “L’amore esiste in molte forme diverse: eterosessuale, omosessuale, materno, paterno, reverenziale, amicizia fraterna, cameratismo, amore per l’umanità e amore per sé stessi. E quell’amore ferisce le persone. Quando quella ferita si incancrenisce, pensano a un’azione legale. A quel punto di rottura credono che la loro ultima risorsa, la causa, proteggerà la loro felicità e il loro diritto ad essa. Io voglio rappresentare persone così.” – Beyond The Bar (2025)
- “Voltare le spalle a qualcuno che puoi salvare non è diverso dall’ucciderlo.” – Queen Mantis (2025)
- “Non essere così sicuro che tutte le madri siano dedite ai figli e li amino in modo disinteressato più di sé stesse. Le madri sono solo persone. E le persone sono egoiste fino alla crudeltà.” – Beyond The Bar (2025)
- “Il lavoro è un po’ come imparare a camminare. All’inizio ti senti instabile e insicuro. Sembra che tutti gli altri se la cavino benissimo mentre tu fai fatica a non cadere dopo pochi passi. Ma è così: non puoi imparare se non cadi. Funziona così.” – Typhoon Family (2025)
- “L’unica cosa davvero insostituibile in questo mondo sei tu. Persino quella persona del tuo passato può, alla fine, essere sostituita.” – Beyond The Bar (2025)
- “Per quanto il mondo cambi, alla fine sono sempre le persone a viverci dentro. In fondo siamo tutti uguali.” – Typhoon Family (2025)
- “Dicono che le emozioni non resistono all’erosione del tempo e che il tempo cancella persino le proprie tracce.” – Beyond The Bar (2025)
- “Là fuori ci sono fin troppe persone terribili. È troppo stancante cercare di odiarle tutte. Pensiamo solo alle persone che vogliamo accanto a noi.” – Typhoon Family (2025)
- “La durezza delle parole non è il problema. Ciò che conta è dove le usi e per chi le usi.” – Beyond The Bar (2025)
- “In passato riuscivo a sopportare l’oggi solo pensando che ci sarebbe stato un domani. Ma ora è un po’ diverso. Quando arriverà domani, avrò imparato qualcosa in più e riflettuto un po’ di più, così potrò essere anche solo leggermente migliore di come sono oggi.” – Typhoon Family (2025)
- “Io credo che quel diritto sia determinato dal segno che lasciamo nella vita degli altri. Se quel segno contiene solo sofferenza e disperazione, penso che tu perda il diritto alla vita. E se qualcuno che ha perso quel diritto muore, la sua morte non è più una tragedia. Diventa solo un altro tassello che mantiene il mondo in equilibrio.” – Beyond The Bar (2025)
- “Devi imparare a perdere bene. Intendo perdere senza arrenderti.” – The Winning Try (2025)
- “Il silenzio di uno spettatore può essere crudele quanto la violenza di chi agisce. Alla fine non è diverso dallo schierarsi con il colpevole.” – Beyond The Bar (2025)
- «La felicità è soggettiva, lo sai. Quindi, qualunque cosa intenda per felicità, lo Stato si impegna a sostenere i nostri sforzi per raggiungerla. Per questo si parla di diritto a perseguire la felicità, non di diritto a essere felici.» – A Hundred Memories (2025)
- “Dicono che siamo responsabili non solo delle nostre azioni, ma anche delle nostre omissioni.” – Beyond The Bar (2025)
26 gennaio 2026
BENVENUTI IN KOREA: I Coreani di Joseon
Dopo aver messo in fila date, guerre, trattati e rivolte nella timeline di Joseon, adesso è il momento di fare zoom sui volti. Perché una dinastia non è fatta solo di palazzi e confini che cambiano, ma di persone in carne e ossa che hanno preso decisioni, scritto libri, dipinto quadri, curato malati, sfidato potenze straniere o semplicemente provato a vivere secondo gli ideali del loro tempo.
Al centro di questo articolo c’è Sejong il Grande, il “re filosofo” che ha cambiato per sempre il modo di leggere, scrivere e pensare in Corea. Intorno a lui, però, si muove un piccolo “pantheon” di figure affascinanti: studiosi esiliati che continuano a scrivere, pittrici e poeti che lasciano il segno in un mondo dominato dagli uomini, scienziati che misurano il tempo e la pioggia, sovrani e sovrane che pagano a caro prezzo le loro scelte politiche.
Quello che segue non è un elenco scolastico di biografie, ma una piccola galleria di personaggi: un modo per dare nomi, volti e storie a quella dinastia Joseon che nei K-drama vediamo spesso solo come sfondo, tra hanbok perfetti e palazzi illuminati.
25 gennaio 2026
Il bullismo in Corea: Quando la violenza smette di essere un’eccezione
Scrivo questo articolo con un nodo allo stomaco. Perché ci sono temi che non si affrontano mai davvero con distacco, anche quando provi a essere lucida, ordinata, razionale. Il bullismo in Corea del Sud è uno di questi. Non perché sia un fenomeno sconosciuto – anzi, è fin troppo noto – ma perché per anni è stato normalizzato, minimizzato, ridotto a “fasi della crescita”, a dinamiche scolastiche dure ma inevitabili. E invece non lo è mai stato.
Oggi, guardando i numeri, guardando le percentuali, guardando le storie che emergono una dopo l’altra, diventa impossibile continuare a fingere che si tratti di episodi isolati. È un sistema. È una cultura della violenza che nasce presto, si consolida nel tempo e lascia cicatrici che spesso non si rimarginano.
In Corea del Sud, il bullismo scolastico non è un fenomeno marginale. Secondo i dati ufficiali, circa il 23% degli studenti delle scuole medie e superiori ha dichiarato di aver subito bullismo almeno una volta. Una percentuale che, da sola, dovrebbe bastare a farci fermare. Ma non è tutto. Il 17% degli studenti coinvolti ha riferito che gli episodi sono stati ripetuti e sistematici, non sporadici. Questo significa che per molti ragazzi la scuola non è un luogo di crescita, ma uno spazio di paura quotidiana.
La forma più comune di bullismo resta quella verbale e psicologica, che coinvolge oltre il 40% dei casi segnalati: insulti, umiliazioni, esclusione sociale, voci fatte circolare con precisione chirurgica per distruggere una reputazione. Seguono il bullismo fisico, che rappresenta circa il 16% dei casi, e il cyberbullismo, che continua a crescere e oggi riguarda più del 9% degli studenti, con una diffusione particolarmente alta tra le fasce più giovani.
C’è un dato che colpisce più di altri: oltre il 60% delle vittime dichiara di non aver mai parlato con un adulto di ciò che stava subendo. Non con gli insegnanti, non con la famiglia, non con le istituzioni. Il silenzio, ancora una volta, è parte integrante del problema. Si tace per vergogna, per paura di peggiorare la situazione, per la convinzione – profondamente radicata – che denunciare significhi attirare su di sé una colpa ulteriore.
E quando si parla delle conseguenze, i numeri diventano ancora più difficili da ignorare. Più del 30% delle vittime di bullismo sviluppa sintomi depressivi significativi, mentre circa il 20% manifesta livelli elevati di ansia cronica. In molti casi, questi effetti non si esauriscono con la fine del percorso scolastico. Restano. Si trascinano nell’età adulta. Modellano il modo in cui una persona percepisce se stessa e il mondo.
Non è un caso che in Corea del Sud il bullismo sia stato più volte collegato al tema, drammaticamente attuale, della salute mentale. Una percentuale significativa di giovani che hanno tentato il suicidio – superiore al 40% in alcuni studi – ha riportato esperienze pregresse di bullismo o violenza scolastica. Non si tratta di una correlazione astratta: sono storie che si sovrappongono, che si rincorrono, che si ripetono con una frequenza inquietante.
Negli ultimi anni, la discussione pubblica è esplosa anche grazie alla cultura popolare. Serie televisive e prodotti di intrattenimento hanno iniziato a raccontare il lato più oscuro della scuola coreana, mostrando una violenza che molti preferivano non vedere. E la reazione è stata forte, divisiva, a tratti difensiva. Perché quando una narrazione colpisce così vicino alla realtà, costringe a fare i conti con ciò che si è scelto di ignorare.
Una delle verità più scomode è che il bullismo, in Corea, è spesso legato alla gerarchia. Età, status sociale, rendimento scolastico, forza fisica: tutto diventa un criterio per stabilire chi può esercitare potere e chi deve subirlo. Circa il 70% dei casi di bullismo avviene all’interno della stessa classe, tra pari che si conoscono, che condividono lo stesso spazio ogni giorno. Non c’è fuga. Non c’è tregua.
E non possiamo ignorare il ruolo delle istituzioni. Per anni, le risposte sono state lente, frammentarie, spesso inefficaci. Anche oggi, meno del 50% delle segnalazioni di bullismo porta a un intervento ritenuto adeguato dalle vittime. Questo significa che, nella percezione di chi subisce violenza, il sistema continua a non essere un alleato affidabile.
Scrivere tutto questo non è facile. Perché significa ammettere che dietro l’immagine patinata, efficiente, competitiva della Corea del Sud, esiste una realtà molto più fragile e dolorosa. Una realtà fatta di ragazzi che imparano presto che sopravvivere conta più che stare bene, che resistere è più importante che chiedere aiuto.
Eppure, parlarne è necessario. Guardare le percentuali in faccia è necessario. Perché ogni numero rappresenta una persona, una storia, una ferita. E continuare a chiamare tutto questo “esagerazione” o “finzione narrativa” non protegge nessuno. Anzi, rende il silenzio ancora più pesante.
Io credo che raccontare queste storie, anche quando fanno male, sia un atto di rispetto. Verso chi non ha potuto parlare. Verso chi sta ancora cercando il coraggio di farlo. E verso chi merita, semplicemente, di crescere senza dover sopravvivere ogni giorno a un campo di battaglia invisibile.
24 gennaio 2026
Il crollo del centro commerciale Sampoong
Come promesso, ecco la continuazione della serie di post ispirati al documentario “The Echoes of Survivors: Inside Korea’s Tragedies”. In questa nuova, ed ultima, parte vi racconterò la storia degli episodi dedicati al crollo del centro commerciale Sampoong.
Ci sono parole che suonano quasi come una carezza, perché promettono stabilità. “Solido”, “robusto”, “sicuro”. E poi ci sono quelle frasi fatte che ci raccontiamo per non pensarci: sicuro come una casa. Perché, in fondo, cosa c’è di più rassicurante di quattro mura e un tetto? Viviamo dentro gli edifici come se fossero una parte neutra del paesaggio: casa, lavoro, svago, acquisti. Come se l’idea stessa di “costruzione” implicasse automaticamente durata, resistenza, protezione. E invece no. A volte non è vero per niente.
Se chiudo gli occhi e provo a immaginare la scena, mi viene in mente un colore prima ancora di un rumore: quel rosa acceso, quasi ostentato, di una struttura enorme, brillante, vistosa. Il Sampoong Department Store era questo: un gigante nel quartiere di Seocho, dentro Gangnam. Dagli anni Sessanta in poi la Corea del Sud era entrata in una fase di sviluppo rapidissimo. Tra il 1980 e il 1990 aveva registrato la crescita più veloce al mondo del PIL pro capite medio. E Seoul, in particolare, era stata travolta da un boom edilizio fortissimo in vista delle Olimpiadi del 1988. Era un periodo in cui tutto doveva essere “pronto”, “nuovo”, “grande”. E il Sampoong era figlio di quella mentalità.
La costruzione iniziò nel 1987 e fu completata nel 1989. Un complesso enorme, due edifici collegati, cinque piani fuori terra e quattro livelli sotterranei. Una superficie complessiva che arrivava a 73.877 metri quadrati. Un luogo che, una volta aperto, attirava numeri quasi irreali: circa 40.000 visitatori al giorno. Era diventato un punto di riferimento, un simbolo, un’abitudine.
E proprio perché era un’abitudine, quel giorno — quel giovedì di fine giugno 1995 — per tantissime persone iniziò come un giorno qualsiasi. Il caldo di Seoul, umido e appiccicoso, si stava facendo sentire. Eppure l’aria condizionata era stata spenta. Una scelta che, in un posto “prestigioso” come quello, suonava quasi offensiva. Una giovane dipendente ricordò clienti irritati, increduli: com’era possibile che un centro commerciale di quel livello non avesse l’aria condizionata funzionante? Sotto, nei reparti, nessuno aveva una risposta vera. Si lavorava lo stesso. Si comprava lo stesso.
Anche perché, a livello “visibile”, tutto sembrava ancora reggere. Sì, circolavano voci. Si sapeva che al quinto piano — quello con diversi ristoranti tradizionali coreani — qualcosa non andava. Si parlava di crepe. Si parlava di chiusure parziali: prima il quinto piano, poi anche il quarto. Eppure il resto dell’edificio restava aperto. Anzi, con la chiusura degli uffici cittadini, come sempre, arrivò la solita ondata di clienti che passavano a fare compere tornando a casa. La normalità che entra in scena proprio mentre, sopra la testa, la struttura sta cedendo.
C’è una testimonianza che mi rimane addosso perché è spaventosa nella sua semplicità: una sopravvissuta racconta che una collega, una persona allegra, scherzava davanti a quelle crepe, posando e ridendo come se fosse una gag. “Se lo scuotiamo forte magari crolla davvero.” E poi crollò. E quella collega — come tanti altri clienti e commessi — non uscì più.
Le crepe erano state notate in modo preciso: quinto piano dell’ala sud, proprio dove operavano i ristoranti. E non erano crepe minuscole, “da ignorare”: alcune vennero descritte come grandi quanto un pugno. In altri punti il pavimento appariva visibilmente sollevato, deformato. E prima di mezzogiorno, in cucina, qualcuno riferì addirittura di aver sentito suoni provenire dal soffitto. Un edificio che parla. Un edificio che avverte. E una dirigenza che decide che il rumore non vale quanto l’incasso.
Nel frattempo, sopra, sul tetto, c’era un altro peso. Letteralmente.
Tre torri di raffreddamento dell’aria condizionata: 36 tonnellate complessive, che con l’acqua arrivavano a 87 tonnellate. Inizialmente erano state installate sul lato est del tetto dell’ala sud. Poi arrivarono le lamentele dei residenti vicini: troppo rumore. La soluzione? Spostarle. Ma non con una gru, non come si farebbe con qualcosa di così pesante e delicato. Furono trascinate con la forza, danneggiando il tetto in modo significativo. E, cosa ancora più inquietante, chi gestiva il complesso sapeva che quelle torri generavano vibrazioni. Sapeva che quel peso, quel movimento, quelle scelte avevano lasciato cicatrici strutturali.
E non era solo una questione di “impianti”.
Quando si mise mano ai progetti e alle analisi, venne fuori una storia di trasformazioni e compromessi che suona quasi come una confessione involontaria: l’edificio non era nato per essere un grande magazzino di cinque piani. In origine era previsto come un palazzo residenziale di quattro piani. Durante i lavori, il gruppo decise di cambiare destinazione. I costruttori originari si opposero e furono allontanati; il lavoro venne completato da una società interna.
E poi arrivò il quinto piano. Per via di regolamenti che limitavano i piani commerciali, quel livello era stato pensato inizialmente come pista di pattinaggio. Ma anche quello cambiò: diventò area ristorazione. E qui il dettaglio è tutto fuorché marginale. Un ristorante tradizionale coreano implica clienti seduti a terra, riscaldamento a pavimento, tubazioni, spessori diversi, cemento più spesso. Implica attrezzature pesanti, impianti, carichi. Il risultato fu brutale: quel quinto piano diventò tre volte più pesante rispetto a quanto previsto.
E un edificio a lastre di cemento sostenute da colonne che distribuiscono il carico non perdona queste cose. Funziona bene, sì, ma richiede precisione assoluta. In pratica: margine di errore quasi zero. Se aumenti il carico, devi aumentare la capacità di sostegno delle colonne. Devi rendere più forti le strutture portanti. Devi rispettare la logica stessa del sistema. Invece, lì accadde l’opposto.
Le colonne avrebbero dovuto essere di 80 cm di diametro con 16 barre di rinforzo. E invece risultarono ridotte a 60 cm e con sole 8 barre. E ancora: le colonne erano state distanziate più del necessario per massimizzare lo spazio commerciale. Più superficie di vendita, meno sostegno. Un compromesso che, a posteriori, sembra quasi indecente.
Come se non bastasse, persino una misura pensata per aumentare la sicurezza — gli scudi antincendio intorno alle scale mobili, progettati per bloccare fumo e fiamme tra i piani — finì per indebolire ulteriormente la struttura, perché l’installazione comportò tagli nelle colonne vicine alle scale mobili, riducendone il supporto fino al 25%.
E così si arriva a quella domanda che, inevitabilmente, mi fa sempre venire i brividi quando si parla di disastri: perché proprio quel giorno? Perché un edificio può essere “destinato” a crollare per design e costruzione, ma spesso resta in piedi finché non supera un punto critico. E quel punto critico, a volte, lo supera con una sola goccia. La goccia finale. Quella goccia, in questa storia, ha un nome quasi clinico: colonna 5E.
La mattina del crollo, il responsabile delle strutture fu chiamato perché c’erano crepe intorno a una colonna al quinto piano. Crepe enormi. Pavimenti deformati. Rumori di spaccature. Nel pomeriggio venne chiamato un ingegnere strutturale, che fotografò crepe e rigonfiamenti. Su cosa disse esattamente, le ricostruzioni non sono tutte uguali: c’è chi sostiene che rassicurò, chi dice che consigliò l’evacuazione e fu ignorato. Ma su un punto, la storia è fin troppo coerente: mentre ai piani bassi si continuava a lavorare e a vendere, alcuni dirigenti lasciarono l’edificio.
Ci fu perfino un’ispezione d’emergenza e una riunione del consiglio d’amministrazione verso le 15:00, tre ore prima del crollo. Alcuni membri suggerirono l’evacuazione, ma il presidente della società di costruzioni e ingegneria del gruppo, Lee Joon, si oppose. La motivazione? Le perdite economiche: il negozio era pieno di centinaia di clienti.
Intanto l’aria condizionata veniva spenta intorno a mezzogiorno, per drenare l’acqua dalle torri. E questo paradossalmente spinse alcune persone ad andarsene, perché dentro faceva troppo caldo. Una scelta fatta per motivi strutturali e gestionali, non per proteggere i presenti. Non un’evacuazione vera, non un ordine chiaro, solo un “effetto collaterale” che salvò qualcuno per caso. Poi il tempo iniziò a stringersi.
Verso le 17:00 anche il soffitto del quarto piano cominciò ad abbassarsi. Si decise di bloccare l’accesso, ma ancora niente evacuazione. Alle 17:50, quando fu evidente che stava per succedere qualcosa di serio, partirono gli allarmi e i dipendenti iniziarono a far uscire i clienti. Due minuti dopo, il tetto e il quinto piano dell’ala sud cedettero. E da lì, l’effetto domino: un collasso che arrivò fino ai sotterranei.
C’è chi descrive quei momenti con suoni che sembrano impossibili da associare a un edificio: un boato, poi un altro ancora più forte; un rumore simile a un treno della metropolitana che entra in stazione; poi il panico, la corsa, il caos. E il corpo che capisce prima della mente.
L’ala nord non crollò. E chi era lì, incluso chi stava tenendo la riunione d’emergenza, sopravvisse.
Quando la polvere si posò, quello che rimase fu un paesaggio di detriti e un silenzio che non era silenzio: era shock. Perché la scena era mostruosa. Un edificio enorme sparito in un attimo. Una tragedia “in tempo di pace” che superò ogni precedente nella storia moderna del paese.
Il bilancio fu netto e crudele: 502 morti e 937 feriti. E, dettaglio che mi spezza ogni volta, più della metà delle vittime — 302 — erano dipendenti. Persone che non erano lì “per scelta”, ma perché stavano lavorando. Gli altri erano clienti, molti dei quali donne che stavano facendo la spesa per la cena. La normalità che finisce sotto le macerie.
E poi arrivò l’altra parte della storia: quella in cui la tragedia non è più l’evento, ma la sua durata. I soccorsi partirono subito, ma si scontrarono con qualcosa per cui il paese non era preparato. Le attrezzature — sensori di calore, sensori sonici, dispositivi capaci di rilevare anche il respiro umano, cani da ricerca — risultarono spesso inefficaci. Troppo caos. Troppa profondità. Troppo rumore. Troppi corpi. Perfino i cani non riuscivano a distinguere. E ogni sollevamento di una lastra comportava un rischio: se sotto c’era qualcuno vivo, potevi ucciderlo tu.
Sul sito c’erano anche fumo e fiamme. Il parcheggio sotterraneo e le auto schiacciate erano considerate una possibile fonte di combustibile. Le squadre decisero di spruzzare acqua per contenere il fuoco e impedirne l’espansione. E qui c’è un paradosso che fa male, perché è la fotografia perfetta di una catastrofe: per alcuni sopravvissuti quell’acqua fu una salvezza — contro ustioni e disidratazione — ma per altri, intrappolati dove l’acqua si accumulò, diventò la causa della morte. Acqua come vita e acqua come condanna, nello stesso identico luogo.
Tra le macerie, chi era vicino alla superficie veniva trascinato fuori. Più giù, era un’altra realtà: buio, spazio che si restringe, soffitti che scendono, ferite che non puoi vedere ma che senti. Un dipendente raccontò di percepire un foro nella testa così grande da poterci infilare un dito. Un taglio sulla schiena con qualcosa di “viscido”, come l’intestino. Il pensiero fisso: non voglio morire. E poi la terribile idea di essere l’unico rimasto, perché chiami e non risponde nessuno.
In mezzo a tutto questo, i soccorritori erano esseri umani contro un inferno di cemento. Dopo 52 ore vennero tirate fuori vive 24 persone: erano addetti alle pulizie, e si erano salvati perché un camerino sotterraneo era rimasto intatto. Avevano pochissima aria, niente cibo né acqua; alcuni bevvero la propria urina per resistere. Per liberarli ci vollero oltre tredici ore e quando finalmente si arrivò a loro, vennero letteralmente unti con olio vegetale e sapone liquido per poterli estrarre.
E poi ci furono i salvataggi che sembrano impossibili perfino da raccontare senza sentirsi in colpa verso chi non ce l’ha fatta. Un dipendente fu trovato vivo dieci giorni dopo: disse di essere sopravvissuto bevendo acqua piovana e mantenendosi lucido giocando con un giocattolo per bambini. Disse anche che all’inizio c’erano altre persone vive vicino a lui, ma morirono, e pensò che potessero essere annegate nell’acqua, la stessa acqua che, per lui, fu sopravvivenza.
Una giovane dipendente rimase intrappolata per dodici giorni in uno spazio minuscolo, lungo circa un metro e mezzo e largo meno di mezzo metro. Quando sentì una voce chiedere se ci fosse qualcuno, descrisse la sensazione come una felicità che la faceva “volare”, come se la sola consapevolezza di essere finalmente riconosciuta e “vista” fosse già una liberazione, anche prima dell’uscita.
E poi c’è l’ultima. La più famosa, la più incredibile. Diciassette giorni dopo quando era quasi impossibile credere che ci fosse ancora qualcuno vivo, un vigile del fuoco disse che non poteva permettersi di convincersi del contrario. Sollevò un pezzo di cemento, sentì un rumore, una risposta. Entrò in un buco e illuminando con la torcia si ritrovò faccia a faccia con lei: Park Seung-Hyun, una dipendente diciannovenne. I colleghi si misero a scavare anche a mani nude. Lei disse solo una cosa, che è umanissima e terribile insieme: “Non ho vestiti.” E loro: non importa. La tirarono fuori e la avvolsero in una coperta.
Dal punto di vista umano è un miracolo. Dal punto di vista fisico è quasi un enigma: puoi sopravvivere settimane senza cibo, ma senza acqua parliamo di pochissimi giorni. Nel suo caso si ipotizza che l'acqua filtrata dalle piogge e dai getti dei soccorritori sia arrivata fino a quello spazio caldo e umido, tenendola in vita. Dopo di lei, non ci furono più vivi. Solo resti.
Molti familiari non riuscivano a mollare. Sei mesi dopo, alcuni campeggiavano ancora vicino al sito, incapaci di tornare davvero a casa. Una madre che aveva perso la figlia diciannovenne disse che a casa si sentiva inquieta, non sapeva cosa fare; ma tornando lì, in quel luogo, riusciva a calmarsi. Perché il dolore, a volte, ha bisogno di un punto fisico per non disperdersi.
A quel punto la domanda non era più “quanti” ma “come”. Come poteva essere successo? E come poteva essere passato, fino a quel momento, come un edificio “normale”, sottoposto a ispezioni regolari?
Le indagini fecero quello che si fa sempre: escludere ipotesi. All’inizio si pensò a una fuga di gas, anche perché qualcuno aveva detto di averne sentito l'odore nei giorni precedenti. Ma gli incendi non erano compatibili con un’esplosione di gas. Si valutò persino l’ipotesi di un attentato: Seoul è a circa 56 km dal confine nordcoreano, e i rapporti erano tesi da decenni; nel 1987 c’era stato il caso di un volo Korean Air fatto esplodere da agenti nordcoreani con 115 morti. Un grande magazzino di lusso sarebbe stato un simbolo perfetto da colpire. Ma anche questa pista cadde: la dinamica del crollo non mostrava segni di esplosione verso l’esterno. L’edificio era sceso giù, dritto, come una pila che si sgonfia su se stessa.
Si controllarono le fondamenta, anche perché il terreno era stato in passato una discarica riempita ma le analisi riferivano che le fondamenta erano intatte. Quindi no: non era il terreno. Si testò anche il cemento: il rapporto tra cemento, acqua e aggregati deve essere preciso, altrimenti la resistenza crolla. I campioni sottoposti a pressione risultarono adeguati: il materiale, in sé, era abbastanza forte.
E allora rimase ciò che spesso è la verità più scomoda: il modo in cui era stato progettato e realizzato il sistema nel suo insieme. Design, colonne, modifiche, scelte, corruzione, incuria. Un edificio che, a un certo punto, era “destinato” a crollare. E la goccia finale fu proprio quella colonna indebolita dal trascinamento delle torri sul tetto e dalle vibrazioni ripetute per due anni, ogni volta che l’impianto veniva acceso. Il giorno del crollo l’aria condizionata era stata spenta proprio perché si sapeva delle vibrazioni. Ma era troppo tardi. La colonna 5E non riuscì più a sostenere il carico. Cedette. Il peso passò alle altre colonne. E, una dopo l’altra, cedettero anche loro. Un fallimento progressivo, rapidissimo, verticale.
Il dettaglio che mi ossessiona, però, è questo: quel crollo iniziò molto prima dell’apertura. In un certo senso iniziò prima ancora che il primo cliente entrasse, perché le scelte che lo resero possibile furono fatte quando ancora tutto era “progetto”, quando ancora si poteva fermarsi, correggere, dire no.
E qui arriva l’altra parte della ferita: la responsabilità.
Ci furono condanne. Lee Joon venne riconosciuto colpevole e ricevette una pena che in appello si ridusse a sette anni e mezzo. Morì nel 2003, poco dopo il rilascio. Il figlio, Lee Han-sang, venne condannato a sua volta a sette anni per omicidio colposo e corruzione. Anche funzionari pubblici coinvolti tramite tangenti finirono in carcere e vennero multati. L’ex capo del distretto di Seocho ricevette dieci anni per una tangente da dodici milioni di won. In totale, venticinque persone tra condanne e multe.
Eppure, anche questo non bastava a chi aveva perso qualcuno. Perché quando un edificio “passa ispezioni regolari” e poi si schiaccia su se stesso con 502 morti, capisci che il problema non è solo un gruppo, ma un sistema.
Infatti dopo il disastro si diffuse una paura concreta: se una società aveva potuto ottenere risultati così scadenti attraverso mazzette e complicità, cosa impediva ad altri di fare lo stesso? La risposta fu terrificante: niente.
Un’ispezione approfondita sugli edifici alti di Seoul mostrò un quadro che sembra quasi irreale: solo uno su cinquanta poteva essere definito sicuro. Quattro su cinque avevano bisogno di riparazioni importanti. Uno su sette doveva essere ricostruito.
E come se la tragedia non avesse già detto abbastanza, lasciò anche un’altra lezione: l’emergenza.
Le squadre mediche si trovarono davanti un compito gigantesco senza
protocolli adeguati: morti e feriti vennero portati negli ospedali vicini senza
un progetto preciso di smistamento. Ma proprio da quel caos nacque un
cambiamento: quel disastro diventò una lezione durissima che contribuì a far
avanzare in modo significativo la medicina d’emergenza e la gestione dei
disastri nel paese.
Oggi, quando si parla di “memoria”, il punto
non è solo ricordare il crollo. È ricordare cosa ha rappresentato.
Sampoong fu un trauma collettivo. E arrivò a
pochi mesi da un’altra tragedia — il crollo del ponte di Seongsu, con 32 morti
e 17 feriti — come se il paese stesse ricevendo una sveglia amara, una di
quelle che non puoi ignorare. Un invito brutale a guardarsi allo specchio: la
cultura della corsa, l’ossessione per l’efficienza, la fame di risultati rapidi
che aveva aiutato la Corea del Sud a uscire dalla povertà del dopoguerra… ma
che, quando diventa cieca, pretende il prezzo più alto.
E poi c’è la parte che mi fa più rabbia,
forse perché è la più “umana”, nel senso peggiore del termine: cosa resta sul
luogo.
Perché oggi lì, dove quel gigante rosa è
collassato, non c’è nulla che lo dica. Nessuna traccia. Nessun segno. Niente.
Il terreno è stato venduto a un privato. Al suo posto ci sono appartamenti di
lusso: vita quotidiana che scorre sopra il punto esatto in cui più di
cinquecento persone morirono.
Le famiglie avevano chiesto un memoriale lì.
Non è stato fatto. L’idea venne bloccata perché “il terreno valeva troppo”.
Troppo prezioso per ricordare. Troppo prezioso per rallentare la narrativa del
lusso con una targa che dicesse: qui è
successo questo. Qualcuno chiamò quella zona “la York di Gangnam”, come a
sottolineare che il valore immobiliare aveva vinto anche sulla memoria.
Il memoriale, invece, è altrove: nello
Yangjae Citizens’ Forest, a circa mezz’ora di auto dal luogo della tragedia. Lì,
ogni anno, le famiglie continuano ad andare. C’è chi asciuga l’acqua piovana
dalle incisioni, come se anche quel gesto fosse un modo per non far scolorire
le persone insieme alla pietra. Sampoong
non è solo un disastro. È una ferita nazionale. Una di quelle che si richiudono
in superficie, ma sotto continuano a pulsare.
Forse è per questo che la sua eredità vive anche nell’arte. Musicisti,
scrittori, registi hanno usato quella tragedia come spazio di riflessione e
ricerca interiore. chi incolpare? siamo tutti complici. E non è un modo per
assolvere i colpevoli — no. È un modo per dire che le grandi tragedie non
nascono mai da un solo gesto. Nascono da una somma di tolleranze, di
scorciatoie, di silenzi, di “non è niente”, di “andrà bene”, di “non fermiamo
le vendite”.
Se si costruisse con lo spirito di chi sta costruendo la propria casa, forse
non ci sarebbero disastri come Sampoong. Credo che questa sia la domanda che
resta sospesa, anche oggi, mentre in quel punto di Gangnam la vita continua,
elegante e lucida, come se niente fosse mai accaduto:
23 gennaio 2026
Jeonse: quando la casa diventa un deposito di fiducia (e di rischio)
Ispirata dal drama Cashero e ricercando sul rapporto che i coreani hanno con il denaro mi sono imbattuta in un argomento di cui non avevo ancora mai parlato sul blog e che approfitto per discuterne oggi: i Jeonse.
Quando si parla di Corea del Sud, il tema della casa è inevitabilmente intrecciato a quello del denaro, della sicurezza economica e del futuro. Il sistema abitativo coreano è profondamente diverso da quello a cui siamo abituati in Europa, e il jeonse ne è forse l’esempio più emblematico, ma anche più controverso.
Il jeonse è una forma di affitto unica nel suo genere. Non prevede il pagamento di un canone mensile, ma richiede invece il versamento di una somma di denaro molto elevata, una sorta di deposito cauzionale che può arrivare anche al 50–80% del valore dell’immobile. Questa somma viene consegnata al proprietario all’inizio del contratto e restituita integralmente alla fine del periodo di locazione, che di solito dura due anni.
In teoria, l’inquilino vive in casa “gratis”. In pratica, immobilizza una quantità enorme di capitale. Il proprietario, dal canto suo, utilizza quel denaro per investimenti, acquisti o per coprire altri mutui, senza dover pagare interessi. Il sistema si fonda su un presupposto fondamentale: la fiducia. Fiducia nel fatto che, allo scadere del contratto, il proprietario sarà in grado di restituire l’intera somma.
Per decenni, il jeonse ha funzionato. In un contesto di crescita economica costante e di prezzi immobiliari in continuo aumento, il denaro depositato non solo sembrava al sicuro, ma appariva quasi come una scelta razionale. Il proprietario poteva contare sull’aumento di valore dell’immobile, mentre l’inquilino evitava l’erosione mensile del reddito e sperava, un giorno, di accumulare abbastanza capitale per acquistare una casa propria.
Ma questo equilibrio era fragile. E col tempo, ha iniziato a incrinarsi.
Il sistema abitativo coreano non si limita al jeonse. Esistono anche formule ibride, come il wolse, che combina un deposito iniziale più basso con un affitto mensile. Negli ultimi anni, proprio il passaggio dal jeonse al wolse è diventato sempre più comune, segno evidente di un cambiamento strutturale. I proprietari, messi sotto pressione da tassi di interesse in aumento e da un mercato immobiliare meno prevedibile, preferiscono oggi entrate mensili sicure piuttosto che basarsi su grandi somme da gestire e restituire.
Il problema è che il jeonse non è solo un contratto abitativo: è un sistema finanziario parallelo. I proprietari spesso reinvestono il deposito ricevuto per acquistare altri immobili, creando una catena in cui il rimborso di un inquilino dipende dall’ingresso di quello successivo. Finché il mercato cresce, il meccanismo regge. Quando rallenta, il rischio esplode.
Negli ultimi anni, sempre più inquilini si sono trovati di fronte a una realtà drammatica: la fine del contratto arriva, ma il denaro non torna indietro. Proprietari insolventi, immobili ipotecati, fallimenti a catena. Il deposito, che doveva essere una garanzia, si trasforma in una trappola.
Questo ha colpito in modo particolare i giovani e le famiglie con meno risorse. Accedere a un jeonse richiede spesso prestiti consistenti, concessi con l’idea che il deposito sia “sicuro”. Ma quando il sistema fallisce, il debito resta, mentre il capitale svanisce. Il sogno di una casa stabile si trasforma in precarietà economica.
Il governo ha tentato di intervenire, introducendo assicurazioni sul deposito e meccanismi di tutela, ma la complessità del sistema rende difficile una soluzione rapida. Il jeonse è così radicato nella struttura economica e culturale del Paese che eliminarlo di colpo sarebbe impensabile. Eppure, continuare a sostenerlo senza una strategia di uscita controllata rischia di amplificare le crisi future.
Oggi il jeonse non è più solo una tradizione abitativa: è diventato il simbolo di un rapporto ambiguo con il denaro. Da un lato, l’idea di immobilizzare enormi somme per “non pagare affitto” riflette una mentalità orientata al sacrificio e all’accumulo. Dall’altro, mostra quanto la sicurezza economica possa essere illusoria quando viene affidata a meccanismi sistemici fragili.
Nel contesto raccontato da Cashero, dove il denaro diventa misura di valore, potere e sopravvivenza, il jeonse appare quasi come una metafora reale. Una società in cui il denaro non è solo mezzo, ma condizione di accesso alla stabilità, all’abitare, al futuro. Dove non pagare ogni mese non significa essere liberi, ma vincolati a un rischio silenzioso e costante.
Il jeonse nasceva come un patto di fiducia. Oggi, sempre più spesso, si rivela un patto sbilanciato. E forse il vero nodo non è solo abitativo o finanziario, ma culturale: fino a che punto una società può continuare a basare la propria sicurezza su un sistema che presuppone crescita infinita, stabilità assoluta e fiducia cieca nel mercato?
Parlarne oggi significa interrogarsi non solo su come si vive in Corea, ma su come il denaro modella le nostre scelte, le nostre paure e la nostra idea di casa.
22 gennaio 2026
La Corea che non sa chiedere aiuto
Ci sono lati della Corea di cui si parla poco. Non perché non esistano, ma perché fanno male. Perché incrinano l’immagine luminosa, colorata e apparentemente instancabile che siamo abituati a vedere attraverso i drama, la musica, l’energia contagiosa della cultura pop. Eppure questa è una realtà che esiste, che pesa, che morde in silenzio, e che chiede di essere guardata senza filtri.
La Corea del Sud è uno dei paesi con il più alto tasso di suicidi al mondo. Non solo in termini assoluti, ma soprattutto se si guarda ai paesi sviluppati, quelli che immaginiamo come modelli di progresso, modernità, successo. È una contraddizione che spiazza: una nazione che produce cultura globale, che innova, che affascina milioni di persone, e che allo stesso tempo perde i suoi cittadini in un silenzio assordante.
Il dato più devastante non è solo la posizione nelle classifiche mondiali, ma chi muore. Il suicidio è la principale causa di morte tra gli adolescenti. È la principale causa di morte tra i giovani adulti. È la principale causa di morte tra le persone nei loro venti e trent’anni. E quando si arriva ai quarant’anni, anche lì il suicidio resta in cima, superando perfino il cancro. In alcune fasce d’età, più della metà dei decessi è legata a questo gesto estremo. Non è un’emergenza isolata. È una ferita strutturale.
C’è un ponte a Seoul che attraversa il fiume Han, uno dei tanti, eppure diverso da tutti gli altri. Un ponte che collega quartieri, vite, routine quotidiane. Un ponte che per molti è stato un punto di non ritorno. È conosciuto come il ponte della morte, tanto che la città ha provato a cambiarne il nome, chiamandolo ponte della vita, riempiendolo di messaggi rassicuranti. È un luogo che racchiude un simbolo potente: la bellezza di una città che scorre accanto a un dolore invisibile. Per chi lo attraversa ogni giorno, è solo una strada. Per altri, è stato l’ultimo confine.
La domanda che inevitabilmente nasce è sempre la stessa: perché?
Gli anziani spesso scelgono di morire perché non vogliono essere un peso economico per i figli. In una società in cui il sistema di welfare è fragile e il sostegno agli anziani è insufficiente, la povertà nella terza età è altissima, la più elevata tra i paesi industrializzati. La tradizione secondo cui i figli si prendevano cura dei genitori è lentamente svanita, lasciando molte persone sole, senza reddito, senza scopo, senza reti di protezione. Nelle aree rurali, tutto questo è amplificato da discriminazione legata all’età e isolamento sociale.
I più giovani, invece, crescono sotto una pressione costante. La competizione inizia presto e non concede tregua. La scuola non è solo un luogo di apprendimento, ma un campo di battaglia. Le giornate possono durare sedici ore, tra lezioni, studio, corsi privati, aspettative. Esistono decine di migliaia di accademie private, un’industria multimiliardaria costruita sulla paura di restare indietro. L’accesso a una buona università diventa una questione di valore personale. Fallire non è contemplato. E quando la fatica diventa insostenibile, il corpo e la mente cedono.
Molti studenti soffrono di depressione legata allo stress accademico. Le idee suicidarie non sono un’eccezione, ma una conseguenza diretta di un sistema che chiede sempre di più senza lasciare spazio al respiro. Ci sono stati casi di adolescenti che, in pochi giorni, si sono tolti la vita nello stesso quartiere, in zone note per le scuole d’élite e i costi proibitivi dell’istruzione.
E poi ci sono i giovani adulti. Quelli che sentono di aver già perso. Che guardano il futuro come una competizione truccata, in cui il posto è già stato assegnato ad altri. Lavoro instabile, precarietà economica, aspettative sociali altissime. La sensazione di non essere abbastanza, di non riuscire a stare al passo, di essere già fuori gioco a venti o trent’anni.
In tutto questo, la salute mentale resta un tabù profondo. Parlare di depressione è difficile. Cercare aiuto lo è ancora di più. La stragrande maggioranza delle persone che muoiono per suicidio soffriva di un disturbo mentale diagnosticabile, eppure solo una minima parte aveva ricevuto un trattamento adeguato. I farmaci sono fortemente regolamentati. Le terapie richiedono tempo, continuità, fiducia. Ma il sistema spesso non sostiene davvero chi chiede aiuto. Le famiglie, a volte, scoraggiano il trattamento per paura dello stigma. Così i sintomi restano invisibili fino a diventare irreversibili.
Anche l’alcol entra in questo quadro come forma di auto-medicazione. Molti tentativi di suicidio avvengono in stato di ebbrezza, quando il controllo si abbassa e l’impulso prende il sopravvento.
Il modo in cui si muore dice molto anche di ciò che manca. In un paese dove le armi da fuoco sono quasi inesistenti, i metodi più comuni diventano l’avvelenamento, l’impiccagione, l’inalazione di monossido di carbonio, il salto dai ponti o dagli edifici. Alcuni metodi si diffondono perché percepiti come più accessibili, meno dolorosi, quasi normalizzati. Il gesto individuale si inserisce in un contesto collettivo che lo rende possibile.
I media hanno un ruolo delicatissimo. La morte di personaggi famosi ha spesso innescato ondate di emulazione. Quando una tragedia viene raccontata in modo massiccio, il numero di suicidi aumenta per settimane. Non solo aumenta il numero, ma cambiano anche i metodi, replicando quelli visti nei racconti mediatici. È l’effetto domino di un dolore che si propaga.
Negli ultimi anni, il governo ha cercato di intervenire. Sono nati centri di prevenzione, linee telefoniche dedicate, programmi educativi, strategie per limitare l’accesso ai mezzi più letali. In alcuni periodi, i tassi sono effettivamente diminuiti. Ma le risorse restano insufficienti. Chi lavora sul territorio racconta di mancanza di fondi, di dati incompleti, di ostacoli che impediscono interventi mirati. Come se la reputazione contasse più delle vite.
Il suicidio in Corea non è solo una questione individuale. È il risultato di pressioni sociali, economiche, culturali. È la somma di silenzi, aspettative, vergogne, paure. È il prezzo pagato da chi non riesce più a reggere il peso di un ideale di successo che non ammette fragilità.
21 gennaio 2026
Molka: Quando la violenza diventa infrastruttura
Ci sono fenomeni che vengono raccontati come emergenze improvvise, deviazioni isolate, anomalie di un sistema che, in fondo, vorremmo continuare a credere sano. Ma ci sono anche realtà che resistono nel tempo, cambiano forma, si adattano alle tecnologie disponibili e si insinuano nella quotidianità fino a diventare parte del paesaggio. La violenza sessuale digitale in Corea del Sud appartiene a questa seconda categoria. Non è un errore di percorso. È una struttura.
Il termine molka nasce come abbreviazione di mollae-kamera, “telecamera furtiva”, e porta con sé fin dall’origine una doppia natura: quella dello scherzo e quella dello spionaggio. Un’ambiguità che non è solo linguistica, ma culturale. Oggi molka indica sia le microcamere nascoste e installate illegalmente, sia i video e le immagini che da quelle riprese derivano, caricati, archiviati, scambiati e monetizzati online. Non si tratta di episodi marginali. Nel tempo, queste pratiche sono diventate uno dei punti centrali delle proteste femministe e del movimento #MeToo in Corea del Sud, tanto da essere riconosciute come una delle forme più diffuse di crimine sessuale digitale.
La portata del fenomeno è tale che il paese è stato indicato come uno dei contesti in cui l’uso di spycams per crimini sessuali digitali è particolarmente diffuso. E non si parla solo di violazioni evidenti della privacy in spazi intimi, ma anche di una concezione molto più ampia di ciò che può costituire violenza sessuale attraverso l’immagine.
In Corea del Sud, infatti, la soglia di punibilità è più estesa rispetto a molti altri paesi. Riprendere una persona in costume da bagno in un luogo pubblico, o filmare il corpo di una donna completamente vestita per strada senza consenso, può essere considerato un reato, soprattutto quando l’inquadratura insiste sul corpo e lo trasforma in oggetto sessualizzato. È un dettaglio fondamentale, perché rivela quanto il problema non sia solo dove avviene la ripresa, ma come e perché.
Una storia di tecnologia, abitudine e indifferenza
Le prime forme di molka erano legate all’uso dei telefoni cellulari: uomini che filmavano donne sulle scale, nei sottopassaggi, nella metropolitana. Una pratica talmente diffusa da portare all’introduzione obbligatoria del suono dello scatto nelle fotocamere dei telefoni prodotti in Corea del Sud. Con il tempo, però, il fenomeno si è evoluto. Le microcamere fisse hanno iniziato a comparire in bagni pubblici, spogliatoi, uffici, scuole, motel. Già alla fine degli anni Novanta, furono scoperte telecamere installate nel bagno delle donne di un grande magazzino a Sinchon, ufficialmente giustificate come misura di sicurezza. La reazione pubblica fu di indignazione, ma non di sorpresa.
La diffusione degli smartphone, l’accesso rapido a internet e la miniaturizzazione delle tecnologie hanno fatto il resto. Oggi le telecamere possono essere nascoste in asciugacapelli, prese elettriche, rilevatori di fumo. E spesso vengono installate per periodi brevissimi, anche solo quindici minuti, rendendo inefficaci persino le ispezioni quotidiane. Non a caso, molte donne raccontano di controllare personalmente bagni pubblici, coprendo fessure con carta igienica o rompendo dispositivi sospetti con una penna. La paura è diventata una routine.
Quando la tecnologia non è neutra
Le piattaforme digitali non sono semplici contenitori. Sono infrastrutture che modellano i comportamenti. La crittografia garantisce anonimato e continuità. I servizi cloud permettono di archiviare enormi quantità di materiale. I siti pornografici creano categorie che normalizzano e monetizzano immagini non consensuali. Le funzioni di caricamento rapido, la moderazione minima, l’assenza di attriti rendono tutto più semplice.
Nel caso del molka, i file vengono spesso organizzati in cartelle ordinate per età, corporatura, relazione con il perpetratore. I canali funzionano come archivi consultabili, con linguaggi in codice pensati per eludere i controlli. È un ecosistema che si autoalimenta: più il contenuto è invasivo, più aumenta lo status di chi lo produce; più il canale è chiuso, minore è il rischio percepito. La tecnologia non si limita a facilitare l’abuso: lo rende scalabile, redditizio, persistente. Trasforma la sofferenza in contenuto e la vulnerabilità in valuta.
L’ideologia che tiene tutto insieme
Non serve un manifesto per parlare di ideologia. Basta osservare le pratiche. Nel molka, l’atto stesso di filmare di nascosto comunica un messaggio preciso: il corpo femminile è sorvegliabile, appropriabile, punibile. Nei circuiti di ricatto, il linguaggio diventa esplicito: le vittime vengono chiamate “schiave”, l’umiliazione condivisa come intrattenimento.
Si tratta di una radicalizzazione lenta e quotidiana. Si entra come spettatori, si resta come commentatori, si avanza come produttori. Le piattaforme facilitano ruoli, gerarchie, economie informali. Nascono comunità chiuse, con regole proprie, che legittimano il risentimento e celebrano la trasgressione. La misoginia diventa il collante.
E questa logica non si ferma ai confini nazionali. Le stesse architetture sono state replicate altrove. I modelli si esportano facilmente perché sono modulari, adattabili, integrati nella vita digitale di tutti i giorni.
L’era dei deepfake: quando il gioco diventa massa
Negli ultimi anni, a questo scenario si è aggiunta una nuova frontiera: la pornografia creata con tecnologia deepfake. Attraverso l’intelligenza artificiale, è possibile generare immagini e video realistici a partire da una semplice fotografia. In Corea del Sud, è emerso che centinaia di migliaia di utenti, in gran parte adolescenti, partecipavano a gruppi su Telegram dedicati proprio a questo scopo.
Il funzionamento è semplice e inquietante. In alcuni gruppi, un chatbot chiede di caricare la foto di una donna “preferita”. In pochi minuti, l’immagine viene trasformata in contenuto pornografico. In altri gruppi, si condividono link a stanze organizzate per area geografica, scuola, contesto sociale. Esistono persino spazi dedicati a familiari o a donne in specifiche professioni. Infine, ci sono i gruppi in cui il materiale viene diffuso, accompagnato da commenti e umiliazioni.
Secondo chi ha indagato questi ambienti, molti adolescenti non percepiscono ciò che fanno come un crimine. Lo vivono come un gioco, normalizzato da una cultura che sessualizza e oggettifica le donne fin dall’età più giovane. L’accesso facile, l’assenza di barriere e la mancanza di conseguenze rafforzano questa percezione.
Leggi deboli, risposte insufficienti
Dal punto di vista legale, il quadro resta fragile. Esistono norme che puniscono la produzione e la distribuzione di materiale sessuale non consensuale, con pene che possono arrivare a diversi anni di carcere o a multe elevate. Ma nella pratica, la maggior parte delle sanzioni è minima. Le condanne detentive sono rare. E nel caso dei deepfake, la legge richiede di dimostrare l’intento di distribuire il materiale, un ostacolo enorme in fase processuale. Non sorprende che, nonostante l’esplosione del fenomeno, solo pochissimi casi siano arrivati a una condanna.
Le proteste non sono mancate. Decine di migliaia di donne sono scese in piazza con uno slogan diventato simbolo: My life is not your porn. Eppure, dopo Burning Sun, dopo Nth Room, dopo le riforme promesse, i numeri non sono diminuiti. Le task force vengono sciolte, l’urgenza si affievolisce, e il sistema continua a funzionare.
Un fattore strutturale pesa più di altri: le istituzioni incaricate di giudicare e legiferare sono in larga maggioranza maschili. Questo incide sulla percezione della gravità dei reati e sulla volontà di intervenire in modo deciso. La violenza digitale resta spesso trattata come un problema secondario, non come una minaccia sistemica.
Riconoscere l’estremismo quotidiano
Chiamare queste pratiche con il loro nome è il primo passo. Non sono semplici deviazioni morali né incidenti tecnologici. Sono forme di estremismo di genere integrate nelle infrastrutture digitali. Per contrastarle, non basta rimuovere contenuti o arrestare singoli individui. Serve ripensare le piattaforme, introdurre sistemi di prevenzione strutturali, riconoscere che certe funzionalità non sono neutre.
La Corea del Sud mostra sia quanto sia possibile intervenire, sia quanto sia facile fallire se ci si limita a risposte frammentarie. La violenza è ovunque e contemporaneamente. La risposta deve essere altrettanto integrata, globale, consapevole della dimensione ideologica del problema. Gli strumenti esistono. Resta da capire se esiste la volontà di usarli davvero.






























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